#Salto2021 – prima parte

#SalTo2021 di Natalia Marraffini – Prima parte

Domenica 17 ottobre 2021

Arrivo a Torino, all’Hotel Genova, alle 10.45. Il pass per il Salone Internazionale del Libro mi viene consegnato in reception insieme alla chiave della camera. Quest’anno, per la prima volta, vado al Salone da autrice. Lo faccio poiché mi sono chiesta: chi sono io? E l’ho scritto. Ho capito di essere estranea, straniera, frammentata. Nessuno me lo ha mai saputo dire e allora l’ho raccontato. Sono estranea a tutti i mondi che abito, sono una straniera segreta. Questo mio essere nella scrittura ha vinto il Concorso Letterario Nazionale Lingua Madre e domani ci sarà la premiazione. Nella camera d’albergo stringo quel pass tra le mani e sono felice. La felicità è l’unica casa che inseguo e qui ce n’è un pezzetto, nell’essere autrice, nello scrivere e nell’andare a caccia di libri.

Quest’anno il Salone del libro ritorna dopo aver saltato un’edizione che è esistita solo online. Nel 2021 c’é il #SalTo21 e si chiama Vita Supernova. È un balzo dopo il lockdown, dopo una pandemia che sta ancora finendo. Questo salto vuole generare un’esplosione meravigliosa, incandescente, piena di energia: una Supernova.

Mentre vado verso la fiera penso all’ultima volta in cui sono stata al Salone Internazionale del Libro di Torino. Ero un’adolescente e non sapevo chi fossi, però lì, nel coltivare le mie passioni, mi ero sentita a casa. Di quella volta ricordo la frenesia, il voler girare tutti gli stand con le amiche del giornalino scolastico alla ricerca di libri, spinte da un desiderio di acquisto compulsivo. Oggi quando arrivo a Lingotto in me non c’è più quella frenesia adolescenziale. Il luogo è esattamente lo stesso, la fiera da fuori è maestosa. C’è una lunga coda all’entrata, ma io con calma vado all’ingresso riservato agli ospiti e al personale dove non c’è quasi nessuno. Non ho fretta e voglio assaporare ogni istante di questa Supernova di felicità. Mentre mi avvicino all’ingresso riconosco benissimo i gradoni esterni dove ci siamo sedute a riposare in quella giornata di tanti anni fa, stanche per il troppo correre in giro tra uno stand e l’alto. Appena entro vedo la me diciottenne con la cartina dei padiglioni in mano circondata dalle amiche mentre cerchiamo di scegliere dove andare e ci diciamo di ritrovarci lì se dovessimo perderci. Anche adesso mi procuro una cartina e il programma, ma so già dove andare: Matteo Saudino tiene la presentazione del suo libro La Filosofia non è una Barba.

Raggiungo la Sala Bronzo, acquisto il libro e mi siedo. Saudino è un professore di filosofia che ha aperto un canale YouTube, Barbasophia, dove condivide lezioni e riflessioni. Il suo approccio alla vita è un esempio di esplosione Supernova. Non si limita a rilegare la sua materia ai banchi di scuola e ai luoghi accademici. Con Barbasophia questi temi diventano strumento alla portata di tutti, si espandono e la filosofia può diventare compagna di vita di chiunque. Non è una barba, non è noiosa: ci affianca. Diventa supporto, bastone su cui reggersi, pistola nucleare con cui distruggere ogni certezza alla prima lezione, ma anche mattoni con cui ricostruire valori e strutture di pensiero. Per Saudino è proprio questo il compito della scuola: decostruire la visione del mondo dei giovani studenti, riempirli di dubbi, così che possano generare la propria personale visione del mondo con maggior autenticità. Bisogna far barcollare gli studenti perché si possano reggere in piedi nella realtà, un giorno. Di questo e molto altro ancora parla durante la conferenza. Alla fine dell’incontro chiede alla sala se può farsi un selfie con tutti noi e in questo gesto emerge, più di tutto, l’entusiasmo di essere di nuovo qui con il corpo e la voce. In presenza. Una gioia che nessuno si aspettava di provare così forte.

Eccoci, dopo aver saltato un anno siamo qui, insieme, in carne e ossa, non più in digitale. Il suo selfie finirà sui social. Siamo fluidi, online e offline. Siamo digitali e reali. Forse, l’energia rilasciata da un’esplosione Supernova è anche questo smaterializzarsi per poter abitare diversi piani della realtà. L’entusiasmo è tanto perché questi sono i primi incontri a capienza piena da quando è scoppiata la pandemia. Indossiamo le mascherine, si fa un po’ fatica a respirare e viene un pizzico di mal testa dopo un po’, ma siamo qui in tanti. Le sale delle conferenze strabordano, molti ascoltano in piedi da fuori. Siamo vivi e pronti a esplodere nella realtà, a far scoppiare queste sale gremite di persone.

