È tutto provvisorio

È tutto provvisorio di Luca Cassarini

“Il raccontare storie è stato, nei secoli, sia una cosa seria che un passatempo spensierato. Un anno dopo l’altro le storie vengono concepite, affidate alla scrittura, divorate e dimenticate. Che ne è di loro? Alcune sopravvivono, e allora, come semi sparsi dal vento, volano di generazione in generazione, propagando nuove storie e dispensando nutrimento spirituale a molti popoli. La maggior parte del nostro retaggio letterario ci è giunta in questo modo, da epoche remote e da lontani, sconosciuti angoli del mondo. Ogni nuovo poeta vi aggiunge qualcosa della sostanza della propria immaginazione, e i semi così nutrititi riprendono a vivere. La loro facoltà di germinare è perenne, attende solo d’essere stimolata. E così, sebbene di quando in quando alcune varietà sembrino essersi estinte, esse un giorno riappaiono, buttando fuori nuovamente i loro germogli caratteristici, freschi e verdi come prima.”
(Heinrich Zimmer, Il re e il cadavere)

     Si presentò al colloquio di lavoro puntuale, in ghingheri. Prima di uscire di casa, si era lavato i denti un paio di volte e controllato allo specchio con occhio severo, imitando pose e reazioni nemmeno fosse un attore navigato. Purtroppo, il tutto si sarebbe rivelato comunque una scena tragicomica. L’importante era stare al gioco, finché poteva: necessitava di un lavoro, i tempi erano quelli che erano ma era stato fermo troppo a lungo, e la sua famiglia era in procinto di allargarsi. I dettagli certe volte erano più importanti dell’immagine nel suo insieme.

     «Gentilissimo…Prandi.» La faccia del responsabile di risorse umane era impassibile, ermetica come quella di un giocatore di poker.

     «Brandi, Nicola Brandi.» Gli allungò la mano, la stretta fu floscia.

     «Sì, certo, certo. Allora, caro Brandi. Si accomodi, prego.» Si sedette. Fissava sempre negli occhi quella specie di pescecane dalle fattezze umane. Per un momento si immaginò pesciolino rosso in una vasca di squali. Poi, la sua attenzione fu catturata dallo slogan che gli sciorinò la persona dall’altra parte della scrivania: «…La nostra azienda, come ben saprà, è alla ricerca del non plus ultra, sul mercato attuale. Le dirò, il “Mercato” (sì, con la lettera maiuscola) è diventato un Moloch, è competitivo, ed oggigiorno non guarda più in faccia a nessuno. Purtroppo è così, siamo nell’epoca del turbo-capitalismo che trita tutto, e tutti. Mi dica…Lei che titoli ha?» Il sorriso era cordiale, ma fasullo. Optò per fare il classico buon viso a cattivo gioco.

     «Io sono dottore in…» iniziò a sciorinare tutti i dettagli, il suo curriculum. Si era preparato, aveva seguito persino un corso veloce di colloqui di lavoro, insomma, ce la poteva fare, se lo sentiva. Era arcisicuro di sé. La postura, la prossemica, il controllo del respiro e del tono di voce. E guardare sempre negli occhi l’interlocutore, come fosse una bestia feroce, un animale da temere. Doveva essere impeccabile, neanche un capello fuori posto, neppure un dente ingiallito. Si immaginava già assunto, i complimenti del capo in ufficio, della sua ragazza a casa. Pensa positivo, si diceva a margine, mentre snocciolava dettagli su dettagli, conditi da battute atte a smorzare la tensione.  Ad un certo punto venne interrotto dal predatore, che con uno scarto rapido volle liberarsi dell’inseguimento di una preda di poco valore: «Ok, basta così. Le faremo sapere.» Il sorriso cordiale della controparte continuava a mantenersi ipocrita, finto.

     «Ma non le ho…»

     «La ringrazio, Dottor Vanni. Arrivederci, le sapremo dire.» Il pesce alfa si alzò in piedi. Lui lo imitò prontamente, come nel gioco dello specchio riflesso.

     «Io non mi chiamo Vanni!»

     «ArrivederLa, carissimo.»

E, così dicendo, lo mise alla porta. Simbolicamente, tirò lo sciacquone. Il pesciolino rosso era finito nello scarico del water, e tanti saluti. Annaspò fuori dal grattacielo, affamato d’aria, di serenità, di una manciata di tranquillanti in pillole. Anni prima, avrebbe chiamato subito il terapeuta, lo psichiatra, sua madre. Adesso si limitò a digitare sul display del cellulare il numero della sua fidanzata, ma non fece partire alcuna chiamata. Era più che altro un gesto scaramantico, la sua fune di sicurezza. Il suo cordone ombelicale. Quel cordone adesso lo avvertiva più come un filo di corda, e lui piccolo giocoliere intento a camminare teso (come quella corda, come lui stesso) tra due palazzi altissimi. Vedeva incombere i grattacieli, da un lato e dall’altro, e lui era incapace di star fermo nella sua posizione – tirava anche un vento malandrino – così come di muoversi nell’una o altra direzione: vedeva solo nemici alla porta, e sull’altra sponda del guado. Che fare? Fight, flight or freeze, la triade della risposta alla paura atavica. E lui aveva scelto la terza opzione: congelarsi, lì dov’era, e dove sarebbe rimasto il più a lungo possibile. O meglio: dove sarebbe arrivato a breve. Casa sua, dalla sua morosa in lieta attesa. Non certo di lui, ma si trattava solo di dettagli.

