Sotto il sole della KaliFormia

Questo decennio pazzo e scriteriato ha messo a dura prova
la mia resilienza […] facendomi capire che
forse non siamo fatti solo di carne e sangue. E
muscoli. E ossa. Ma anche di sogni, ferite tragiche, orrori inconfessabili, desideri nascosti,
ombre che cerchiamo di tenere relegate nell’oblio della nostra memoria.

(Sotto il sole della KaliFormia, p. 13)

A cavallo tra l’ottimismo onnipossibilistico degli anni Sessanta e il tonfo delle illusioni, affogate nella superficie stagnante degli anni Settanta, la riviera di Ulisse, il territorio che unisce Latina con il sud del Lazio, attraversando Terracina, Gaeta e Formia, si popola di personaggi eccentrici, cangianti, psichedelici, costretti a confrontarsi con una convitata di pietra: la mediocrità.

L’umanità scandagliata da Ludovica Ottaviani, autrice romana che riversa la sua conoscenza teatrale e cinematografica in questa bozzettistica ed esilarante opera, reca la cifra stilistica della mancanza di spessore, di grandezza drammatica e shakespeariana – quella necessità imprescindibile che spinge i personaggi ad affrontare con determinazione e coraggio le sorti del proprio mondo di carta. Il risultato è un atipico mosaico di scene, intarsi che si incastrano perfettamente tra di loro e arricchiscono il quadro generale con storie che, pur riprendendo le fila di un microcosmo caotico e mostruoso, diventano flash autonomi, aperti e chiusi sullo stesso atto, nel rassicurante recinto delle unità aristoteliche di luogo, tempo e azione.

Di fronte al lettore si apre un universo parallelo. Mentre viene strizzato più di un occhio ai grandi cambiamenti del decennio, votati ad un infinito desiderio di conquista mosso in direzione degli ambiti più disparati, dallo spazio ad una musica, moda e arte trasgressive ed esuberanti, la fertile pianura pontina partorisce tipicità tutte italiane. Al fianco dell’oro bianco e verde, tra il regno incontrastato delle mozzarelle di bufala e quello dei kiwi, è costantemente presente quello giallo. Un desiderio ossessivo anima personaggi senza scrupoli, pronti a tutto – almeno nelle dichiarazioni – pur di arricchirsi con furti, rapine, frodi, omicidi. Eppure il canovaccio da gangster all’americana, immerso nella bile insaziabile di un sempiterno Don Vito Corleone, si scolora di fronte alla versione tutta nostrana del crimine, costituito da un manipolo di omuncoli che abboccano alla terra promessa di collodiana memoria – il regno della canapa denominato “campo dei miracoli” –, ex marinai che abbagliati dalla luce prattiana di Corto Maltese si votano al crimine per motivi umani troppo umani – lo spettro ossessivo degli alimenti da dare alle ex mogli –, rapinatori talmente spaventosi da appropriarsi dell’identità dei due pupazzi più irriverenti e famosi del piccolo schermo, i Muppets.

In mezzo a questo calderone irriverente, gli ingredienti dal sapore più forte e deciso sono i personaggi femminili. Le poche donne che pullulano questo universo sono risolutive, le uniche in grado di ritrovare i fili negli gnommeri arruffati dalla controparte maschile. Nella terra dove aleggia lo spirito della potente e affascinante maga Circe, e del suo feudo maschile, il potere delle donne promana su questo catalogo di disavventure fantozziane: Gilda, Linda e Alice sono pronte a sfoderare le armi della seduzione, dell’intelligenza e del buon senso, per stare due passi avanti all’uomo, con l’intento non di salvarlo ma di interrompere la pantomima e raggiungere i propri scopi. La versione pontina trasforma le pupe-bamboline indifese dei gangster americani in tarantole dall’astuzia di ferro – memori della virtus di Ulisse – e dal grilletto facile.

Una prosa agile, scoppiettante, pronta a sporcarsi le mani e a contaminarsi con il gergo criminale, con la voracità della parlata romanesca e partenopea, e a contrapporre un vivace sottobosco ad improvvise pennellate auliche sfoderate nella descrizione degli imperdibili tramonti pontini, ci catapulta sull’asfalto costantemente arroventato di una Pontina assolata e desolata, sorniona come la vita monotona che continua in motel, pronti a deludere la promessa di esoticità contenuta nei nomi – Rio Claro in testa. L’irruzione tra i criminalotti da strapazzo del basso Lazio è irruenta, eppure bastano poche righe per abituare l’orecchio del lettore al beat che conferisce un ritmo costante alla storia e ad una violenza spudoratamente ostentata, figlia dello splatter di Tarantino e dei cannibali.