Dopo l’evento di Saudino, pranzo con un panino al volo, seduta sui gradoni esterni sotto il sole di ottobre. Vedo di nuovo la me diciottenne che sorride piena di entusiasmo per i nuovi acquisti. Quando finisco di mangiare torna a farsi sentire quella frenesia adolescenziale perché mi rendo conto di voler andare alle 15.00 a sentir parlare Giulia Caminito del suo libro che ha vinto il Premio Campiello L’acqua del lago non è mai dolce (recensione del romanzo dell’Incendiario: https://lincendiario.com/2021/05/22/lacqua-del-lago-non-e-mai-dolce/) e alle 15.30 ad ascoltare una lettura di Alessandro Barbero. La scelta è dura, cerco il compromesso: vado prima dalla scrittrice Caminito sperando, dopo, di riuscire ad ascoltare l’ultima parte della lezione di Barbero.

La fiera è enorme, mi perdo e fatico a trovare la zona Oval e la sala Caffè Letterario.  C’è così tanta gente che ci sono code ovunque. Forse un anno fa tutto questo casino mi avrebbe infastidita, invece ora mi fa sorridere. Quando trovo la sala, Caminito ha già cominciato la presentazione, resto in piedi e assisto da fuori insieme a tanti altri. Per fortuna le sale sono aperte, ci sono grandi ingressi che consentono di vedere e sentire tutto. Tra i tanti discorsi dell’autrice mi colpisce il suo desiderio di rivendicare un io di finzione. In un mondo letterario contemporaneo in cui l’autofiction e l’autobiografia si affermano con prepotenza, Caminito sente di dover dire che la sua prima persona è anche e soprattutto di finzione, non conta cosa abbia vissuto lei in prima persona, contano la narrazione, la letteratura, la costruzione della storia che ha scelto di raccontare. Nasce in me una riflessione, nasce l’aspirazione a dire qualcosa di universale e condiviso, qualcosa del genere umano attraverso la narrazione di un io, come se la discesa nel particolare ci aprisse le porte dell’universale. Forse siamo in un’epoca in cui ci ripieghiamo su noi stessi, ma non vogliamo restare soli, non vogliamo solo affossarci nel nostro io. In questa discesa nell’intimo e nel personale vogliamo toccare qualcosa di autentico, il nucleo condiviso di ognuno e dirlo, scriverlo. Vogliamo trovare un contatto con l’altro più vero e intimo proprio raggiungendo corde segrete e nascoste nella nostra più oscura e ignota interiorità.

Alla fine della presentazione corro subito al firma copie, ottengo un autografo, un selfie e poi volo da Barbero dall’altra parte della fiera. La sala esplode di persone che si riversano fuori dalla sala in piedi e non si riesce a sentire niente. Lo intravedo, provo ad allungare le orecchie, ma nulla, è impossibile ascoltare. Il tempo vola, ma mi sono ritagliata due ore per una pausa e una passeggiata tra gli stand prima dell’ultima conferenza della giornata. Passeggiando per la fiera intravedo Roberto Saviano e Asaf Hanuka che parlano del fumetto Sono ancora vivo nel padiglione della Rai, la folla è eccessiva, si sente poco e decido di andare oltre.

