Le mani delle donne. Avv. Cristina Di Giovine

Appena uscito dal suo studio mi sembra di essere riemerso da un’apnea senza fine. È febbraio, fa un freddo micidiale, ma io sto sudando come se il sole d’agosto mi stesse battendo addosso. Prendo dei respiri profondi e guardo le pareti di marmo dell’edificio. Inspiro forte col naso, trattengo per un paio di secondi e butto fuori con forza. Sento il battito aumentare e placarsi nell’arco di pochi istanti. Mi giro: la targhetta d’oro sulla porta di legno recita “AVV. CRISTINA DI GIOVINE”. Questo nome affollerà i miei incubi nei prossimi mesi, ne sono certo. Le sue mani sono curate come ne ho viste poche altre nella vita: non un’imperfezione, non una pellicina, un pelo sfuggito per caso alla ceretta, non una piega o un dito ferito anche per sbaglio. La perfetta simmetria delle due lascia poco spazio a descrizioni. Lo smalto trasparente sembra una lastra fatta su misura e poggiata su ogni singola unghia. La pelle chiara, poco meno che pallida, non è macchiata da un singolo, minuscolo neo. Sembrano mani irreali.
Ogni movimento dietro quella scrivania è stato così burocratico da gelarmi il sangue. Come poteva, davanti a noi due, rimanere così impassibile? Certo, l’abitudine porta a non badare più allo stato d’animo della gente, ogni procedimento diventa routine. Ma mi chiedo: la nostra agitazione, la nostra evidente tensione non l’avranno toccata nemmeno in minima parte? Gli occhi lucidi di Annalisa sono stati una pugnalata che ogni istante andava più a fondo nelle mie budella, torcendosi per non lasciare spazi senza ferite, ma lei non è sembrata accorgersi di nulla. Le sue mani hanno eseguito ogni mossa senza nemmeno pensarci, come una cerimonia ripetuta chissà quante volte che ormai si compie sovrappensiero. Ogni carta che ci ha passato andava firmata per procedere alla successiva. Pagine e pagine di parole stampate, parole senza senso di fronte a quello che ci stava accadendo, e invece per l’avvocata avevano senso eccome, un foglio seguiva l’altro in ordine meticoloso, senza soluzione di continuità. Non so quante firme avrò messo, ma ricordo che ogni volta che entrambi lo avevamo fatto la sentivo dire “ok, adesso pochi altri minuti e abbiamo fatto” e frasi simili, tirando via un foglio per passarci il seguente, sempre più zeppo di frasi incomprensibili, o che forse non volevo comprendere. Per il nervosismo, non sono riuscito a fare una firma uguale all’altra, e più ne mettevo, più storte venivano. Poi, quando siamo arrivati all’ultimo foglio, la macchina di fronte a noi è sembrata incepparsi.
«Con questa ultima firma, tutte le pratiche formali per il divorzio saranno terminate. Volete firmare? Dopo non si torna indietro», ci ha avvertito.   
Quel monito mi è sembrato l’unica azione per cui possa definirla umana da quando eravamo entrati nello studio. Senza quell’ultima frase, che poi non è che avesse molto di premuroso o interessato, avrei davvero sospettato di aver parlato con un computer.
Ci siamo guardati qualche istante. È doloroso, il fallimento di un rapporto è sempre doloroso, ma stiamo facendo la cosa giusta – ho pensato.
Io e Annalisa ci conosciamo da due anni dopo l’incidente delle mani, lei è stata al mio fianco nel percorso che mi ha portato lentamente ad uscirne. Quattro anni fa – adesso ne ho trentaquattro – ci siamo sposati. Credevo di aver raggiunto il culmine della felicità, ero soddisfatto all’epoca, mi sentivo realizzato e pieno, come se non avessi altro da desiderare se non che quel momento non passasse mai. Ma il momento è passato, della vita è trascorsa e pretendere di rimanere sempre uguali a sé stessi è un’illusione dalla quale non riusciamo a staccarci. Per tentare di mantenere lo status quo siamo disposti a piegarci, a rinunciare ad assecondare ciò che ci si muove dentro, fin quando non ci adagiamo nella convinzione di aver trovato un equilibrio, che equivale all’annullamento della nostra spinta vitale interiore, così smettiamo di essere umani e diventiamo nient’altro che la brutta copia automatizzata di noi stessi. Proprio questo mi era capitato: di giorno in giorno mi ero abbandonato ad un sistema di distruzione lento e impercettibile, che, come la goccia che scava la roccia, mi aveva lentamente logorato, persuadendomi di non esistere.
