Epistola che rinasce dalle ceneri: Marilyn Monroe

Mia Norma,

prima che venissi tu, avevo accolto una moltitudine infinita di volti stanchi e sfatti. Non potevo credere fosse quello il mio scopo: un’occhiata e via, sorpassato da tutti, mai osservato da nessuno. Mi hanno lasciato, grande com’ero, a raccogliere polvere in un angolo del negozio che nessuno aveva intenzione di pulire. Abbandonato lì, con crudele indifferenza,  ad appannare tutto ciò che sono, tutto ciò per cui sono stato creato. Stavo a un passo dal dimenticarmi chi fossi, quando le tue dita gentili hanno aperto uno spiraglio sulla mia superficie. Un fascio di luce aveva colpito la mia pelle fredda, pulita dal tuo tocco, illuminando le brillanti iridi blu dei tuoi occhi. “Bellissimo” avevi detto agli altri. Il tuo sguardo curioso si era posato su ogni angolo della mia figura, attento ai dettagli più nascosti. Hai osservato tutto di me, tranne quello che esibivo, quello per cui gli altri consideravano la mia presenza. Allora capii che ti evitavi, proprio come invece gli altri ti avevano sempre cercata. Mi portasti a casa, felice, e poi mi offristi l’angolo più intenso della tua vita. Davanti a me c’era il letto e la porta del bagno della tua stanza, dentro di me, finalmente, tu. I tuoi occhi mi inchiodarono definitivamente alla parete di un delicato rosa antico e le tue mani raddrizzarono la mia figura. Vidi le tue labbra socchiudersi con eleganza e ti rimandai quell’immagine. Nessuno si era mai guardato così in me. La tua delicata immobilità, la dolce figura del tuo corpo accolta dalla semioscurità che amavi, e un volto che raccoglieva tutta la poesia del dolore. Una condanna la tua, prigioniera di infiniti quadri in movimento, costretta alla bruttezza altrui. Ti disperavi davanti a me, ed era colpa mia o del tuo talento se non capivo mai se stessi recitando o se quella magnifica sofferenza fosse reale. Quella volta che ti lanciasti contro il mio petto sarei andato in frantumi felice, se a distruggermi fosse stata la tua disperazione, Norma. Ma non era me che volevi spezzare, quindi restai intatto, per te. 

Se solo non fossi stato creato per incorniciare quelle lacrime e la perfetta piega del tuo viso scosso, ti avrei sfigurata nel mio riflesso. 

Perdonami, se ho lasciato che il destino stesso si innamorasse del tuo modo di soffrire. Perdonaci, se ti abbiamo lasciata protagonista solitaria dell’unico film tragico che recitasti in vita. 

Questa lettera è per te, Norma Jean Baker, 

da parte di uno specchio che avrebbe voluto ti fossi vista veramente in lui.

Epistola che rinasce dalle ceneri di Roberta Sciuto

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