Racine contro la barbarie totalitarista

Jean Racine (1639-1699) è riconosciuto come uno dei maggiori drammaturghi francesi insieme a Corneille, per quanto riguarda il ‘600. Le loro opere, tutt’ora, sono ritenute dei classici e vengono continuamente studiate e rilette anche alla luce dello svilupparsi di tematiche moderne. Il recupero dei classici è un processo che da sempre viene messo in atto per ragioni di varia natura: spesso sono modelli per altri autori, che cercano ispirazione e nutrimento letterario nelle parole dei loro predecessori; spesso vengono recuperati per essere messi in crisi, andando a rappresentare esempi di modelli negativi in base a ideologie, scuole di pensiero o periodi particolari; talvolta vengono esaltati come campioni di una cultura o di una nazione, per darle lustro ed elevarne i valori. 

Tra le molteplici possibilità, quella presa in questione è da considerare quasi un’opera di controcultura. Il periodo in questione si situa tra la fine degli anni ’30 e la metà del decennio successivo, in concomitanza con la Seconda guerra mondiale e l’invasione tedesca del suolo francese. Il recupero dei classici, in questo senso, si colloca in un’ottica di resistenza rispetto all’avanzata della cultura nazifascista totalitarista. L’idea di base, sostenuta dal PCF, affonda le radici nel mondo sovietico, che è la culla della cultura comunista. Il Partito Comunista Francese è membro del Comintern (l’Internazionale Comunista) e nel 1934 partecipa al Congresso degli scrittori sovietici, durante il quale viene promosso il valore del recupero della cultura nazionale. Di solito, sono proprio i partiti nazionalisti a sostenere la necessità di questa riscoperta per dar vita alla mitologia della nazione, ma non si può escludere l’altro versante della questione, poiché le stesse narrazioni, in base ad interpretazioni diverse, veicolano messaggi diversi. L’intenzionalità dello scrittore viene spesso stravolta o riletta per trasmettere valori o idee, facendo da sostegno a quella che invece è l’intenzione del lettore, che interpreta e manipola i significati presenti nel testo. In questo caso, è ovvio che i valori in questione siano ideologici e che non vi sia alcuna innocenza nell’atto.
A livello culturale, c’è una rivoluzione del pensiero che ruota attorno alla letteratura: vengono abbandonati da un lato l’avanguardismo di stampo elitario e dall’altro l’estremismo operaio, entrambi molto in voga. Il secondo giorno del Congresso viene rimosso il ritratto del grande scrittore russo Vladimir Majakovskij, proprio a testimoniare la volontà di una cultura diversa da quella elevata che il russo rappresentava. La letteratura deve essere alla portata di tutti, perciò la comprensibilità a tutti gli strati della società, al fine di favorire una maggiore integrazione, è cruciale, anche per aiutare lo sviluppo dell’idea di cultura collettiva. Il ruolo del collettivo (anche in base alle teorie che verranno poi elaborate dal pedagogista Anton Makarenko), negli anni dell’URSS, è centrale per quanto riguarda la formazione dell’individuo, che deve perciò poter conoscere il bagaglio letterario nazionale, ma anche poterlo comprendere, perciò i due estremi dell’elitarismo e dell’operaismo vengono accantonati. L’idea è quella di opporsi al nazionalismo e alla barbarie culturale che esso perpetra. Naturalmente, una posizione così in contrasto con l’idea di letteratura precedente non può che suscitare reazioni differenti. In quel momento il PCF è diretto da Maurice Thorez, un ex minatore di carattere affabile e poco incline ad assecondare le posizioni estremiste del settarismo operaio. Il suo essere così mitigato avvicina molti intellettuali al Partito, addirittura diversi di loro hanno la tessera, il che rappresenta un cambiamento, dato che in precedenza quasi nessuno aveva intenzione di sposare la causa comunista, data la forte inclinazione operaia ed estremista che aveva assunto nelle prime uscite. Si rafforza, in tal modo, un’idea di apertura completa, nella quale la partecipazione è reale e coinvolge nuovi elementi, fondamentali da un punto di vista culturale. La moderazione di Thorez, naturalmente, incontra forti opposizioni provenienti da vari fronti: anarchici, estremisti e surrealisti, tutti movimenti di forte rottura, solitamente rivoluzionari o comunque molto attivi in quella direzione.
Lo Stato francese, inoltre, si fonda sui principi della rivoluzione del 1789: liberté, egalité e fraternité, valori nettamente in contrasto con l’ideale nazifascista che, sotto la maschera, si presenta come volto all’obbedienza e alla conquista, nonché al razzismo e al classismo. Da un lato abbiamo lo sviluppo dello storicismo razionalista francese, che si fonda sulla divisione consapevole di res cogitans e res extensa cartesiana, mentre dall’altro l’irrazionalismo elitario delle destre europee.
