Replica di Natale

Prima di tutto, Canto di Natale è stato pubblicato il 19 dicembre 1843: nessun dubbio su questo. La prima edizione portava le firme dell’editore, del tipografo, del privilegio regio e della persona che aveva rilegato il manoscritto. Dickens vi aveva addirittura apposto la sua: e il nome di Charles Dickens, su qualunque romanzo inglesestrappalacrime fosse scritto, valeva tant’oro. Ma il ricordo della pubblicazione mi fa tornare al punto di partenza. Non c’è dubbio che Canto di Natale sia stato pubblicato ormaiventi anni fa, proprio in questo giorno. Questo mettiamolo bene in chiaro, altrimenti niente di meraviglioso potrà scaturire dalla storia che sto per narrarvi. Se infatti non fossimo perfettamente convinti che il testo sia diventato subito un caso di successo editoriale, se non fossimo perfettamente convinti che Scrooge è un personaggio assolutamente inventato e che i tre spiriti siano il vivace frutto dell’inclinazione gotica di Dickens, allora Canto di Natale non è altro che l’ennesimo libro tra i libri. Ma sto andando troppo oltre il mio proposito ed è bene che io mi appresti a raccontarvi quanto mi è accaduto e quanto ho scoperto. 

Era per me un giorno come tanti, passati e da passare tra polverosi libri, scartafacci di ogni tipo e nerboruti impiegati dall’aria imbronciata. Stava per l’appunto portando avanti le mie ricerche tra gli archivi storici diLondra per conto della Società di Poste britannica, applicando penny black su penny black fino a quando, incastrata, spiegazzata e mal ridotta, tra tanti cartigli, mi ritrovai tra le mani una strana lettera. Il colore della carta era giallino scuro tendente all’acre, pieno zeppo di macchie d’umidità, già rosicchiata dai tarli del tempo e scritta con un inchiostro talmente corrosivo da sporcare tutto il foglio. Pensai: «Ma che razza di scrivano userebbe mai una carta così spregevole! Questa non potrà certo venire da Westminster!». Con non poca fatica, dopo diverse ore, riuscii a leggervi il suo contenuto, ma molto più tempo impiegai nel rileggerlo poiché non riusciva a rendergli ragione. Vi chiedo dunque, lettore mio, di essere paziente e credere alle mie parole con più celerità e trasporto di quanto io non abbia fatto con i miei occhi. Ma ecco il sodo: la parte superiore della lettera recava una lunga e cerimoniosa intestazione, piena di svolazzi e ghirigori tipici di chi lavora nei pubblici grandi affari; e anche il testo si dilungava in smancerosi attestati di stimain cui spesseggiava un latino un po’ andante. E al ché pensai di nuovo: «Si tratterà di un bizzarro ammiratore», ma nel proseguire la lettura, a un certo punto, l’autore non fece più mistero di sé ed è punto qui che il fatto acquista meraviglia. Con un po’ di fortuna e la luce giusta, riuscii a sconfessarne l’identità: avea nome Ebelard Rusch e pareva essere già molto vecchio quando scrisse la lettera. Ma ora lascerò parlare i fatti, scusandomi per essere stato fin troppo protagonista di qualcosa di straordinario, io che sono ordinario fin nelle midolla. Ecco il testo della lettera:

Epistolam scriptam ex Navitat Domini Iesu Christi die 
All’Eminentissimum MagnificissimumSpectacolarissimum
scriptore dello sancto stato d’Angliterra
servidore dell’alma Reina 
Charles Dickens

 

Carissimo e rispettabilissimo Signor Dickens,

confesso fin da subito di essere vostro umile lettore novello e dico novello giacché, da quando imparai le lettere a quando iniziai a leggere le Vostre, passarono tanti anni quanti ne se augurano alla Nostra Santa Regina; conciossiacosaché lascio alla Vostra bontà farne una stima che io son buono nei calcoli, ma non nelle somme. Epperò da quando vi ci applicai, mirabile dico, iniziai a riderne di cuore! Badi, signor mio, ch’io non voleva offendere Vossignoria né schernire le Vostre opere, tutte pregievolissime e pateticissime, ma il fatto sta che mi accorsi che quel brutto e arcigno mondo che Vossignoria raccontava era quello in cui io avea non solo a gran fatica costruito e speso il fior degli anni miei, ma tosto gioiva delle sue trappole e, avido, ne raccoglieva i frutti migliori. Oh quante lagrime spese e rispese versai per il povero Oliver! Ah quante vigilie per quel lungo travagliare del giovane David! E quanti rimorsi le Vostre pagine mi riservavano: ogni parola una ferita, ogni ferita un doloroso ricordo. Ma io non voglio far da poeta o da scrittore ché io son uomo d’abaco e i numeri e l’oro sono stati tutti la mia vita; fino a una notte speciale, una notte di Natale. A queste parole, Vossignoria andrà pensando a quel Suo dolcissimo e amorevolissimo libretto che è Canto di Natale e a che, a onor del vero, amai e odiai, e ne risi meno che punto. Vossignoria dee sapere che io era anco pronto a denunziarVi, scartafaccio alla mano e stuolo di avvocatucoli in pugno: pensate un po’ fin dove ardisce d’arrivare l’umana viltà! Era preso da una tale collera verso di Voi che dimenticai tutto quanto ebbi imparato a prezzo di così dura fatica e impegno: era tornato quell’orribile, avido, raggrinzito vecchio di un tempo. Ma Vossignoria non dee preoccuparsi troppo che ora taccerò il mio biasimo e non mancherò di esibire tutte le mie ragioni, sbagliate e riprovevoli che esse siano. Quando il Vostro libro ottenne il comune plauso da tutta Londra, io mi trovava nella mia vecchia ditta a scambiar una parola di cortesia col mio nuovo socio, il signor Rob Granit, sopravvenuto al mio vecchio socio Jacob Swarley, morto e compianto ormai tanto tempo addietro. 

