Nuntereggə più! Lasciamo aperto il dibattito sullo schwa

La mia maestra delle elementari era un’insegnante vecchio stampo, per cui la grammatica era tutto. I miei compiti per casa in genere consistevano nel fare analisi grammaticale, logica e del periodo di testi di una complessità inaudita, specialmente per la ottenne che ero. Quando si avvicinava l’ora della campanella, la maestra Francesca iniziava a dettare periodi lunghi sei o sette righe, arzigogolatissimi, a causa dei quali già in terza o quarta elementare passavo i miei pomeriggi sui libri. Nella libreria del salotto c’era però un aiuto decisivo: la Grammatica italiana di Luca Serianni. E poco importava che fosse un testo poco adatto ad una primaria e che ad ogni consultazione avessi bisogno dell’assistenza di un adulto. Luca c’era. Luca sapeva. Luca mi aiutava a capire la differenza tra un’apposizione e un complemento predicativo del soggetto. Luca mi faceva sempre prendere buoni voti.

Illustri pedagogisti metteranno oggi in dubbio la validità di questo metodo d’insegnamento, e forse mi tocca dargliene atto visto che di tutti quei 25 bambini mi risulta di essere l’unica ad aver intrapreso studi letterari. Però ecco, su di me questo approccio è stato particolarmente efficace, tanto che al liceo corressi la mia professoressa di italiano (vi lascio immaginare la sua contentezza) e che all’università mi iscrissi a lettere. E qui il mio amico Luca è tornato: non è stato direttamente il mio professore, ma ho studiato su svariati suoi testi, ho fatto ricorso a lui per ogni dubbio, mi è persino capitato più volte di sedergli fisicamente a fianco in biblioteca. E col tempo a Luca si sono aggiunti altri nomi illustri, come Claudio Marazzini e Francesco Sabatini (rispettivamente presidente in carica e presidente onorario dell’Accademia della Crusca, ndr).

Nel corso dei miei cinque anni di università – durante i quali ho poi scelto di specializzarmi proprio in linguistica –, questi nomi hanno spessissimo fatto capolino nei miei studi e sono stati per me un costante punto di riferimento. Fino all’altro ieri, quando ho scoperto che proprio loro figurano tra i firmatari della petizione “Lo schwa (ə)? No, grazie. Pro lingua nostra” (https://www.change.org/p/lo-schwa-%C9%99-no-grazie-pro-lingua-nostra) promossa dal professor Massimo Arcangeli, ordinario di Linguistica italiana presso l’Università di Cagliari.

Quando ho scoperto dell’esistenza di tale petizione ho rabbrividito, soprattutto venendo a sapere che è stata lanciata da un professore di linguistica. Scoprire poi che tra i sostenitori ci sono proprio le mie pietre angolari è stato un vero colpo al cuore. E ora vi spiego il perché.

Non è questa la sede per parlare diffusamente dello schwa – già sono abbastanza prolissa di mio –; per chi fosse rimasto indietro sulla questione o volesse una rinfrescata, ne ho parlato nell’articolo Stiamo tuttə molto calmə: giù le mani dallo schwa (https://frammentirivista.altervista.org/stiamo-tutt%C9%99-molto-calm%C9%99-giu-le-mani-dallo-schwa/). L’unico concetto che mi preme ribadire è che non sono un’accanita sostenitrice del suo impiego e personalmente nutro serie perplessità a riguardo, ma allo stesso tempo riconosco il ruolo cruciale che ha avuto nel portare l’attenzione sulle tematiche di inclusività e sessismo linguistico.

Bene, torniamo alla nostra (anzi, loro) petizione. Scrive Massimo Arcangeli «siamo di fronte a una pericolosa deriva, spacciata per anelito d’inclusività da incompetenti in materia linguistica, che vorrebbe riformare l’italiano a suon di schwa. I promotori dell’ennesima follia, bandita sotto le insegne del politicamente corretto, pur consapevoli che l’uso della “e” rovesciata” non si potrebbe mai applicare alla lingua italiana in modo sistematico, predicano regole inaccettabili, col rischio di arrecare seri danni anche a carico di chi soffre di dislessia e di altre patologie neuroatipiche». E ad un primo sguardo, tolti i toni catastrofisti che fanno un po’ j’accuse e un po’ Diego Fusaro, sembrerebbe esserci una qualche ragionevolezza. Per altro Arcangeli continua dichiarando che lo schwa e altri simboli sono «il frutto di un perbenismo, superficiale e modaiolo, intenzionato ad azzerare secoli e secoli di evoluzione linguistica e culturale con la scusa dell’inclusività». E conclude provocando: dal momento che lo schwa è previsto da diversi dialetti italiani, esso «trasformerebbe l’intera penisola, se lo adottassimo, in una terra di mezzo compresa pressappoco fra l’Abruzzo, il Lazio meridionale e il calabrese dell’area di Cosenza».