Voglio acquistare il libro dell’incontro a cui andrò tra poco L’alba dei nuovi dèi – da big data a Platone di Maura Gancitano e Andrea Colamedici pubblicato per Mondadori, la quale ha uno stand decisamente maestoso e curatissimo. La statura della casa editrice si fa sentire anche attraverso la struttura che accoglie i libri con tanto di vetrine, cartelloni pubblicitari illuminati e insegne scintillanti. Prendo il libro, lascio la zona e passo davanti allo stand di Eris edizioni, un bancone che fa ad angolo. Lì cerco di ignorare i loro meravigliosi fumetti perché non voglio tornare a casa con il conto vuoto, ma trovo i testi della collana di saggi brevi BookBlock e non resisto. Al suo interno ci sono diversi titoli che desidero acquistare da un po’, lo scopo di questi testi è quello di ridefinire la realtà proponendo nuovi immaginari, chiavi interpretative innovative e alternative, vogliono dare strumenti anche ai “non addetti ai lavori” per dare nuove forme al mondo che ci circonda e spezzare quelle strutture di pensiero rigide che ci hanno proposto le generazioni precedenti. Dopo una pandemia non abbiamo bisogno di questo? La mia generazione e le nuove generazioni non hanno bisogno di questo? Io ne ho sempre avuto bisogno. I libri di questa collana sono piccoli e hanno prezzi minuscoli. Ne prendo due e proseguo la mia passeggiata finché non trovo il piccolo stand della casa editrice. Questa volta mi trovo davanti solo un tavolo, ma accanto ad alcuni libri c’è un calderone da cui pescare un messaggio letterario e mi accoglie una ragazza con un sorriso nascosto dalla mascherina che mi invita a pescare e mi racconta, senza essere invadente, alcuni dettagli del libro che ho preso in mano Il Gatto di Chagall di Salvatore Spampinato. Tempo fa ero stata a uno spettacolo teatrale di Debora Benincasa “Antigone – monologo per donna sola” il cui testo era stato pubblicato da SuiGeneris. Mi era piaciuto così tanto che avevo pubblicato un post per condividere il mio entusiasmo e la casa editrice era stata felice del mio riscontro, anche adesso allo stand questa piccola realtà mi conferma la sua natura accogliente, lo spirito di un nucleo ardente, pieno di passione e voglia di fare. Al Salone Internazionale di Torino si può passare da uno stand di lusso come quello della Mondadori a uno piccolo piccolo, ma che ti fa sentire a casa, accolta. Ho in mano Il Gatto di Chagall che, mi spiega la ragazza, è un romanzo surrealista in cui compaiono visioni dechirichiane, la realtà si scompone e apre le porte a mondi ulteriori. Okey, mi ha convinta. L’ulteriore mi convince sempre. In più il testo di Benincasa preso tempo fa era una meravigliosa rivisitazione del mito di Antigone, dunque lo prendo come garanzia di qualità, e, infine, ho proprio voglia di sostenere questa casa editrice. Il libro è mio e me ne vado felice di questo acquisto inaspettato.

Il tempo scorre veloce ed è già ora di raggiungere la sala in cui si terrà l’ultima conferenza della giornata prima di andare a cena. C’è un po’ di coda all’ingresso, ma scorre veloce e ci fanno accomodare quasi subito. Nonostante la giornata stia finendo, di nuovo, tutte le sedie sono occupate. Colamedici e Gancitano vengono accolti da un grande applauso, sono due filosofi che hanno dato vita a un progetto, Tlon, che è scuola di filosofia e casa editrice. Oggi presentano in anteprima il loro nuovo libro che uscirà tra due giorni. Hanno cercato di mostrare quanto il nostro tempo sia simile a quello in cui è nato la filosofia e, dunque, c’è qualcosa che possiamo imparare da questo parallelismo per comprendere la contemporaneità. Tra gli infiniti e stimolanti spunti di riflessione mi colpisce che la tecnologia venga paragonata al concetto di “farmacon”. Con Tlon, loro sono in prima fila per generare spazio di confronto e condivisione positiva, per rendere la cultura e il sapere democratico. Il digitale può creare questo bene prezioso. Può dare a chiunque strumenti di riflessione, decostruzione e ricostruzione della realtà e di valori. Eppure, come ogni farmaco, ha delle controindicazioni e i social ce lo mostrano ogni giorno. Siamo nel tempo in cui, per la prima volta, la conoscenza può essere veramente alla portata di tutti coloro che hanno accesso ad Internet. Il sapere può essere democratico, oggi non è più come nell’antichità in cui era elitario, stava nelle mani dei pochi che potevano permetterselo. Oggi le porte sono lì e sono aperte a chiunque abbia la volontà di spingerle e guardare oltre. Eppure dobbiamo ancora pensare ad un nuovo modo di attraversare non solo queste porte, ma anche la vita. Per farlo, possiamo prendere spunto dalla filosofia antica nata in un mondo in crisi come il nostro. Per costruire il domani guardiamo al passato con occhi nuovi, alla luce dei temi della contemporaneità. Questo è solo uno dei tanti spunti di riflessione della conferenza e non vedo l’ora di leggere il libro.

Alla fine dell’incontro sono stanca ma questa stanchezza non conta niente perché prevalgono il fermento culturale e intellettuale, l’entusiasmo di tutti di essere lì ad ascoltare, pensare, ripensarci. Gli applausi coprono ogni stanchezza. Lascio la fiera con il sorriso per andare a cena in un ristorantino storico torinese dove per dolce mangerò il Bonet, un delizioso budino cacao e amaretto, mentre ripasserò il mio discorso per la premiazione di domani.

di Natalia Marraffini

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