«Zio! Zio caro! Venite a vedere! Dovete leggere tutto! Parla di voi!», irruppe quell’inconfondibile voce gioconda di mio nipote, il figlio che a lungo agognai d’avere e che ora cresco come mio nel ricordo della mia cara e amata sorella. Accettai dunque di buon grado il suo invito e mi apprestai a leggere. Mi bastarono poche pagine perché il cuore mi salisse in gola, la bile fino agli occhi, l’ira e la vergona miste insieme e pronte ad esploderecome fa un porridge infiammato. Sicché urlai come una furia: «Bubbole!». 
Ma non appena quelle parole mi salirono alla bocca e uscirono senza ch’io ormai potessi far nulla, mi sentiirisucchiato nelle viscere della terra, ricordai. E mi crepò il cuore quando il mio caro nipote e il mio socio mi rivolsero uno sguardo pieno di sdegno, paura e collera senza misura; così corsi via, afferrando quel libro, custode dei miei più grandi tremori. Rincasai nel mio vecchio e decrepito caseggiato a cui un tempo era legato da mondana avarizia, ma di cui ora mi ritengo suo fedele custode. Non so dirVila ragione di ciò che sto per raccontarVi, ma ebbi la strana sensazione che tutta la mia casupola divenisse di colpobuia che io stesso, pur conoscendo pietra per pietra, vi brancolava. D’improvviso, mi sembrò che una nebbia incombesse così spessa da far credere che il Genio dell’Inverso stesse lì a prender il thè, assorto in una lugubre meditazione. Ebbi come un trasalimento, come se il sangue mi desse un tuffo e allora ricordai tutto. Mi feci forza, arrivai alla mia stanza e quivi iniziai a leggere tutto il Suo bel libretto: ne fui come investito, fu per me come spiritare. Dapprima pensai: 

«Come osa costui, pur se il più nobile e dotato tra i nostri scrittori, raccontare di me? Con quale ardire mi giudica un uomo che io non conosco e che non conosce me? Ah! Andrò subito alla polizia a denunciare il misfatto, il vituperio, la beffa! Quale ardire dico! Quale ardire! Ma poi ci sarebbe un problema manco piccolo: se io andassi a sbugiardare questo impostore, da me che accuso, verrei di colpo accusato per esser quella canaglia di Scrooge! E che razza di nome poi, quasi fosse il grugnito di un cagnaccio! e poi, il mio viso non è così decrepito come qui leggo! il mio naso puntuto non ha mai cincischiato per il freddo né la mia voce è mai parsa di raspa. Che ingenerosità!»

Sbollentata un po’ che ebbi la rabbia, mi sentiva fiaccato, come se una sonnolenza irresistibile mi vincesse, e in ultimo pensai: «Ma come avrebbe mai potuto questo signor Dickens, pur nel suo omerico ingegno, indovinare esattamente i fatti di quel giorno, massimamente di quella notte? E come seppe della mia vita, del mio passato e del mio allora miserabile presente? Io non dissi mai nulla di ciò che vidi e conobbi quella notte! Mai ne feci parola al mio nipote, al mio socio, financo al mio prete…beh, solo a una persona aprii il mio cuore…» E mentre io dicea queste cose, mi rizzai in piedi e corsi sottovento, tagliando il freddo che quasi mi sembrò di volare su Londra. Tanto che quando arrivai alla mia meta, mi accorsi di non aver avuto neanche un momento per decidere il da farsi e da dirsi ovverosia quali parole usare affinché il mio rammarico non rimanesse frainteso, ma il mio sconforto e la mia ira saziati. Così da quale burbero io era, proruppi ignominiosamente:
«Come osasti farmi un simile torto? Come osasti, tu, che più di ogni altro hai avuto prova del mio rinnovato spirito, darlo in pasto a scribacchini dalle mie tasche?» – Qui la bontà di Vossignoria comprenderà la nefasta ricaduta che l’irascibilità può esercitare in un uomo sciocco e orgoglioso quale io sono – «Come osasti ferirmi a tal punto quando io, proprio io, educando il mio spirito, addolcendo tutte le spigolature della mia anima, provai più che altri compassione per la tua pietosa condizione e ti aiutai financo rendendo amari i miei pasti, sciocca la mia minestra, fredda la mia casa, sgualcite le mie vesti?».