Sorvolando sui toni (spero) ironici dell’ultimo passaggio, mi sembra ci sia molto da discutere. Mi accingo a farlo per punti, sperando che in questo modo le mie argomentazioni siano il più possibile limpide e lineari.

La linguistica è un’opinione?

L’esame di Linguistica generale è uno dei capisaldi di ogni corso di laurea di ambito umanistico-letterario. Ed è quindi a pochi mesi dall’inizio del primo anno accademico che lo studente di lettere scopre il concetto di norma. Berretta scrive che la norma coincide con «l’uso statisticamente prevalente» della lingua, vale a dire l’uso che si adegua al «comune sentimento della lingua dei parlanti» (quest’ultimo virgolettato è invece di Serianni). In parole povere: quelle che siamo soliti considerare delle regole linguistiche prescrittive, cioè che ci dicono come dobbiamo parlare, sono in realtà norme descrittive, cioè che ci dicono come la maggior parte degli utenti della lingua in questione agirebbe. Semplificando ulteriormente: nessuno decide come si parla. La lingua evolve e le grammatiche non possono far altro che prenderne atto.

Il fatto che una lingua storico-naturale sia definita dai parlanti è concetto chiaro e solido per chiunque abbia anche solo dei rudimenti in materia. La linguistica non è propriamente una scienza esatta, ma ha comunque dei principi base condivisi dalla quasi totalità degli studiosi. Sapere che il professore che mi ha insegnato il concetto di norma linguistica ad oggi provi ad intervenire dall’alto su quella stessa norma tramite una petizione, mi dà l’impressione di avere a che fare con una persona estremamente confusa o, più semplicemente, incoerente.

E la Crusca keffààà

Molte persone in Italia sono solite far riferimento all’Accademia della Crusca come massima autorità in ambito linguistico. Il che, data la preparazione dei professionisti che ne fanno parte o che vi collaborano, ha anche una sua giustificazione. Quello che spesso ci si dimentica, o che banalmente i “non addetti ai lavori” non sanno, è che la Crusca non è un organo politico che decide cosa è giusto e cosa è sbagliato. Vera Gheno ci ricorda che essa «come tutti gli altri enti interessati a questioni di lingua descrive la realtà linguistica piuttosto che prescriverla. Non esiste alcuna autorità superiore in Italia che abbia il potere di imporre alcunché a livello linguistico. […] La Crusca, casomai, consiglia, propone, argomenta, normalmente in linea con quanto dichiarato anche dagli enti che si occupano di lingua nel nostro paese».

È insomma lo stesso discorso della norma: non esistono regole calate dall’alto o decise a tavolino. La gente parla, la lingua evolve, la Crusca e le grammatiche ne prendono atto – o almeno dovrebbero farlo. Ricordo, a questo punto, che l’Accademia è costituita da esseri umani, che in quanto tali non solo possono commettere errori, ma soprattutto hanno delle personali opinioni. Spesso tali opinioni, condivise grossomodo dall’unanimità degli accademici, vengono elaborate e divulgate, ma questo non significa che siano Parola di Dio.

Per altro, che la Crusca non fosse favorevole all’uso di schwa et similia era noto da tempo, almeno dal 24 settembre 2021, giorno della pubblicazione dell’intervento Un asterisco sul genere curato da Paolo D’Achille (https://accademiadellacrusca.it/it/consulenza/un-asterisco-sul-genere/4018). Il fatto che alcuni accademici abbiano poi firmato la petizione di Arcangeli non fa che ribadire il concetto; la novità risiede nel fatto che sembra si stia uscendo dal mondo descrittivo nel tentativo di entrare a gamba tesa in quello prescrittivo.

