Mezza Roma senza voto

If we would learn what the human race really is at
bottom, we need only observe it in election times. 
(Mark Twain)

Finalmente si sono concluse le votazioni per l’elezione del sindaco di Roma. Dopo il ballottaggio, Roberto Gualtieri è diventato il nuovo primo cittadino della capitale ai danni del concorrente Enrico Michetti. Il centro-sinistra ha vinto in maniera abbastanza netta, come del resto è accaduto nella maggior parte delle grandi città. Che la notizia risulti lieta o meno, c’è un dato che deve far davvero riflettere: l’affluenza alle urne si è attestata sul 40,68%, a conferma di quanto già si era evinto alla prima tornata elettorale. In pratica, sempre meno persone vanno a votare. 
Due settimane fa, le percentuali parlavano del 48,83% di aventi diritto presenti ai seggi a compiere il proprio dovere di cittadini, oltre l’8% in meno rispetto al 2016, appena cinque anni fa. Se confrontiamo i dati con quelli delle elezioni passate, i numeri confermano questa tendenza alla sempre minor partecipazione e per la prima volta si è scesi al di sotto della metà dei presenti nelle cabine elettorali. Le statistiche mettono in evidenza una situazione preoccupante: il disinteresse verso un evento che influenza la vita pubblica, e di conseguenza quella privata, degli abitanti capitolini viene ignorato da oltre un milione di essi. 
Ma perché succede tutto questo? Perché non ci interessa più di ciò che condiziona la nostra esistenza? Tema complesso e altrettanto lo sono le motivazioni. La sensazione è quella di un generale smarrimento, sia per quanto riguarda le idee politiche generali che per quanto riguarda la collocazione delle figure politiche e delle rispettive proposte in un quadro chiaro e definito.
Di certo, vi è in primo luogo un pesante retaggio che ci portiamo dietro dal passato, un fardello che difficilmente ci scrolleremo di dosso in poco tempo. Le continue delusioni politiche dei decenni recenti, almeno gli ultimi tre, hanno allontanato chi prima era abituato ad una visione della politica vecchio stampo dai seggi e formato una nuova leva di scettici, in parte giustificata dagli eventi, in parte influenzata dai meno giovani, che si va indirizzando verso un generale menefreghismo e pressapochismo. L’idea che “tanto votare non cambia nulla, sono tutti uguali” è quanto di più deleterio per un sistema di elezione democratico, poiché si tratta, in buona parte dei casi, di un preconcetto votato a nascondere una mancanza di conoscenza della materia. Sebbene sembri comprensibile, dati i recenti trascorsi della politica nostrana, si tratta di un lascito che bisogna sempre più combattere, per creare una vera coscienza e discernere chi davvero è uguale agli altri da chi prova a non esserlo. Meglio pentirsi col senno del poi che lasciare agli altri la facoltà di decidere per noi.
Da qui si diramano diverse strade da analizzare: complessità della realtà contemporanea (anche politica), difficoltà di informazione e senso di appartenenza vacillante.

Per quanto riguarda il primo punto, questo è il risultato di questioni convergenti. Innanzitutto, è il frutto della realtà postmoderna, sempre più intricata, interconnessa e inestricabile. Un contesto cittadino – tanto più se si tratta di Roma – non può evitare di fare i conti con l’intera politica globale, così come nessuno può più evitarlo. Per di più, la grande espansione della metropoli è arrivata a comprendere zone fortemente periferiche, generando un grande divario tra il centro e i margini urbani che si riflette sulle necessità, quanto mai distanti le une dalle altre, e sulle richieste dei residenti. Tentare di soddisfare tutti risulta pressoché impossibile e, di riflesso, nessuno risulta mai davvero appagato. La percezione sempre più netta è che solo una minima parte delle proprie domande venga presa in considerazione. 
Tutto ciò dà come risultato una mancanza di fiducia che, come detto in precedenza, è frutto anche dello scarseggiare di vera politica e veri politici. Troppo spesso, infatti, la poltrona viene prima dei princìpi, lo slogan prima dell’azione e l’eccesso di flessibilità prima della lealtà all’elettorato. La sconfinata serie di compromessi, scorrettezze, cambi di bandiera e di opinione repentini ha naturalmente fiaccato la fiducia e la speranza dei cittadini, tanto da indurre molti a disertare, a non partecipare. La vera politica non fa il proprio interesse, non inganna in continuazione il popolo e non cerca di portare a sé un gregge sperduto per nutrirlo con la nocività di sostanze deleterie come fake news, false credenze e parole vuote. Il preconcetto di cui ho parlato sopra trova terreno fertile per germogliare in una situazione simile, poco conta che si elegga il sindaco di un piccolo comune o che si vada a votare per ruoli di rilievo nazionale. Le ferite del passato sono dure a rimarginarsi, soprattutto se dal basso non si intravede volontà di cambiamento. Per contrasto, però, va detto che il cambiamento è proprio dal basso che può e deve nascere. 