Premetto che non c’è nulla in particolare che non vada nel mio matrimonio con Annalisa, ma è inevitabile che l’abitudine che entra in gioco dopo anni di relazione tenda a sgonfiare il lato entusiasmante per cedere il passo alla routine, che nel nostro caso si è rivelata alienante. In quegli anni non ci eravamo fatti mancare momenti di svago, viaggi e altre condivisioni importanti, ma anche questi momenti, una volta terminati, non hanno fatto altro che lasciare spazio a tutto il resto, alla noia. Non sono mancati nemmeno rapporti sessuali, fino a quando non abbiamo preso questa decisione, eppure non c’era passione, non quella che dovrebbe esserci. Prima o poi la fantasia si esaurisce e il desiderio viene a scemare se non viene alimentato, ma tutto deve nascere da dentro, non si può coltivare dove non c’è terreno fertile.
Ce ne siamo resi conto… ma non è bene che parli anche per Annalisa. Me ne sono reso conto all’improvviso, tuttavia l’epifania finale è stato solo il termine di un processo di presa di coscienza molto più lungo. Per troppo tempo devo aver ignorato ogni segnale, ogni campanello d’allarme. Tutti i giorni, prima di andare al lavoro, mi fermavo al bar di fronte a bere il caffè. È un’abitudine che ho sempre voluto conservare, benché potessi benissimo prenderlo a casa. Gli occhi che una mattina ho incrociato mi hanno stregato. Lei era seduta in uno dei tavolini più lontani dal bancone, ma la distanza era come azzerata dal magnetismo del marrone dai riflessi metallici che mi fissava ricambiato. Rimasi imbambolato per alcuni secondi, mentre qualcosa che somigliava ad un corpo impazzito mi sprofondava nelle viscere scombussolando lo stomaco ancora pieno dei biscotti della colazione. Un fremito di eccitazione mi era corso lungo tutto il corpo, abbastanza forte da riscuotermi. Bevvi il caffè che si stava freddando, pagai e andai al lavoro. Ne avevo visti di occhi meravigliosi, affascinanti, ma questi, benché non fossero di quel tipo, mi avevano trafitto. Ci pensai per un po’, ma poi mi immersi nel dovere. Tornai a casa alle sei del pomeriggio, per un istante pensai di nuovo agli occhi del bar e di nuovo sentii qualcosa dentro di me dibattersi. Annalisa tornò a casa poco dopo e l’immagine si nascose in un angolo della mente.
La notte sognai un campo da calcio, una partita come quelle che facevo la domenica fino ai sedici anni. Durante un’azione avversaria dovevo coprire una progressione interrotta del nostro terzino, l’avversario si era allungato il pallone, ed ero entrato in scivolata. Nel contrasto, il pallone si era sgonfiato ed era rotolato, per quel poco che ancora poteva, sulla linea del fallo laterale, fermandosi con mezza sfera fuori e mezza proprio sulla riga. Mentre l’arbitro stava per calciarla fuori, mi svegliai.