Problemi di rappresentanza e inclusività

Ripeto, ancora una volta, che l’uso dello schwa, dell’asterisco eccetera, ha origine proprio all’interno della struttura linguistica dell’italiano. L’italiano è una lingua a genere grammaticale, ciò significa che ogni sostantivo può essere maschile o femminile. Nel caso di nomi riferiti a persone o animali, solitamente – ma non sempre – il genere grammaticale corrisponde al sesso biologico dell’essere in questione. Questo ha due dirette conseguenze: la prima è che, nel caso di gruppi misti, occorre necessariamente ricorrere ad un plurale solo maschile o solo femminile; come è noto, in italiano si è soliti impiegare il maschile sovraesteso, vale a dire che in un gruppo composto da 99 bambine ed un solo bambino, si parlerà collettivamente di “bambini”. La seconda conseguenza è che le persone trans o non binarie non si trovano a proprio agio in una lingua così dicotomica, e cercano di trovare una via d’uscita dalle sbarre della gabbia maschio-femmina: cosa fare quindi se sesso biologico e identità di genere non corrispondono?

Paolo D’Achille scrive che, nel caso del maschile sovraesteso, «non si tratterebbe di una scelta sessista (come invece viene considerata da molte donne), bensì dell’opzione per una forma “non marcata” sul piano del genere grammaticale». E tu guarda il caso, aggiungo io, quella forma non marcata è proprio un maschile plurale. Vedi a volte le coincidenze… Tuttavia riconosco che se, in alternativa al maschile, utilizzassimo il femminile sovraesteso, a quel punto la situazione si rovescerebbe ai danni dei maschi.

Inserire un *, un _ o un ə potrebbe quindi aiutare non solo a uscire da questo schema, ma soprattutto a venire incontro alla sensibilità di tante persone (nel caso delle persone non cisgender, parliamo di una percentuale inclusa tra lo 0,5 e l’1,2% della popolazione; nel caso delle donne, circa della metà). Lo ammetto: forse non è la soluzione definitiva, forse se ne troveranno di più efficaci. Ci sono molti limiti, evidenziati in numerosissimi interventi sul tema. Al momento, però, questi simboli sono la miglior opzione a nostra disposizione. A stabilirne la bontà e l’utilizzabilità sarà soltanto il tempo.

Tutte scuse

L’impressione che ho avuto, leggendo tanto il testo della petizione quanto l’intervento della Crusca, è che si tenti di nascondersi dietro un dito. Tra le argomentazioni contro l’uso di asterischi e schwa si ricordino:

  • quelle che, forse solo per provocare, D’Achille definisce «collisioni sul piano del significato»: visto che in informatica * ha già un suo significato o Ǝ (proposto come simbolo per indicare lo schwa maiuscolo) già viene usato in matematica, e ancora ɜ (ipotizzato invece come schwa plurale) si confonde con il numero 3, c’è il rischio che chi legge si confonda.

Notiziona dell’ultima ora: la lingua è per definizione un codice equivoco, nel quale cioè «a un unico significante possono […] corrispondere più significati» (Berruto, Cerruti). Ad aiutarci interviene il contesto: se un mio amico mi dice che soffre per “pene d’amore”, difficilmente starà parlando di un membro maschile ricoperto di cuoricini. E non serve aver studiato linguistica per sfuggire alla trappola.

Tra l’altro, non ho mai sentito commenti indignati circa la somiglianza tra la I maiuscola e la l minuscola;