Merito della scrittura per immagini, così plastica da ricordare le movenze di una sceneggiatura. Merito della contaminazione, dell’esclusione di etichette o caselle rigide, dell’ibridazione, figlia della rivoluzione postmoderna di tondelliana memoria, che porta con un cortocircuito la nuova moda californiana di una vita all’insegna della libertà nella piccola e sgangherata malavita laziale.

I margini vengono forzati, si aprono, si contaminano e danno origine a personaggi unici e inimitabili, in grado di costruire a loro volta delle maschere di sé stessi. E così Walter LoBrutto, mediocre e banale impiegato romano stretto nella morsa di una vita monocorde, tra il lavoro all’ufficio oggetti smarriti e un matrimonio architettato dal padre, riesce a fuoriuscire da questi margini così asfissianti dopo essersi imbattuto nello psichedelico universo di Armando Donato, il re dell’ananas di Terracina, che dalla lussuosa villa pontina offre l’abbaglio di un successo da porre sotto i riflettori del cinema hard. Dopo anni di scelte prese da altri, Walter afferra inaspettatamente le redini del suo carro e, oltre a trovare suo fratello Valentino, ritrova finalmente, come se fosse uno degli oggetti smarriti all’aeroporto, sé stesso.

I grandi eventi storici fanno da sottofondo, percepibili a malapena dal ronzio della radiocronaca del primo piccolo-grande passo lunare, subito sovrastato dall’ugola dell’“aquila di Ligonchio” che cavalca le onde radiofoniche con la nuova hit Zingara. E proprio il sottofondo di un’altra hit – Luglio di Riccardo Del Turco – accompagna le goffe scorribande di Franco e Gabriele, due improbabili partner votati al mondo del crimine. Il contrasto di questa coppia ricorda il rapporto tra comico e la sua spalla: alla dicotomia fisica si aggiunge la contrapposizione tra la compostezza e la freddezza tipica dell’origine anglosassone dell’uno e la vivace esuberanza e caotica imprevedibilità del suo sodale partenopea. La credibilità dei due viene smorzata fin dagli pseudonimi scelti, Bert ed Ernie, i due pupazzi dei Muppets. Costretti nella monotonia di piccoli colpi alle squallide tavole calde pontine, rapinate a suon di lustrini, pastrani alpaca, parrucche e travestimenti da Janis Joplin e Jimi Hendrix, sognano il colpo grosso, quello che gli consentirebbe di fare il salto di qualità, la promozione a criminali seri. Sogni destinati a rimanere solo nei cassetti dei due pupazzi del sud pontino, talmente goffi da chiamare loro stessi accidentalmente la polizia, come avviene nel concitato ed esilarante colpo nella stanza 313 dell’ennesimo squallido motel di provincia.

Non sono da meno i curiosi personaggi del bar Soffritto di Formia, quattro sodali che immolano l’amicizia sull’altare dell’avidità, tanto da uccidere uno di essi per appropriarsi della sua eredità. Tuttavia, il piano orchestrato imbarca acqua da tutte le parti, viene scoperto dalla giovane assicuratrice Alice, rallentato dalla non conoscenza di dove la vittima, Nando, possa aver nascosto i soldi, punito dall’anima del diretto interessato, evocato dagli avventori con una seduta spiritica fai-da-te, apparecchiata come una qualunque partita a burraco sul tavolo del bar: esito imprevedibile e di tarantiniana memoria.

Un microcosmo pontino, costellato di omuncoli che imitano i grandi gangster americani, di tristi cameriere con divise sbiadite e trucco sbavato, di annoiati ristoratori trincerati dietro folte capigliature corvine alla Elvis e pantaloni attillati a zampa, ristoratrici postmoderne, che sfoggiano un’accozzaglia di rimandi, tra stampe leopardate, trucco accentuato, capigliature cotonate, pallide imitazioni del divismo alla Marilyn Monroe.

È un’umanità perduta, squallida, costituita da teatranti stremati da ore di messinscena, imitazioni di grandi personaggi, di cui ormai è rimasto solo il trucco sfatto e l’abbigliamento ingiallito. A correlare la perfetta imitazione americana il grilletto facile, lo slang criminale, il disprezzo per l’altro, una violenza esibita con orgoglio, esagerata, ipertrofica, che porta ogni bagno sul retro a nascondere un cadavere, ogni improbabile gangster di provincia ad avere un’andatura claudicante, memore di una sparatoria passata, ogni angolo ad essere imbrattato di rosso, dalle labbra glitterate delle osti al sangue che scorre a fiumi.

Il caldo torrido del sud pontino scioglie trucchi e maschere, svela, mostra, sgonfia i personaggi. Rimangono solo imitazioni, macchiette, attori-spugna, pronti ad ispirarsi a tutto ciò che li circonda ma che avrebbero bisogno di più tempo per provare.

Eleonora Bufoli

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