Per tutta la settimana andai al bar, fatta eccezione per un giorno che fui malato. Gli occhi erano sempre là e, come se fosse un rituale, c’erano sempre dei secondi di incontro senza che altro accadesse. La sorpresa diminuiva ogni volta, ma non la tentazione di guardare, alla quale cedevo senza oppormi. Passò il fine settimana, e passò, come troppo spesso accade, senza grandi scossoni. Tornò il lunedì, poi il martedì, e tornarono gli occhi e l’incapacità di non cercarli. Venne il mercoledì, ma non gli occhi, così il giovedì e il giorno successivo. Li cercai con attenzione, con la disperazione di trovare un momento di fuga in un altro mondo in cui nulla della mia vita esisteva, in cui forse la vita stessa, per come la intendiamo, non esisteva. Passò un altro fine settimana, e un altro e un altro, ma gli occhi non li vidi più. Senza capirne davvero il motivo, mi ritrovai perduto in una spirale di malinconia dalla quale non riuscivo a risalire. Oggi conosco molte risposte che allora non potevo immaginare.
Sprofondare in me stesso fino al punto in cui ero arrivato in quel periodo portò a due conseguenze: Annalisa si era accorta della mia tristezza, anche se non disse nulla; io avevo capito che, se quegli occhi erano stati di gran lunga l’evento più eccitante degli ultimi due anni, doveva esserci un problema di fondo nel mio matrimonio. Se desideravo vedere quegli occhi per qualche secondo più che vedere mia moglie, allora non andava tutto bene come sembrava. Lo so, lo so, è normale che una cosa nuova sia molto più eccitante di tutto ciò che è abitudine – direte – e che ci possono essere momenti di questo tipo nella vita di un uomo – direte – ma quello sguardo non era stata una debolezza, era stato il principio di un viaggio dentro me stesso, che per la prima volta mi aveva portato a riflettere su tutta la mia vita da qualche tempo a quella parte. Non sapevo nemmeno di chi fossero quegli occhi, non sapevo perché per quella settimana erano stati proprio nel bar in cui mi servivo, so soltanto che esistono e che non li vedrò mai più, ma anche che, se non ci fossero stati, forse non sarei qui a fare la cosa giusta.
Passarono ancora settimane ed ero sempre più consapevole di ciò che pensavo: gli occhi del bar mi avevano illuminato, non solo di curiosità, ma di consapevolezza, appunto. Ero consapevole di non stare più bene come stavo, ero arrivato al punto di provare fastidio nel condividere la casa, la tavola, il letto con Annalisa e non perché fosse lei a non andare bene, ma forse non era più ciò che volevo. In fondo, ero libero di fare ciò che mi pareva, ma tutto ciò a cui ero, e in parte ancora sono, legato non mi faceva muovere. Ero diventato la brutta copia automatizzata di me stesso, un ammasso di carne che andava avanti col pilota automatico inserito, senza provare più nulla, nemmeno un piccolo piacere quotidiano, ed era questo a non andare bene.
Parlai con Annalisa e scoprii che anche lei sentiva le stesse cose che sentivo io, la stessa sensazione di essere in trappola, chiusa nella scatola della convenzione matrimoniale. Parlammo tanto, ore e ore, confessammo ogni sentimento, ogni fastidio, ogni dettaglio, come avevamo sempre fatto. Mi resi conto che, benché la situazione fosse reciproca, ero io ad essere più coinvolto in quel processo di alienazione, almeno così mi parve. Non le parlai degli occhi, non potevo, non sarebbe stato giusto. Magari anche lei mi aveva tenuto qualcosa nascosto, ma non potrei rimproverarglielo. Siamo arrivati insieme alla decisione sul divorzio, anche se non è stata una soluzione immediata. È strano da dire, ma è stato un percorso meno traumatico del previsto, perché siamo stati bravi ad affrontarlo e ci siamo appoggiati fino all’ultimo. La tristezza, i momenti di sconforto e i dubbi sono stati il nostro pane quotidiano, il dolore il nostro compagno di viaggio, ma non un problema è sorto, non una volta ci siamo dati addosso senza motivo. In quel periodo ho pensato spesso agli occhi del bar, lo ammetto. Mi sono rimasti nella mente per tanto tempo e ancora oggi – a un anno di distanza – ogni tanto riaffiorano dal fondo dei ricordi e un sorriso nasce accennato sul volto.