  • l’inserimento di nuovi simboli non è inclusivo nei confronti di «chi soffre di dislessia e di altre patologie neuroatipiche». Vero, per carità: mica per includere alcune persone vogliamo escluderne delle altre. Stavolta in nostro aiuto interviene la pedagogista clinica Lucia Iacopini, la quale dichiara «che solo quando lo schwa potrà essere scritto con facilità con una qualsiasi tastiera fisica o virtuale di smartphone o di computer e potrà essere letto dalle persone e dalle tecnologie assistive, allora sarà davvero inclusivo» (https://www.webaccessibile.org/approfondimenti/lo-schwa-%C7%9D-che-rende-linclusione-inaccessibile/). Insomma, lo schwa non è al 100% inclusivo… per ora, ma nulla vieta che col tempo possa diventarlo. La Apple ad esempio lo ha recentemente introdotto nelle sue tastiere, quindi sembrerebbe proprio che si stia andando in quella direzione;
  • Massimo Arcangeli si scaglia contro la pronuncia dello schwa: «il suono è quello di una vocale intermedia, e gli effetti, se non fossero drammatici, apparirebbero involontariamente comici». Qui l’argomentazione rasenta il ridicolo: ma chi è che decide cosa è comico e cosa no? A me il suo cognome ricorda l’Annunciazione, ma mi guardo bene dal prenderlo in giro o dal fare una petizione affinché l’Anagrafe bandisca il cognome Arcangeli. Trascurando il fatto che se la pronuncia dello schwa è ridicola, sono ridicole tutte quelle persone che parlano un dialetto che lo prevede (spoiler: non sono poche).

In ultimo, mi pare che i linguisti sopracitati impieghino termini finalizzati a sminuire da un punto di vista personale i loro avversari come meccanismo difensivo. Arcangeli li definisce incompetenti in materia linguistica, «col ghigno e l’ignoranza dei primi della classe» (per dirla con le parole di un altro Maestro). Insomma, fa finta di non sapere che la prima sostenitrice dello schwa in Italia è Vera Gheno, che non solo ha un curriculum linguistico di tutto rispetto, ma ha anche lungamente collaborato con l’Accademia della Crusca. Sempre Arcangeli tralascia invece che tra i primi firmatari della sua petizione vi siano Alessandro Barbero (storico), Massimo Cacciari (filosofo) e Michele Mirabella (giornalista), e soprattutto finge di ignorare che su change.org potranno sottoscriverla anche medici, calzolai e astrofisici (che, con tutto il rispetto per la professione, nulla hanno a che vedere con la linguistica). Insomma, cercare di screditare il proprio interlocutore è il primo segnale per capire che si sta scivolando, se non ci si è già precipitati, dalla parte del torto.

Un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di stegosauri e di maschi bianchi etero

Trovo infine quantomeno peculiare il fatto che, tra i firmatari della famigerata petizione, vi siano in larga parte uomini, appartenenti ad una ben affermata casta e con un’età superiore ai sessant’anni (in certi casi anche agli ottanta). Che Dio mi fulmini se non ribadisco la libertà di opinione ed espressione di qualsivoglia essere umano! Però insomma, mi pare che siano principalmente persone attaccate ad una tradizione ormai in via di scomparsa, che non sono in alcun modo toccate dai problemi di inclusività dell’italiano e che per giustificare il loro essere reazionarie si attaccano ad una presunta corruzione della lingua.

Alla fine della fiera…

Che ognuno sia libero di avere le proprie opinioni è sacrosanto. Ma è sacrosanto, soprattutto se poi si vuol fare un proclama di risonanza nazionale, anche ascoltare o leggere le opinioni altrui. Personalmente avrei apprezzato molto di più un dibattito tra fautori e detrattori dello schwa, mi avrebbe consentito di imparare e magari anche di mettere in discussione le mie convinzioni.

Quello che è successo, invece, è che la casta ha ritenuto imprescindibile continuare a dichiararsi tale, anche in barba ai principi della linguistica, alla sensibilità delle minoranze e alle posizioni delle nuove generazioni. Perché se, invece di raccogliere firme per un NO! marcato, Arcangeli e compagnia si fossero presi il disturbo di ascoltare cos’hanno da dire in merito i giovani linguisti, forse si sarebbero accorti di essersi allargati un po’ troppo. E magari avrebbero anche realizzato che gli studenti ai quali hanno impartito lezioni dalle loro cattedre fino a pochi anni fa, oggi impugnano quegli stessi insegnamenti contro di loro. Rischiando di vincerli.

Tra i testi consultati:

G. Berruto, M. Cerruti, La linguistica. Un corso introduttivo, Torino, UTET, 2011;

V. Gheno, Femminili singolari. Il femminismo è nelle parole, Firenze, effequ, 2019;

M.G. Lo Duca, Lingua italiana ed educazione linguistica. Tra storia, ricerca e didattica, Roma Carocci editore, 2013.

Il riferimento musicale è invece a F. Guccini, Cirano, 1996.

della vostra Collins

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