Fino a qui tutto bene – Recensione

Come si fa a sorridere sempre, davanti a stipendi da fame, a lavori di merda per pagarti stanze pidocchiose, alle delusioni puntualissime, ai figli di puttana che ottengono tutto in cambio di niente solo perché sono nati al posto giusto al momento giusto. […] Sorridere quando guardiamo la bellezza senza poterla toccare, quando sentiamo il mondo schiacciarci, noi, così irresistibili e insignificanti quando camminiamo nella folla inconsolabilmente soli. Sorridere in faccia a una vita che inizia senza istruzioni per l’uso. 
(F. Carlini. Fino a qui tutto bene, Roma, Haiku edizioni, 2021).

Le parole del protagonista Jan evidenziano lo stato di disagio che affligge il trio attorno al quale ruota la narrazione. Se egli appare ai nostri occhi disilluso, ma bisognoso di sogni a cui aggrapparsi, il suo migliore amico, Frak, cerca di cavalcare il proprio ottimismo e di realizzare il desiderio di diventare un musicista affermato, senza che nulla possa fermarlo. Dal canto suo, Lenka, che è fidanzata con Frak e amata da Jan, sviluppa un crescente pragmatismo, che la porta a distaccarsi gradualmente dal compagno, per poi abbandonarlo e a trasferirsi a Londra per un’opportunità di lavoro. 
Al centro c’è il topico contrasto tra sogni e realtà quotidiana: un aspirante scrittore, un musicista rampante e un’abile pittrice devono sbarcare il lunario e mantenere una casa. Il mondo che li circonda, a Brno prima e a Praga poi, è impietoso e non permette di perseguire la propria volontà senza compromessi. Frak non lo accetta e continua a vivere come artista maledetto, rifacendosi sempre ai modelli Bob Dylan, Leonard Cohen, Lou Reed e altri, sostenendo che anche loro all’inizio se la passavano male. «Dobbiamo tutti ricorrere a sogni riciclati, perché i nostri sono andati a puttane prima ancora di essere partoriti», dice Jan in una delle numerose riflessioni amare che lo caratterizzano. A rafforzare la dicotomia tra ideale e reale concorre la scrittura dell’autore, che alterna momenti di profonda riflessione su come le cose dovrebbero essere, sul mondo e sulla società, ad altri in cui si abbandona ad un realismo crudo e disingannato, passando da uno stile alto ad un linguaggio colloquiale nell’arco di poche righe. 
Bisogna percorrere strade già battute facendo finta che chi ci è passato prima non abbia fallito, ma c’è un grande problema: il futuro arriva in ogni caso. Questi sono i due concetti che caratterizzano la seconda parte del breve romanzo di Carlini. Anche Frak deve fare i conti con la realtà, col dolore della sconfitta, con l’abbandono e col trascorrere degli anni, ma alla fine, con un gesto estremo, si suicida a ventisette anni; «magari mi segneranno nella lista di quel famoso club», conclude in una lettera, al club dei ventisette: Jimi Hendrix, Jim Morrison, Kurt Cobain ecc. Non è un mondo adatto ad artisti come sono loro: fragili, capaci di esprimersi solo a modo loro per essere ascoltati, di vivere solo in quel modo dannato. 
Fino a qui tutto bene è un testo che rispecchia perfettamente il proprio contenuto. Nel capitolo Il declino dell’occidente Jan sostiene che tutto è stato ormai detto e fatto a livello artistico e che se anche loro tre fossero bravi come Frak afferma, qualcun altro avrebbe già scritto, composto o dipinto qualcosa di simile. Tuttavia, in loro due non muore mai davvero la speranza di potercela fare, per quanto dura sia la strada. Allo stesso modo, il romanzo non dice nulla che non sia già stato detto, ma non si esime dal raccontare un’esperienza generazionale vera, fatta di continui contrasti con sé stessi e con la società che riesce a commercializzare anche coloro che se ne tengono a distanza. Alla fine «ogni cosa è un tentativo, in fondo, tutte piccole prove quotidiane che permettono di guardarti allo specchio, giorno dopo giorno, così te lo puoi dire: fino a qui tutto bene». Chi dice che non si possa scrivere anche se tutto è stato già detto? 

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