SOSTANTIVO + AGGETTIVO

La scorsa settimana, in collaborazione con l’associazione culturale “Il piccolo principe”, abbiamo avuto il piacere di leggere e valutare dei brevi testi narrativi composti da ragazzi delle scuole medie, con lo scopo di selezionare i racconti migliori, decretare dei vincitori, e poi pubblicarli sulla nostra rivista (cosa che faremo tra due settimane). Quasi quaranta brani sono stati inviati, alcuni composti da singoli alunni, altri da due o più e, devo dire con piacevole sorpresa, abbiamo incontrato un buon numero di scritti davvero validi, sempre tenendo conto dell’età degli autori. 
In tutta onestà, ero partito prevenuto sulla qualità di ciò che avrei letto e, forse proprio per questo, ho provato vera e propria meraviglia nello scorrere le righe di alcuni racconti. Al di là di diversi errori sintattici, strutturali e ortografici a volte – sono pur sempre dodicenni, qualcosa va loro lasciato passare! – c’erano idee, spunti e spesso profondità. Voglio menzionare in particolare un racconto, La quercia terapeutica, il mio preferito fra tutti: una ricostruzione psicologica in breve di una paura legata ad un trauma infantile, trattato attraverso la terapia. La morte dei genitori in seguito all’incidente per loro fatale, avvenuto nella piazza in cui la quercia svettava, è una cicatrice che solo la stessa quercia e la terapia possono guarire. Stento a credere che molti ragazzi di quell’età riuscirebbero anche solo ad immaginare tutto questo, ma questi lo hanno fatto, stupendomi ad ogni nuova lettura (e non sono un pubblico facile, va detto). 

I ragazzi dovevano comporre un brano mettendo al centro una quercia, che spesso sono stati arricchiti dalla presenza di ghiande e scoiattoli, che ad essa sono legati. Tematica abbastanza ristretta, che però non li ha scoraggiati. Le proposte sono state anche piuttosto varie. Tuttavia, è balzato ai miei occhi un dato, per molti sciocco, per molti nemmeno un dato, ma che mi ha fatto riflettere non poco: la costante ripetizione di coppie sostantivo+aggettivo laddove risultano del tutto superflue, e mi sono ricordato dei miei temi e delle mie scritture scolastiche, che in qualche modo non si distanziavano troppo da questo sistema. Va evidenziato che non c’è nulla di sbagliato nell’accompagnare un aggettivo ad un sostantivo, che magari lo arricchisca o lo renda meno vago all’occorrenza, eppure non deve essere una norma, soprattutto se non serve o se non sta bene nella frase. 
Lungi dall’incolpare i ragazzi, sorge in me un interrogativo riguardo ciò che si insegna sulla scrittura e sul modo di scrivere. Ricordo che fin da piccolo anche io sono stato indirizzato sulla strada per la quale il sostantivo cerca l’aggettivo, ne ha bisogno e fa anche sembrare più ricco e lungo il discorso, salvo poi imparare a costruire anche giri di parole più complessi ed eleganti. Allo stesso modo, mi è stato inculcato il dogma secondo cui la ripetizione è il male della scrittura (mi avrebbero già ripreso per aver usato “scrittura” due volte nell’arco di poche righe), senza tuttavia mai spiegare che esistono situazioni in cui c’è un solo termine che possa davvero rendere il significato desiderato. Lo sanno bene molti scrittori che proprio dell’iterazione di una parola, di una frase o di interi discorsi hanno fatto la base del loro stile e della loro poetica. 
Mi domando, insomma, se gli insegnanti in tal senso non mettano troppo del proprio nelle menti dei ragazzi che, si sa, agiscono spesso per imitazione e tendono ad esagerare al massimo le indicazioni che vengono loro fornite per compiacere e semplificarsi la vita. Si assiste, ahimè, a un trionfo di frasi dense di aggettivi sempre più ricercati, spesso desueti o non attinenti, tutto ciò in nome di queste due norme – che se misurate non sarebbero errate, anzi -: accompagnamento con l’aggettivo e bando della ripetizione (o elogio della variazione). Si dà un’idea costante di risultare bravi solo se ad uno stesso sostantivo si legano dieci aggettivi diversi. Un albero può essere alto, robusto, frondoso, antico, spoglio, nodoso, fruttifero, rigoglioso ecc, basta che non lo sia per due frasi di seguito o nello stesso paragrafo, e soprattutto che non sia semplicemente un albero al quale attribuiamo delle caratteristiche man mano che avanza la narrazione. E questo è ciò che succede: più si va avanti nei testi e più si dà l’idea che sia stato consumato il dizionario dei sinonimi e dei contrari, strumento fondamentale quando non se ne abusa, per scovare il termine più ricercato, anche questo grande retaggio che spero ci scrolleremo presto di dosso. 
Non si deve cercare di apparire eruditi, capaci di variatio continua (anche Ovidio che ne era maestro poneva dei limiti), ma si deve trovare una propria voce, anche se può sembrare stravagante, fuori dalle righe o poco rispettosa dei dogmi. Bisogna insegnare ai ragazzi che le regole servono quando possono essere infrante in nome della qualità, altrimenti avremo testi che tutti uguali, che si conformano alle direttive dei vari WordPress e compagnia al seguito e i loro segni rossi non appena si sfora la paratassi priva di fantasia, semplici composizioni burocratiche.
Questo è stato il vero limite che ho individuato nella serie di racconti che ci sono arrivati, e la mia preoccupazione è che crescendo si perda anche quel poco di libertà nella composizione che ogni tanto è trasparsa, per adagiarsi su di una scrittura piatta e quasi burocratica, che renderà anche il pensiero una tavola. 

In questa settimana, oltre a continuare il calendario dell’avvento di Collins, concluderemo la pubblicazione del mio testo Le mani delle donne col quinto capitolo, che chiuderà il cerchio della narrazione ricollegandosi al presente, con protagoniste le mani di un’avvocata divorzista e tutta la burocrazia dei suoi gesti. Il congedo, ad un anno di distanza dall’inizio, non ha intenzione di essere un finale vero e proprio, quanto piuttosto il via per una nuova vita del protagonista, sempre all’insegna dell’osservazione delle mani femminili.

Leonardo Borvi per la redazione de L’Incendiario.

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