Ora che mi trovo qui davanti alla porta di legno che mi separa dall’avvocata, non riesco a concentrarmi su questi dettagli – per così dire – positivi della storia. Riesco soltanto a pensare al gelo del tempo trascorso in quella stanza, all’indifferenza di chi ci ha seduto di fronte per tutto il processo. Non c’era stata una parola di conforto, né un gesto che ci facesse sentire meno soli. Siamo stati due individui abbandonati a noi stessi, in uno dei momenti più tristi della nostra esistenza, mentre sancivamo, a livello burocratico, la definitiva cessazione del nostro rapporto matrimoniale. Aspettava che firmassimo e intanto non perdeva tempo, subito si metteva a scrivere fissando lo schermo del computer. Ogni secondo era ottimizzato al meglio. Avevo quasi paura ogni volta che la sua mano si avvicinava per spostare i fogli. Quando tutto è finito e ci siamo alzati per salutarla, ha avvicinato la destra perché la stringessimo e, se Annalisa non si fosse mossa per prima, sarei stato secondi interi a tentennare di fronte al braccio rigido e teso nella nostra direzione. La stessa stanza, ora che ci penso, mi è parsa fredda e non per la temperatura rigida dell’inverno. La scrivania era ordinata in maniera schematica, le penne disposte alla sua sinistra – è mancina – si affiancavano l’una all’altra, tutte della stessa lunghezza. Ho notato che anche i faldoni che le stavano accanto erano accatastati in ordine alfabetico e le pile basse che si venivano a formare dalla sovrapposizione parevano sistemate in modo che nessuno sporgesse dalla fila. Le ante dei mobili, disposti in maniera simmetrica nelle diverse parti della stanza, erano tutte chiuse da lucchetti diversi, il mazzo di chiavi era poggiato sopra uno dei faldoni, ma non riuscivo a contare quante fossero. La grafia con cui l’avvocata scrive è elegante e sembra ripetere le singole lettere come fossero stampate.
Prima di entrare, io e Annalisa avevamo atteso seduti davanti alla porta dello studio, su una panchina di legno lunga abbastanza da non stare troppo vicini. Avevamo scambiato poche frasi in quella mezz’ora d’attesa. C’era ben poco da dire, ma il clima tra di noi era piuttosto disteso, a differenza del nervosismo dovuto alla situazione inusuale e così formale.
Mancavano pochi minuti all’ora prestabilita e decisi di rompere il silenzio che si era creato.
«Come ti senti?», le ho domandato, ma il suo corpo aveva risposto prima delle sue corde vocali. Agitava la gamba destra su e giù in maniera frenetica, tipico di lei quando è nervosa. Era certa che avessi capito.
«E tu?», mi ha domandato fissandomi con sguardo ansioso.
Come potevo dirle che la mia tensione veniva dalla voglia di trovarmi direttamente alla fine di tutto? Come facevo a spiegarle che avrei voluto mandare avanti il tempo e portarlo al giorno successivo, quando saremmo stati liberi, se non ancora ufficialmente a livello burocratico, almeno dentro di noi?
Le ho mentito, ma è stata una bugia bianca, a fin di bene.
«Una merda», le ho risposto fissando il vuoto. Non che non fosse vero, ma ero abbastanza sicuro di quel che stavamo facendo come lo sono ora. Qualche dubbio di circostanza è naturale, soprattutto nei momenti che fanno da contorno ad un’azione importante come questa.
«Mi stanno venendo mille domande in mente, non so se voglio più farlo», e nel dirlo si è rivolta a me con gli occhi lucidi.
Le ho spiegato che è naturale, che prima di ogni grande passo tutte le certezze che ci siamo costruiti crollano, lasciando spazio a una serie infinita di domande perlopiù fuorvianti. Le ho spiegato che il tempo, come aveva già fatto, avrebbe dato risposte. In realtà, credo che siano le nostre azioni a dare risposte, il tempo in sé è qualcosa di talmente astratto da non poter agire davvero sulle nostre vite. In quel momento le ho detto ciò che era necessario per renderla tranquilla. Vederla così mi ha fatto soffrire, così come ogni momento all’interno dello studio. Mi sono avvicinato, le ho messo una mano sul ginocchio e ho continuato a rassicurarla. Non potevamo mandare all’aria tutto un percorso per dubbi dell’ultimo secondo, per dei fantasmi che non attendono altro che attimi di debolezza come quello per infiltrarsi nella mente e metterci in crisi. Una lacrima le era scivolata sulla guancia, l’ha asciugata e mi ha stretto la mano che le avevo messo sul ginocchio. Non era un gesto d’amore, non c’era un tentativo di riportarmi indietro, solo affetto e necessità di avermi lì accanto in quel momento. Le ho stretto la mano a mia volta.
