METRONOTTE

Spino ormai sta al quinto Campari e dopo aver buttato giù l’ultimo sorso, immagina ad occhi chiusi tutto il percorso della pozione magica, dopo averla ingoiata, dal momento dell’ebbrezza al fissare i bordi della placca argentata Geberit, mentre la piscia fuori. Ci si era quasi addormentato e dondolandosi all’indietro sulla sedia da ufficio, aveva quasi rischiato di cadere. Quella sensazione di squilibrio lo riportava alla realtà. Con un brivido percepibile ed una goccia di sudore freddo, cadeva perfettamente, al centro dello schermo acceso del suo cellulare, lasciando uno di quei segni che riportano a del materiale umano qualsiasi, tipo un’impronta digitale.

Micol stava facendo ritardo come al solito. Non aveva scritto nemmeno uno dei suoi messaggi in codice che non significano nulla, semmai qualcun’altro li avesse letti, ma che erano pieni di quella finta nomenclatura simil amorosa, ridicola, un po’ irriverente, che era decifrabile solo da loro due. Non aveva neanche chiamato, ma, tutto sommato, non si chiamavano quasi più.

Zigzagavano tra le emoticon standard di whatsapp, reinterpretandole in modo esaustivo, come da piccoli facevano con le lettere dell’alfabeto. Ogni lettera la trasformavano in un’altra, dal suono amico, vicino, e quando parlavano si capivano da soli. Facevano tenerezza a volte, ma insieme erano forti, una cosa sola, uno scoglio a picco sul mare, grandissimo e impervio se lo vuoi scalare. Così pericoloso che ti ci puoi perdere, senza ritrovare la strada del ritorno, o cadere.

Di Carlo aveva perso il lavoro due anni prima, dopo vent’anni di onorata carriera da Controsoffitti Rossini. La ditta aveva fallito perché il boss se l’era portato via un cancro alla gola, ed i figli s’erano tirati tutta l’eredità, compresi i contributi dei pochi operai che, pur avendo mangiato la foglia, erano rimasti ugualmente a lavorare fin all’ultimo giorno, per rispetto del vecchio. Per ultimo si erano dovuti vendere persino la Jaguar di famiglia parcheggiata in bella vista sotto l’insegna, di cui resistevano accese solo le due esse. Così si era ritrovato a fare il metronotte.

Le sue giornate erano tutte uguali. Staccava alle sei, quando gli operai arrivavano in cantiere, faceva colazione al Bar Carloni, dove aveva un conto aperto, cappuccino al vetro senza zucchero e un cornetto integrale, ma senza miele, poi se ne andava a dormire. Prima di attaccare invece passava da Venanzi, l’unico alimentari/tavola calda/bar del suo paese, dove trovava pronta la sua cena, in mono vaschetta di plastica, la signora Maria ci faceva entrare tutti gli avanzi del giorno. Pochi spiccioli, poche chiacchiere, poca confidenza.

Ma dietro quella maschera da uomo vissuto, si sentiva veramente solo e quelle poche parole con quelli della tavola calda a volte erano l’unico modo per far vibrare le sue corde vocali arrugginite.

Tre squilli di citofono rompono gli equilibri. I due pincher nero-marroni cominciano ad abbaiare come matti, fissando la porta scorrevole del magazzino dove si vedevano in questi casi. Allora Spino si trascina ad aprire, rimanendo seduto sul suo trono blu/ufficio, facendo forza un po’ col culo, un po’ con piccoli movimenti veloci. Le sue ginocchia secche lo precedevano. Arrivato al citofono però doveva per forza alzarsi, maledicendosi perché lo aveva montato troppo in alto.

Micol spinge la porta scorrevole aggrappandosi alla maniglia con tutte e due le mani e con tutta la forza possibile: fino a fargli faro uno scatto arrivata alla fine del binario. Dà due mandate per chiudersi dentro e si gira verso Spino indossando il suo sorriso migliore, due colpetti alla sua canna per far cadere la cenere, e si toglie la parrucca rosa poggiandola sulla madia, vicino le altre.
“Sei pronto?”. Scuotendo la testa come un cane appena toelettato, si specchia mettendosi a fuoco a malapena, notando che i capelli, a sta botta, le sono cresciuti velocemente e può anche farsi una piccola coda.

“Non proprio” Risponde Spino, mentre giocherella con un accendino che fa solo la scintilla: “oggi ti voglio supersexy. Ho pensato a travestirci daaaa… freakkettoni anni settanta!” Immaginandola avvolta in un boa luccicante, un enorme cappello di paglia e due gambe finissime ma definite, nascoste dentro leggins leopardati, strappacuore. “Non ci penso proprio.” Lo riprende Micol, ma senza cattiveria. Tuttavia quando si amavano per davvero, la sua leggerezza era stata galeotta. E ancora ne aveva bisogno a volte, come fosse un grosso abbraccio, ma da quando tiravano a campare, facendo colpetti qua e là, le dava più fastidio del solito, e glielo faceva pure notare. “Stasera voglio passare inosservata!”. E, tirando giù dalle stampelle più alte, aiutandosi con un bastone per le tende, due sacchi neri che avvolgevano due divise scure, disse: “Saremo due falchi della notte! Due vigilantes!”. Accenna un timido sorriso semifreddo con il lato della bocca. Senza schiuderla.

Quel giorno sarebbero morti tutti e tre ma ancora non lo sapevano. Poco male, queste cose non le puoi prevedere, e tutti i se, i ma, i casomai, sono solo parole di altri, e se le porta via il vento come coriandoli di Carnevale, che intasano le strade, i portoni dei palazzi ed i tombini che qualcuno, il giorno dopo, deve stappare.

Così non sprecarono neanche energie per fare l’amore l’ultima volta.

Spino si aprì un altro Campari. Micol squagliò un tocchetto di fumo, neanche troppo piccolo, e si girò una canna senza accenderla. La ripose nel pacchetto di Chesterfield blu come un monito. Una scaramanzia tutta sua. Quella canna mai accesa, finì in una sacco di plastica insieme ad altri oggetti personali, consegnato ai suoi, il giorno seguente.

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