     Si erano conosciuti anni prima, un po’ per caso un po’ per desiderio. Le amicizie in comune, le passioni in comune, le solitudini di entrambi li rendevano agli occhi altrui le due persone destinate, un giorno, ad incontrarsi. E siccome il caso non esiste, ma il credere in esso consente di fare grandi cose alle volte, ebbene la loro relazione iniziò ad ingranare, sempre di più, sempre di più, finché…arrivò la bella notizia. Francesca era incinta. Loro due non erano sposati. Non che fosse un gran problema, nel terzo millennio, con l’avvento di Internet, dei viaggi su Marte e delle stories su Instagram.

     «Ciao amore, sono tornato.»

     «Di già?»

Gli sciorinò tutta la cronistoria del colloquio avuto, senza scartare nulla. Lei ascoltava, ogni tanto annuiva, ogni tanto si mostrava comprensibile. Talvolta aveva la testa altrove. Gli rispose: «Ascolta, va bene così. Succede. Non è la morte di nessuno. Hai visto pure con me, com’è andata, no? O con mia sorella: ecco, prendiamo Concetta come esempio. Anche lei ha subìto tante di quelle porte in faccia ed ha dovuto fare tanta di quella gavetta che…»

     «…che adesso è una zitella infelice. E con lavori a chiamata. Un bell’esempio, grazie.»

     «No, non intendevo dire questo. Intendevo dire che la vita è fatta così, ogni tanto è difficile, ogni tanto è semplice. Ma non si è sempre in cima, un poco come sulla ruota del Luna Park.»

     «Wow…questa frase l’hai letta nell’ultimo romanzo rosa o sulla carta di un cioccolatino?»

     «Nessuna delle due.» Silenzio, tra lui e lei. «Piuttosto, cosa stai scrivendo…? Eh? Da quando ho iniziato a parlare che non smetti di…»

     «Niente, niente.»

     «Non ci credo.» Gli prese tra le mani i fogli. «Non ci credo.» ripetè basita, ma stavolta per tutt’altro motivo.

     «Posso spiegarti tutto.»

Gli mise i fogli sotto gli occhi: «Scusa, leggi qui…»

     «Ripeto, posso spiegarti tutto…»

     «Ho detto: leggi qui!»

     «Hmmm…Si erano conosciuti anni prima, un po’ per caso un po’ per desiderio. Le amicizie in comune, le passioni in comune, le solitudini di entrambi…»

     Perché mi racconti frottole, avrebbe voluto dirgli Francesca, ma la domanda rimase sospesa a mezz’aria fino a coagulare sulla carta. «Perché mi racconti frottole…» sibilò a mezza via tra una domanda retorica ed un’affermazione perentoria. Nicola fu costretto a vuotare il sacco. Era stato scoperto, infine, e forse era meglio così. Dopo essersi schiarito la voce, disse flebilmente:

     «È la storia, che mi ha costretto a scrivere…»

     «Cosa significa “è la storia che ti ha costretto”…a fare che?»

     «A scrivere.»

     «Ma cosa stai dicendo?»

     «È così. Non posso farci niente.»

     «Ti rendi conto di ciò che dici?»

     «Sì. Così come mi rendo conto di ciò che scrivo, e che non viene fuori da me, ma da…lei

     «Lei chi?»

     «La storia, te l’ho detto!»

     «Ascolta, Nicola. Guardami. Ascoltami. A me pare tutto tremendamente assurdo. Questa fantomatica storia…»

     «Non è fantomatica, esiste. È lì, sotto gli occhi di tutti…» disse indicando una risma di fogli protocollati, impilati con immenso ordine.

     «…Ascoltami, per favore, Nicola. Dico sul serio. Questa “storia” di cui blateri, sarà mai possibile che ti costringa a fare delle cose? E cos’ha, un nome, anche? Che so, Antonietta? Valeria? Ciao, Antonietta, ascoltami, bella di mamma, questo è il mio moroso e tu non lo puoi costringere a fare alcunché…Ti rendi conto, almeno, della situazione grottesca in cui ti stai infilando?»