Le dieci e trenta, era l’ora dell’appuntamento.
«Sei pronta?», le ho domandato.
«Non lo so, ma andiamo lo stesso», il tono con cui aveva pronunciato quella frase non era triste, né tantomeno abbattuto, era deciso, forse una maschera da presentare a me e all’avvocata.
Mi sono avvicinato alla porta di legno e ho bussato appena sotto la targhetta. Una voce da dentro aveva emesso un “avanti” con forza sufficiente perché lo sentissimo. Dopo aver abbassato la maniglia, l’unica visione che ho avuto è il riflesso dello schermo del computer sugli occhiali dell’avvocata. Fermo sulla soglia ho domandato “è permesso?”, e con lo stesso tono di prima mi è stato risposto “prego, accomodatevi, finisco una pratica al computer e sono subito da voi”.
Due minuti di silenzio erano seguiti, la lancetta lunga dell’orologio grigio metallico dietro le sue spalle era passata dallo stare a metà tra il sei e il sette allo stare precisamente sopra il sette, mentre in sottofondo la lancetta sottile dei secondi ne scandiva ognuno con un suono che solo quel silenzio aveva reso percettibile. Tutto ciò che è seguito – come già ho detto – è stata burocrazia, semplice dovere eseguito con perizia e meccanicità. Tutto ciò che è seguito è stato annullamento di ogni rapporto umano, di ogni empatia e tentativo di comprendersi. Tutto ciò che è seguito è stata la distruzione di un percorso fatto di ascolto e condivisione, il più tremendo finale di una storia difficile ma affrontata nel modo migliore.
Ora che sono qui fuori e mi riprendo da quell’apnea, da quel senso di soffocamento, non so davvero cosa potrei aver imparato dalle mani dell’avvocata. So che ogni paio di mani lascia qualcosa e capire di cosa si tratta è questione di tempo e di riflessioni. In questo momento è l’angoscia il sentimento che lego alle mani dell’avvocata, niente di più. L’evento è troppo recente per avere le idee chiare.
Mi giro e vedo Annalisa con lo sguardo fisso alla parete di marmo, anche lei intenta a digerire quel mattone di pratiche giuridiche che ci è stato infilato giù per la gola e spinto senza pietà. Mi avvicino a lei, le poso una mano sulla spalla, le dico “dai, andiamocene” e le indico le scale come per invitarla a scappare insieme dal palazzo di marmo in cui siamo intrappolati. Appena scese le scale e attraversate le colonne che ci separano dalla strada, prendo un respiro d’aria fresca a pieni polmoni. Annalisa si volta verso di me e ci viene spontaneo abbracciarci. Sappiamo che è la fine, in un certo senso, e sono grato che sia stata lei ad essere accanto a me in questo percorso, da quando ci siamo conosciuti ad oggi. So che è la fine e che va bene così, tutto finisce, ma non è sempre una tragedia. Ogni capitolo della nostra vita che si chiude, di qualsiasi tipo esso sia, lascia ferite, ma anche ricordi ed esperienze. So che con Annalisa avrò molto di tutto ciò e mi sento ancora grato.
Ci separiamo e, senza dirci nulla, ci guardiamo negli occhi, salutandoci così. Attraverso la strada e mi dirigo verso il motorino, salto in sella e parto, vado a fare un giro e torno a casa quando mi pare, quando sento che è il momento.

FINE.

https://lincendiario.com/tag/le-mani-delle-donne/ di Leonardo Borvi

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