Il recupero dei classici, in quest’ottica, è un tentativo di restauro dei valori che si oppongono a quelli nazifascisti, con la volontà di ribadire la superiorità culturale rispetto alle loro pratiche barbariche. Molti sono i modelli che si prestano a questa funzione, in particolare se si segue l’evoluzione del Partito e della Resistenza, con le loro necessità. In un primo momento, data anche la natura del PCF, Andrè Breton diviene un modello, accanto al più centrale Louis Aragon, anche in contrasto con i letterati disimpegnati che tanto criticava per le loro posizioni neutrali. Il padre del surrealismo francese è tuttavia ancora legato all’idea di lotta di classe contro classe, non ad una visione unitaria, che invece si afferma maggiormente in seguito, quando la situazione diviene più tragica. 
La poesia diventa spesso uno slogan da diffondere tra gli attivisti comunisti per donare un senso di validità alla lotta attraverso le parole dei grandi. Man mano che la situazione europea peggiora, il sentimento di unità e la percezione della sua necessità vanno aumentando in maniera proporzionale al grado di difficoltà della situazione. L’idea di contrasto tra classi sociali viene a mancare di validità poiché, in contrasto con molto della deriva socialista dell’epoca, dà adito alla divisione sociale, che in quel momento particolare della Storia non può essere altro che corrosiva, rispetto agli intenti unitari della Resistenza. Vi è inoltre una opposizione estrema all’individualismo, visto come analfabetismo sociale, in particolar modo in uno stato di crisi come quello affrontato a cavallo della guerra e durante. Già i principi dell’individualismo sono di per sé opposti a quelli del socialismo e del comunismo, e per di più vanno a costituire la base sulla quale gli estremismi possono crescere rigogliosi. 
La vera unione tra i socialisti e i comunisti, tuttavia, benché a livello ideologico i punti di contatto fossero molteplici, avviene nel febbraio del 1934. Vi fu, proprio quel giorno, un’azione collettiva, da parte dei due movimenti, in contrasto con una marcia di estrema destra favorevole all’instaurazione di una dittatura. La lotta comune si svolge contro la deriva nazifascista ed è di stampo ideologico, politico e culturale. Su quest’ultimo punto, naturalmente, va focalizzata l’attenzione. 
L’urgenza maggiore è quella di costruire un’identità comune. La Francia ha certo una storia politica molto antica, tra le prime d’Europa, e tuttavia la reale costruzione di valori comuni risale alla Rivoluzione avvenuta alla fine del XVIII secolo. L’eredità culturale, invece, è molto più antica e, soprattutto, ha una continuità non indifferente nel corso dei secoli, a partire dai trovatori, passando per Racine, Voltaire, Hugo, fino a giungere alla letteratura di inizio ‘900. Tra i tanti slogan del PCF in quel periodo svetta un “noi torniamo da lontano”, proprio a sottolineare l’interesse verso la cultura, in particolare letteraria, della Repubblica, motivo di vanto e orgoglio. Su queste basi è possibile costruire un’identità comune, dato che si tratta di un passato che appartiene a tutti. La bellezza classica, non a caso, torna in auge, benché prima fosse ritenuta ad appannaggio delle istanze reazionarie. Allora: da cosa nasce questo cambiamento?
A cambiare, prima di tutto, è il contesto: il nemico che prima era un fantasma posto al di fuori dei confini ora è dentro di essi, a volte addirittura interno; la guerra è concreta, molti ultranazionalisti vestono la divisa tedesca. Il Partito viene messo al bando, relegato al ruolo di fuorilegge. La Resistenza esiste, ma lo Stato è debole. In questa situazione drammatica, nella quale ci si dà alla fuga e ci si nasconde clandestinamente, molti impiegano il tempo, quando ne hanno, a leggere i libri dell’infanzia, in una sorta di ritorno un po’ nostalgico e un po’ psicologico ad un passato perduto che non potrà mai essere rivissuto. In questo modo, più o meno consapevolmente, si giunge ad un’idea fondamentale: bisogna rieducare al canone letterario nazionale. La definizione di canone è sempre sfumata e continuamente in evoluzione, dato che, come abbiamo visto, ogni ideologia e ogni corrente sono in grado di influenzarlo in base ai valori che trasmettono e vogliono trasmettere. Eppure, a discapito delle istanze ideologiche, molti autori sono eterni, mentre molti altri entrano ed escono in continuazione oppure vengono ridefiniti all’interno di quello stesso canone. I partigiani vengono a conoscenza di un fatto cruciale: sono tutti figli di quella storia culturale che va dai trovatori in poi, portatori di quella tradizione evolutasi a partire dalla lingua d’oil (se ci rifacciamo anche alla divisione dantesca del De vulgari eloquentia).