A queste parole, quell’ormai giovane uomo che è Timmy trasalì, ma più per la mia irruenza che per le accuse che iogli stava rivolgendo al ché capii subito che, punto primo,se le aspettasse e, dunque, punto secondo, che ne fosse parimenti colpevole. Scattato che fu in piedi, con le sue ora belle e sane gambe, come prima cosa poco mancò che non mi stroncasse in un abbraccio sicuro che il suo calore mi avrebbe insegnato a capire le sue prossime parole. Così mi disse: «Zio! Sedetevi pure, accomodatevi! Vi faccio portare del thè? Ma no, avete ragione, thè non ne vorrete certo. Cercherò di essere breve, ma voi cercate di essere buono. Ricordate quando aumentaste il salario al mio buon padre? Quando faceste di tutto per assistere la nostra famiglia laboriosa e quando, proprio quel giorno di Natale che ora mi rimproverate, discuteste con mio padre dei vostri affari davanti a un bel ponce fumante sicché, giorno dopo giorno, mi diveniste secondo padre? E che dire di quanto diveniste così buon amico, così buon padre, così buon uomo, come se ne davano un tempo nella buona vecchia Londa? Ebbene, quanto io più cresceva e divenivaforte e migliorava nelle mie condizioni tanto più grande nasceva e cresceva in me il desiderio – ma che dico! – la necessità – no, di più! – l’imperativo di ringraziarvi, di rendervi esempio immortale di bontà e di speranza per le anime dei peccatori. Voleva che in futuro, quando si pensasse al Santo Natale, vi fosse almeno una persona che pensasse a voi e a quanto riusciste a cambiare grazie all’amore che vi sentiste improvvisamente crescere di dentro… Ma giacché, proprio come voi sono più bravo con l’abaco che con le lettere, scrissi della vostra storia, non appena voi aveste il cuore di raccontarmela, al Signor Dickens che reputo il migliore dei nostri scrittori – Ora, signor mio, affinché il mio ossequio per i fatti non diventi piaggeria, io vi giuro che il buon Timmy disse proprio così – e così feci! Non passò molto tempo che il Signor Dickens mi rispose promettendomi che il mio desiderio, no!, la mia necessità, meglio!, la mia gratitudine verso di voi sarebbe diventato la storia che ogni buon bambino ascoltasse la notte di Natale». A queste parole, tutta la mia angosciosa e inutile mania cessò di colpo e quel vuoto fu colmato da rinnovato spirito e amore per quella nobile creatura di Timmy, e per Lei. Suvvia, perché indugiare ancora su cose che sa meglio e da prima di me? Volevo solo renderLe grazie per come il Suo troppo nobile ingegno si sia piegato alla mia troppo miserabile vita, ma ho una sola menda da farVi: se uno degli spiritelli che Vossignoria ha fin troppo bene descritto dovesse di nuovo venire a farmi visita e rimproverarmi per qualsivoglia cavillo da me non rispettato sulla segretissima loro esistenza, sappiate che io mi rigirerò nel letto e dirò: «Andate dal buon Charles Dickens e portategli i saluti da parte di Scrooge!».

E, dunque, io Vi saluto signor mio caro che vi sento già amico e vi auguro tutto il bene di questo mondo, ma prima ancora, un Buon Natale. 

​​​​​​​In fede, colui di cui fu sempre detto che non c’era
uomo al mondo che sapesse così bene festeggiare il Natale.

Qui termina la lettera di un uomo straordinario perché tanto peccatore quanto santo e io, che sono stato un suo umile e fortuito lettore, lascerò che le lagrime mi finiscano, porterò per sempre nel cuore queste parole e farò in modo che ogni giorno sia Natale poiché ancora una volta, Scrooge mi ha e ci ha ricordato quale giorno meraviglioso giorno sia il Natale. Essì! Esso è davvero un bel giorno, un giorno in cui si vuole bene, si fa la carità, si perdona e ci si spassa: il solo giorno del calendario in cui uomini e donne per mutuo accordo pare che aprano il cuore e pensino alla povera gente come a compagni di viaggio e non già come ad un’altra razza di creature. Evviva! Evviva dunque il Natale!

Vostro umile servitore e amico,
Londra, 19 dicembre 1863

https://lincendiario.com/tag/buon-natale-dallincendiario/ Di Lucrezia Arianna

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