     Segue una tematica più legata al presente, in quanto ormai l’informazione è sempre meno a portata di mano, nonostante i potenti mezzi che abbiamo a disposizione. Se la quantità di notizie è vertiginosa, il numero di quelle attendibili e complete è davvero esiguo. Si deve sapere dove andare a cercare e come scovare le menzogne e le fallacie. Siti internet e social network sono tra i maggiori centri di diffusione di notizie false o non corrette, in appoggio a questo o quel partito o anche legate alle convinzioni del singolo. Il complottismo, la costante ricerca dell’oscuro e la diffamazione di chi si oppone sono all’ordine del giorno. La politica non ne è esente. Se non si possono escludere tutte le vicende poco chiare legate alle figure istituzionali del nostro paese, è tuttavia necessario appurare se siano vere o solo create ad hoc, o peggio ingigantite. In una tale situazione di perenne incertezza, la persona media si smarrisce e proprio per questo si affida a chi millanta certezze senza averne o raccontandone di distorte, a chi promette solidità non avendone le possibilità, a chi garantisce sicurezza mascherando instabilità. 
La mancanza di informazione (corretta) è anche frutto dell’assenza di dibattito. Spesso, ai piani alti, serve più a screditare gli avversari, politici e non – per poi magari tendersi la mano da futuri collaboratori dietro le quinte – che a presentare idee e progetti concreti. A livello quotidiano, invece, scarseggia in maniera preoccupante il discorso politico. Il confronto con l’altro è fondamentale, soprattutto quando si fronteggiano posizioni antitetiche. Conoscere il pensiero altrui su tematiche così serie è motivo di crescita, scontrarsi e polemizzare allo stesso modo, a tutti i livelli e con chiunque. Già nelle scuole, più che infarcire di nozioni le giovani menti, l’abitudine al dibattito andrebbe fortemente promossa, che sia politico, letterario, artistico o d’attualità. Fornendo gli strumenti giusti, insegnando quali sono le maggiori fallacie e gli errori comuni del pensiero e dell’argomentazione si può sviluppare un dialogo costruttivo, attraverso l’affinamento della capacità di dare vita ad un pensiero individuale e collettivo molto strutturato, cosa che non succede quasi mai. La politica nelle scuole fa paura, troppo spesso si sente dire che non debba nemmeno entrarci, che debba rimanere un luogo neutro. Allo stesso modo, i nuclei famigliari devono essere al centro della formazione dell’individuo, che poi confluirà in quella politica e dialettica. Senza una formazione e una informazione adatta, è facile abbandonarsi ai preconcetti, alle idee degli altri e alle frasi fatte. Così non si partecipa, non si vota, e poi ci si lamenta lo stesso.

