La vera storia di Bambi contro l’antisemitismo

Io Incendio: La vera storia di Bambi contro l’antisemitismo

Caro lettore e cara lettrice,

il 27 gennaio è il Giorno della Memoria, e dedico questo Io Incendio alla necessità di ricordare, di ragionare attraverso forme nuove le vittime del più brutale antisemitismo. Dopo il buon riscontro che ho avuto portando tra le pagine dell’Incendiario il caso di Poirot sul Nilo, ho deciso di dedicare anche questo editoriale a una caso letterario, a un personaggio la cui allegoria è stata tagliata come carta, a costruire fuorvianti origami. Bambi: Eine Lebensgeschichte aus dem Walde fu pubblicato nel 1923, il suo autore è Felix Salten, pseudonimo di Sigmund Salzmann, ebreo di origine ungherese, privato poi, durante la Seconda guerra mondiale, della sua nazionalità austriaca, costretto a rifugiarsi in Svizzera. L’origine di Bambi risale però alla Prima guerra mondiale, con l’intenzione, da parte di Salten, di costruire un racconto allegorico per un pubblico adulto, prevedendo future persecuzioni antisemite, avvertendo un brutale sentimento sociale nei confronti della popolazione ebraica. Il testo fu tradotto in Inglese da Jack Zipes nel 1928, traduzione che sgonfia il peso morale dell’originale, traduzione da cui poi Walt Disney trasse ispirazione costruendo l’omonimo cartone animato del 1942, vincitore di numerosi premi Oscar; l’originale fu, invece, bandito dalle forze naziste nel 1935, ritenuto portavoce di propaganda ebraica.

Ragioniamo, pertanto, sulla storia che tutti conosciamo, al fine di scoprire la vera storia di Bambi che si palesa come un’allegoria contro l’antisemitismo. Riscontriamo due nuclei: gli animali del bosco e i cacciatori. Gli animali del mondo di Bambi sono araldi allegorici della vera umanità di valori buoni, si dimostrano pietosi verso l’altro. Dall’altro lato, abbiamo i cacciatori, enti che imprimono la loro superiorità di specie sul mondo animale attraverso la violenza. Questo universo allegorico si scioglie contestualizzando la storia negli anni ’20, anni in cui iniziava a esserci un’avversione sociale e politica nei confronti della popolazione ebraica, poi acuita dalla catastrofe hitleriana: gli animali sono intermediari della popolazione ebraica, al contrario i cacciatori sono intermediari delle forze antisemite. È un incotro/scontro tra chi è o non è umano: se gli animali dimostrano la loro umanità, al contrario i cacciatori la consumano con la loro violenza; è un’inversione di parti, gli animali sono esseri umani e i cacciatori sono bestie.

La perspicacia di Salten consiste, pertanto, di mascherare il suo messaggio attraverso un’allegoria: maschera con una storia per bambini il suo attacco nei confronti dell’antisemitismo, dà espressione alla popolazione ebraica attraverso il personaggio di un cerbiatto; una maschera che è funzionale alla circolazione della storia e del messaggio fino al 1935. Bambi fa paura al nazismo, questo personaggio con la sua immediatezza e con la sua semplicità riesce a dipingere, forse anche a semplificare, e quindi a rappresentare in modo più compiuto, la realtà complessa e violenta di quegli anni. Spaventato da un cerbiatto, il Nazismo può solamente intervenire attraverso la censura, mettendo al bando la forza della storia di Salten.

Per quanto riguarda invece la traduzione in Inglese, la vicenda è diversa: il traduttore Zipes non riteneva l’originale adatto a un pubblico giovanile, e ridimensiona il testo, lo priva di quella violenza latente: rende il mondo antropomorfico di Bambi solamente animale, trasforma l’allegoria di un periodo storico in una semplice storia con animali. È la trasformazione di un universo tragico in tragicomico, in cui si sottovaluta anche l’intelligenza di un bambino, la capacità innata di ricondurre ciò che si è letto in un microcosmo alla situazione violenta di un macrocosmo. La storia di Bambi è stata e viene pertanto banalizzata, privata di quel insito legame storico, ridotto il suo significato: il mondo inventato viene svuotato dei suoi veri esseri umani, e restano in questi solamente animali e bestie.

Una nuova traduzione del testo a cura di Chiarini, con titolo Bambi. Una vita nella foresta pubblicata nel 2016 che sta avendo molti riscontri positivi solamente in questi anni, sta finalmente dando giustizia a un racconto che non è solamente per bambini: è un nuovo mezzo per ricordare, un nuovo mezzo per scrivere della memoria, che invita a riscoprire tutti i testi impliciti ed espliciti scritti per le vittime dell’Olocausto. Proprio riguarda alla necessità di ricordare attraverso le forme e le scritture con differenti fuochi, abbiamo deciso, per questa settimana, di riproporre degli articoli precedentemente pubblicati inerenti all’argomento: quattro nuclei diversi, quattro storie della memoria, quattro voci di uno stesso periodo. Ritroviamo, pertanto: Ludovica Copino, con la sua analisi critica di La tregua di Primo Levi (Clicca qui per leggere); Antonietta Palmaccio con la sua recensione di Il pane perduto di Edith Bruck (Clicca qui per leggere); un editoriale di Leonardo Borvi, in cui ragiona riguardo a Estinzione di Thomas Bernhard (Clicca qui per leggere); un approfondimenti critico di Irene Mallozzi circa La banalità del male di Hannah Arendt (Clicca qui per leggere)

Io Incendio di Antonello Costa per la Redazione dell’Incendiario

Per altri editoriali “Io Incendio” Clicca qui

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