     Nonostante la sconfitta in guerra, nella prima fase di essa, l’idea di una superiorità culturale è ciò che tiene la Resistenza unita. “Noi siamo il popolo di Racine”, affermano i partigiani, in contrasto con la barbarie nazifascista che distrugge e annienta ogni forma culturale. Imperante è il concetto secondo il quale i soldati vengono chiamati alle armi da tutte le France che hanno fatto la Francia, intendendosi come parte di una lunga genealogia culturale che le armi nemiche non possono spezzare. Ogni ceto, ogni strato della società e ogni pensiero vengono ad essere parte di una cultura collettiva, che prende vita da quella condivisa, prima fra tutte, quella delle letture scolastiche. Proprio queste, essendo abbastanza omogenee per una generazione che non si estende in un arco temporale troppo vasto, sono il terreno comune sul quale alimentare la costruzione di un’identità collettiva. Anche le figure storiche vengono a far parte di questo processo: Giovanna D’Arco e la Marianne (allegoria della Repubblica francese che ne rappresenta i valori fondativi) sono tra le più quotate. 
Ogni elemento che sia funzionale a questa nuova collettività va recuperato e nuovamente valorizzato. Il processo non si discosta poi molto, a livello generale, da quello dei totalitarismi, che eleggono sempre i propri campioni e i modelli che devono essere diffusi, ma mentre questi lo fanno in una prospettiva di rilettura storica quasi sempre distorcente, i movimenti di resistenza cercano di trasmettere valori nel vero interesse della comunità, della libertà e del rispetto. Un metodo analogo, in base ai valori che sono alla sua base, può portare a risultati differenti, così come la considerazione di un testo o di un autore. 
In quest’ottica, i poeti viventi sono chiamati a cantare attraverso i versi tali valori, ma sempre perseguendo l’ideale di imbracciare sia le armi della penna che del fucile per la causa. Gli scrittori sono combattenti e compongono, come avviene nel caso di Aragon, in funzione della battaglia che vivono. Proprio Aragon, in questa nuova fase, scrive molte poesie, in certi casi perdute, per sostenere e per motivare la Resistenza. Diversi altri intellettuali, invece, vengono condannati per la propria azione, e per questi risuona costantemente un verso: “fa’ di queste morti un monumento”, affinché il ricordo sia parte di quella memoria collettiva tanto esaltata. Nella celebrazione dei caduti, infatti, è necessario lottare per liberarsi dall’oppressione. 
La diffusione di versi, dati il controllo e la punibilità dei testi scritti, avviene in maniera orale, riprendendo l’antico modello dei primi compositori medievali. Ognuno trasmette a memoria le poesie che in questo modo si diffondono senza poter essere tracciate e diventando vere armi di unione popolare. La necessità della rima, a questo punto, si rende inevitabile; la sua funzione è quella di raccordare tra di loro i versi che altrimenti non verrebbero memorizzati con facilità. Il recupero di questa componente avviene in netto contrasto con quanto accadeva prima della guerra, quando, in polemica con la tradizione poetica precedente, la rima veniva messa al bando in favore di versi liberi e sciolti da qualsiasi forzatura, ritenuta ormai arcaica. Il metro, inoltre, mette in contatto la popolazione con la tradizione letteraria, ma soprattutto le permette un accesso più agevolato, divenendo, in questo senso, per tutti e liberandosi da qualsiasi simbolismo di troppo o astrazione. 
In una prefazione di una raccolta di Aragon, tuttavia, si accetta l’allegoria in funzione di mascherare l’argomento scottante delle liriche: la Francia. Di essa è opportuno parlare in maniera velata, attraverso anche l’utilizzo dei senhal. La riscoperta di questo stratagemma apre anche alla difesa di Arnaut Daniel e di tutta la tradizione cavalleresca facente capo alla Chanson de Roland, equiparando il ruolo dei cavalieri al coraggio partigiano. L’esigenza è quella di una realtà morale, non di una propaganda in pieno stile nazifascista. 
Il rifarsi ad una tradizione così antica inoltre, illumina la volontà di recuperare un passato non soltanto culturale, ma anche linguistico. L’unità francese, infatti, non si fonda sulla corona come quella inglese o sulla razza come quella tedesca, ma sulla lingua, altro segno, per l’ideologia resistenziale, di superiorità. Tutti i grandi si sono espressi in francese: Hugo, Stendhal, Racine ecc. Aragon, riferendosi ai giorni più bui dell’occupazione, sostiene che la nazione «era nei libri», rimaneva «nelle belle leggende dell’infanzia»; «non rimaneva che la lingua», quando ormai tutto stava per essere perduto. Il classico rimane sempre nella cultura, anche se viene dimenticato o accantonato, dà vita ad una lingua che si mantiene nel tempo. L’unità nasce proprio dai classici, che col loro lavoro possono «condurre il popolo oppresso alla vittoria». La langue di Racine è come l’idioma dantesco per gli italiani. I francesi sostengono la purezza della lingua, in opposizione alla purezza della razza che i nazifascisti promuovono. La langue de roi, grazie a questa opera di resistenza, scende finalmente tra il popolo e lo fa rimanere unito, saldato dal legame culturale e linguistico che rimane come una genealogia mai interrotta a testimoniare la propria superiorità sui falsi miti della razza, del dominio e del totalitarismo. Forse questo contributo non è stato il principale fattore di riscossa della popolazione oppressa, ma di certo è da annoverare tra i motivi per cui non c’è stata una spaccatura insanabile nelle file della Resistenza.