     Per concludere, è molto vacillante il senso di una vera appartenenza. Non si parla nello specifico di appartenenza a questo o a quel partito, ma piuttosto il senso di appartenenza sociale ad un gruppo di persone che porta avanti un discorso comunitario volto a soddisfare i bisogni generali, al di là di ciò che si desidera per sé. Come già sottolineato, è difficile in un contesto così dispersivo come quello dell’Urbe – tanto più lo è a livello nazionale -, dato l’ingigantimento territoriale che negli ultimi tempi si è verificato. Ragionare di gruppo quando non è possibile conoscere la maggior parte dell’ambiente in questione è arduo, poiché non se ne intendono le particolarità, i veri bisogni e le criticità. Se restringiamo il focus, è difficile anche all’interno dello stesso quartiere in cui si vive. Il concetto di comunità è sfilacciato, non si innesta nelle menti e nei cuori dei residenti, non ha quella forza permeante che dovrebbe spingere ad agire nell’interesse di un benestare collettivo, a maggior ragione se è vero quanto sottolineato nei punti precedenti. 
Traducendo la frase di Mark Twain posta in esergo, suonerebbe così: «Se volessimo capire davvero in cosa consiste la razza umana, dovremmo vederla in tempo di elezioni». Lo scrittore statunitense, sempre grande critico delle attitudini umane, con forti punte di sarcasmo e spesso accusato di eccessivo cinismo, ci dà un forte spunto di riflessione. Stringendo il campo alla situazione compresa nell’analisi: che cosa è davvero la popolazione votante italiana? E quella capitolina? Stiamo veramente abbandonando il necessario interesse per la politica, lasciando agli altri la scelta? L’apparenza farebbe rispondere di sì, eppure non siamo impossibili da redimere; non è vero che, in fondo, abbiamo smesso di interessarci a ciò che influenza la nostra vita, è solo che non sappiamo usare i mezzi che abbiamo, che ci perdiamo senza una guida e che siamo disorientati e frastornati. Per una volta voglio essere meno cinico, meno disilluso e sperare che la collaborazione tra i vari strati della società porti ad un rinverdire della coscienza collettiva, alla nascita di opinioni, dibattiti, anche litigate, che si riesca a trovare una strada nel buio della notte dell’informazione odierna. Voglio sperare di non rimanere deluso dalle donne e dagli uomini che mi circondano, sapendo bene che forse è pura fantasia. 

     Siamo lieti di annunciare l’inizio effettivo della nostra collaborazione con la casa editrice indipendente Edizioni Haiku (https://www.edizionihaiku.com/). Qualche mese fa, siamo stati contattati con una richiesta di collaborazione, tramite feedback che abbiamo deciso di declinare sotto forma di recensioni. Come risulta dalle interviste che abbiamo condotto lo scorso anno alle librerie indipendenti di Roma, questa parte del mondo letterario ha per noi grande fascino, ma soprattutto riteniamo che sia fondamentale per preservare una tradizione famigliare di letteratura. Se le grandi case editrici spesso hanno un approccio dispersivo per quanto riguarda le pubblicazioni, Haiku, che è nel settore dal 2010, cerca di focalizzarsi su un contesto accogliente, di casa, in cui far sentire lo scrittore parte di un gruppo e non una goccia nell’oceano. Sulla Home a cui rimanda il link possiamo leggere: «HAIKU significa “connessione”: di un proprio sentimento o stato d’animo con un elemento esterno capace di realizzarlo. Proprio come nei componimenti giapponesi da cui la casa editrice prende spunto per il suo nome. Perle nascoste della letteratura internazionale affiancano i nuovi autori che affrontano il mondo dell’editoria: la casa editrice degli scrittori.». 
L’idea, nata da Valerio Carbone e Flavio Carlini (del quale recensirò personalmente il recente Fino a qui tutto bene), è quella di accogliere proposte, confrontarsi e dare spazio a voci che altrove forse sarebbero passate inascoltate, con una serie di collane studiate ad hoc per le opere che arrivano e che si pubblicano. Crediamo che la collaborazione tra piccole realtà con una grande idea, come siamo noi de L’Incendiario e come è Haiku, possa essere il motore della resistenza e della proliferazione di progetti qualitativi incentrati sull’individuo scrivente e non solo sul mercato. Di nuovo, ringraziamo la casa editrice per la possibilità di collaborare.

     Antonello Costa recensirà per noi proprio un testo edito da Haiku, Il cacciatore di miele e la tigre del Bengala di Davide Latini (2021). Il romanzo è ambientato nella realtà delle Sudarbans, in cui andare nella foresta, cercando miele per poi rivenderlo, sembra davvero l’unico mezzo per avere una reale possibilità di vita; una foresta difesa dai suoi mostri, i suoi animali, le sue tigri che sbranano gli uomini. Ma in questa doppia caccia bisogna: chi è davvero il male? Chi realmente la Tigre?

     Come diciamo dal primo giorno, noi resistiamo alla cultura del vuoto, sia questo letterario, sociale o politico, e invitiamo voi lettori a farlo allo stesso modo. 

Leonardo Borvi per la redazione de L’Incendiario.

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