Il cacciatore di miele e la tigre del Bengala – Recensione

Chi è la vera tigre? Chi è la vera belva? Domanda ecolalica, che rimbombava nelle stanze della mia mente, mentre mi inoltravo nella lettura di Il cacciatore di miele e la tigre del Bengala (Haiku edizioni, 2021). Quando Haiku edizioni ci ha proposto di collaborare con L’Incendiario, non ho avuto dubbi, ho scelto istintivamente il romanzo di Davide Latini, Il cacciatore di miele e la tigre del Bengala, della collana Narrastorie. Come una tigre, sono stato attirato dalla carne che preferisco, grandissimo appassionato di romanzi in cui è presente questo famelico personaggio animale; una passione che è iniziata con la lettura di un classico, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore di Luis Sepúlveda, per poi passare a racconti più recenti, quali La tigre di Joël Dicker. Sono romanzi in cui si scambiano i punti di vista, in cui brillano diverse iridi negli occhi della tigre, si ricercano le pupille del male, e ritorna l’interrogativo: Chi è la vera tigre? Chi è la vera belva?

Si può compiere una linea di lettura di questo romanzo, facendosi guidare da questo interrogativo.

La prima tigre che ho individuato è la tigre del Bengala, annunciata dal titolo. Un animale bellissimo ma anche particolarmente feroce, con la fama di essere un mangiatore di uomini, come scrive Davide Latini nelle Note dell’autore. Tigre che è regina del territorio delle Sundarbans, sfondo del romanzo, foresta asiatica che si estende sul delta dei fiumi Gange, Brahmaputra e Meghna. Tigre che sbrana il padre di Roni, giovane protagonista del romanzo; Shamim, il suo papà, un cacciatore di miele sbranato nella foresta. Il romanzo si apre con questa morte, con questo lutto: la perdita di un padre, di una stabilità famigliare, del cacciatore di miele; la perdita di quel miele, l’oro liquido delle Sundarbans, il quale rivenduto fornisce agli abitanti l’unica forma effettiva di sostentamento economico, l’unica forma di salvezza, resistenza. Approfondisce l’autore nella nota: Ogni anno circa cento uomini, che per vivere non hanno altra possibilità se non quella di rischiare la vita avventurandosi nella foresta, vengono uccisi dalle tigri. Le loro mogli, “vedove delle tigri”, vengono incolpate e ostra­cizzate dai vicini e persino dai figli a causa della morte dei loro mariti. La prima tigre del romanzo è quella, quindi, solo animale, che risponde a un bisogno fisico, una forza maligna animalesca che attacca coloro che non fanno parte dell’ecosistema della foresta.

La seconda tigre del romanzo è umana, è una bestia che non è più affamata di carne, ma di denaro. Personaggi controversi, ricchi usurai che lucrano, nelle Sundarbans, sulla vita dei più poveri, finti alleati che organizzano gruppi per spedizioni nella foresta; sono egoisti finanziatori dei cacciatori di miele, che si arricchiscono per il lavoro di altri. Da lontano, guardano i cacciatori morire, noncuranti di ciò che significhi la consistenza di una vita. Vogliono solo denaro, per soddisfare la loro fame, per saziare la loro belva. Khalil è la seconda tigre, ricco finanziatore che aveva prestato – o forse strozzato – dei soldi al padre defunto di Roni, il protagonista. Aveva un’anima quell’uomo? si chiede il ragazzo, iniziando a scorgere la bestia affamata di soldi, travestita da essere umano.

La terza tigre è un istinto interiore, è un sentimento vendicativo, impossibile da placare. La sete di vendetta, veleno necessario, da cui è afflitto Roni. L’ostinazione di vendicare il padre lo assale; vuole uccidere le prime due tigri del romanzo, responsabili della sua morte. Non accorgendosi di diventare anch’esso una tigre, accecato dal male, accecato dalla vendetta.

La quarta tigre è solo esterna, è il mondo che non permette a chi è povero di vivere una vita senza tigri. Roni diventa anch’egli cacciatore di miele, sperando di riuscire a conquistare possibilità migliori. Riesce a sopravvivere alla foresta, ha il denaro necessario per permettere alla sorella, Nasima, di potersi trasferire a Dacca, capitale del Bangladesh. Trecento chilometri più a nord, ed ecco una giungla ben diversa: Kamalapur, una delle tan­te baraccopoli di Dacca. Una nuova giungla, una nuova foresta, dove ci sono molte più tigri, dove si continuano a sfruttare i poveri, a sfruttare le loro forze, i loro corpi, dove non si riesce a costruire una parvenza di normalità sana, dove tutti i mattoni vengono sempre distrutti, e si spera quasi di morire, perché non ha senso starsene ancora qui. Il mondo rivela i suoi canini, i suoi bellissimi occhi da tigre; il mondo diviso in due, tra chi caccia il miele e muore per ottenere questo, e chi lo mangia, chi gode del suo dolciume; siamo divisi, in modo ineluttabile, tra vittime e tigri.

Consiglio di leggere Il cacciatore di miele e la tigre del Bengala, consiglio di entrare nelle Sundarbans, per porsi l’interrogativo: Chi è la vera tigre? Chi è la belva? E quante tigri sono intorno a me? E quante tigri ci sono nel mondo?

E io, sono una tigre? O un cacciatore di miele? Sono la vittima, oppure la bestia?

Di Antonello Costa, che rimanda al sito della casa editrice, nel caso si volesse acquistare il romanzo:
https://www.edizionihaiku.com/prodotto/cacciatore-di-miele/

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