     Questa settimana presenteremo due articoli. La nostra Gloria Fiorentini ha recensito per noi Origami di Sabatina Napolitano. La sua analisi mette in luce la forza della carta, che al semplice tocco umano può rompersi e ferire e avvolge la storia della protagonista Olga e della sua vita lavorativa e amorosa, i suoi intrecci e le sue fantasie. La penna di Gloria cerca di scandagliare, con sapienza, i significati nascosti di un’opera breve, ma densa di riflessioni ed eventi.

     Fabio Massimo Cesaroni ci propone un nuovo capitolo della rubrica Essere o non essere super: No Way Home e quel che resta dei super. Fabio, dopo il disappunto seguito alla visione del film conclusivo dell’ennesima saga cinematografica sull’”amichevole Spiderman di quartiere”, ragiona sulla funzione dell’effetto nostalgia all’interno delle rappresentazioni, che va a coprire il vuoto di idee, di scrittura e di significati presente in molte pellicole legate ai super. Dato questo riscontro, con l’inizio del nuovo anno si è proposto di promuovere opere fumettistiche di valore e mostrarci in che modo queste non abbiano nulla da invidiare a molte grandi opere letterarie, inaugurando un nuovo volume della sua rubrica.

Leonardo Borvi per la Redazione de L’Incendiario.

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