     «…ssst. Parla piano. Ci può sentire, ogni tanto. Se non sonnecchia. Ma è molto attenta, e a ragione. Non vuole che le cose vadano a catafascio, me l’ha detto lei stessa, cioè, l’ho scritto io stesso l’altro giorno. Ma l’ho scritto sotto sua dettatura, insomma…è difficile, da spiegare, così su due piedi. Ad ogni modo, Francesca, devi stare tranquilla, e tutto si sistemerà, al più presto.»

     «Nicola, tu mi fai preoccupare, a dire così…»

     «Francesca, te lo ripeto: si sistemerà tutto, abbi fede.»

     «In che cosa dovrei aver fede?»

     «Nella nostra storia.»

Scarabocchiava infinite volte sui fogli glauchi, cancellando e riscrivendo titoli su titoli. La cornice era importante quanto il quadro che stava dipingendo. Tornò a fare una pausa, entrando in cucina per farsi un caffè. Nell’altra stanza, immobile come un manichino, la sua ragazza. Incinta che pareva un quadro di Botero. Omise di farglielo notare, avevano già litigato abbastanza poco prima.

    «Sai…Mi sembra tutto provvisorio, instabile.», mormorò.

    «Certo che lo è, altrimenti non saremmo qui a parlarne.»

    «Insomma, certe storie sono come le piante perenni. Richiedono poca acqua, ma un innaffiamento costante. Quindi, parlare sempre delle stesse cose equivale al raccontarci sempre le medesime storie, non credi?» disse girando il cucchiaino nella sua tazzina di caffè. Ecco, bravo: inspira, espira. Ti-tin. Ti-tin.  E poi: «Insomma, alla fine litighiamo sempre per le stesse cose. Giriamo intorno allo stesso argomento, affrontiamo lo stesso discorso, ma gradualmente ce ne allontaniamo, come in un movimento a spirale. Vedi, la storia…»

    «Quale?! Quella che vuoi scrivere o quella che vuoi vivere?»

L’uomo si rassegnò a dire: «Entrambe.», per poi aggiungere: «Hai ragione.»

«Allora vedi di darti una mossa, e risolvere tutto quanto. Al più presto.»

«Farò il possibile. Credimi.» Gli era sembrato di sentir dire riscrivere anziché risolvere, ma evitò di sollevare il dubbio. «Devo trovare un titolo da mettere a questa storia.»

    «La nostra? Te lo suggerisco io: due-per-fet-ti-sco-no-sciu-ti.»

    «Dai, su, è una cosa seria. Dammi una mano.»

    «Una cosa seria? La nostra relazione ti sembra venga portata avanti seriamente? Ed io dovrei darti una mano sul trovare un titolo ad una storia che stai inventando di sana pianta…»

    «Non sto inventando nulla, te l’ho già detto. È tutta opera sua

    «Sì, certo, della storia. Bene. Che tiri fuori un titolo, allora.»

    «È tutto così provvisorio, tra noi.»

    «Te l’hai reso tale. Smettila di affibbiare colpe ad altri, inizia ad assumerti le tue responsabilità.»

Tornò sconsolato alla pagina bianca. «Ti credo, Nicola, so quello che vorrai fare, quello che farai. Lo so già. Sono io la tua storia, capisci?»

     «Sì, solo che si sono infilate a mezzo altre questioni spinose…»

     «E hai seguito il torbido sentiero del cuore, senza badare a ciò che ti diceva il cervello.»

     «Parli come la mia ragazza.»

     «Ovvio, è anch’essa frutto della tua mente. Siamo tutti frutto della tua mente. Ti manca solo un titolo, per questa narrazione.»

     «Meglio optare per un titolo provvisorio, al momento. Poi si vedrà.»

     «Fai come vuoi. D’altronde, hai carta bianca.», disse la pagina non scritta.

     «Mi sembra di essere in gabbia, con le mani legate.»

     «In parte ti capisco. Conosco bene la tua sensazione.»

     «E quindi?»

     «E quindi devi sperare nel capoccia, lassù, e nei supervisori, quaggiù.»

     «Capoccia, supervisori, ma di chi stai parlando?»

     «Loro. Loro hanno potere su di noi. Su questo nostro mondo, su tutto ciò che ci circonda. Te ne accorgi solo adesso?»

     «Beh, diciamo che lo sospettavo, ecco, ma…non credevo fosse una cosa tanto seria.» Si guardò attorno, cercando quegli immaginari capi e supervisori. Intangibili, ma onnipotenti, come il Buon Dio nell’alto dei cieli.

     «È una cosa estremamente seria, Nicola. Ne va del destino di tutti. Speriamo bene, che le cose vadano per il meglio.»

     «Sì, speriamo. Altrimenti?»

     «Altrimenti non ne usciremo più, da questa storia

     «Al momento, ripeto, mi sembra tutto così provvisorio…»

     «Ti sembra? Eccome, se lo è.»

di Luca Cassarini

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