Le piramidi di giorni di Daina Opolskaite (Iperborea, 2021) – Recensione

“Penso che il tempo è un artigiano potente che crea le sue imponenti costruzioni con i secondi, i minuti e le ore. Sono delle vere e proprie piramidi di giorni che si stagliano sopra la mia testa e dalle quali non potrò mai uscire”.

Le piramidi di giorni, p. 146

Nella Lituania di oggi le bolle di certezze di uomini e donne dalle esistenze normali esplodono di fronte al fiume carsico della memoria, in grado di scavare piccoli ma inesorabili solchi. Nulla è come appare nei dodici racconti di Daina Opolskaitė e del suo specchio dei rapporti umani, Le piramidi di giorni, premio letterario dell’Unione europea 2019, pubblicato nel 2021 da Iperborea, primo testo lituano tradotto dalla casa editrice che ha gentilmente regalato questa raccolta alla Redazione dell’Incendiario.

Le piramidi di Giorni, Daina Opolskaite, Iperborea, 2021.

I personaggi dei racconti, avvolti nella copertina dai colori pastello e dal formato inimitabile delle edizioni Iperborea, sono come l’algido e affascinante paesaggio lituano, pronti a custodire uno scrigno di legami e di rapporti silenti sotto uno strato cristallino che diventa la protezione della parte più vera di sé. E così un amore molto più intenso di quanto non appaia lega nel primo racconto una madre ad un figlio, Volodia, bambino senza radici, senza passato, adottato senza trasporto. Le inferriate del titolo sono quelle che contraddistinguono un rapporto unico, “non oltrepassabile dagli altri, qualcosa di più forte di loro, come una solida inferriata impossibile da abbattere” (p. 25). Le stesse inferriate che il ragazzo senza radici ha sempre messo tra sé e il mondo. Eppure le inferriate verranno aperte proprio per occuparsi di una madre che nonostante tutto ha imparato ad amare a modo suo.

La forza di una donna nonostante le ripetute voragini del suo passato: le corone del secondo racconto illuminano una realtà famigliare difficile, fatta di sacrifici, di difficoltà nel crescere i figli da sola e di privazioni, con l’obiettivo costante di garantire ad ogni costo il bene dei figli e della propria madre: i piani del sacro e del profano si intrecciano, le corone abbaglianti che contornano i capi della Vergine Maria e di Gesù bambino entrano nell’umile casetta della famiglia lituana del racconto, la vera felicità risiede in una vita umile, piena a modo suo, la migliore possibile, garantita dall’affetto della propria famiglia e dalla consapevolezza di non essere soli: “uno splendore – nonostante tutto – mi acceca” (p. 55). 

Il ricordo di una persona che ha riempito la propria vita tanto da fornirne il senso più completo e la perdita improvvisa e irreparabile sono i protagonisti del terzo racconto, Quello che è reale. Il rapporto unico che lega la protagonista a Klodas viene scandagliato in ogni suo aspetto e porta alla consapevolezza che la bellezza è veramente a portata di tutti, ed è costituita dai gesti normali e banali che costellano la routine quotidiana e che avvolgono l’io in un abbraccio piccolo ma costante di certezze. L’amore raccontato è fugace, segna nuovi e inaspettati tracciati, esalta l’hic et nunc, vive di istinti, gli unici che alla fine danno un senso ad un’esistenza che potrebbe sbriciolarsi da un momento all’altro. E la perdita di questo equilibrio causa una distorsione di se stessi e della realtà, imbrigliando in “un tempo strano, cristallizzato come una goccia d’ambra, vagando senza sosta nei labirinti della memoria come l’aria nelle spirali di una conchiglia dalle spesse pareti, imprigionato per sempre, senza trovare l’uscita” (p. 58). Ma la vita, nei suoi aspetti più sorprendenti, è pronta a regalare una rinascita, a rigenerarsi in nuovi rapporti, come quello d’amicizia che lega la voce narrante alla nuova coinquilina Adriana.

Famiglia, amore, amicizia, questi i regni che vengono scandagliati nella raccolta di racconti. Al lettore non resta che lasciarsi condurre in una catabasi tra i gironi dei rapporti umani e a riemergere grazie all’incontro con quelle persone che, capitate al posto giusto nel momento giusto, diventano miracolose, “come lo sono le cose che capitano nelle favole, che appaiono all’improvviso nel momento di massimo bisogno e cambiano tutto” (p. 104). Rimane un senso di gratitudine per tutte le persone che abbiamo incontrato nel tragitto della nostra vita, quelle che sono sfuggite dai recinti labili della nostra memoria, ma che hanno plasmato e continuano a plasmare la nostra identità.

La vera protagonista è la memoria umana, la sua capacità di trattenere e rilasciare, di attrarre e respingere, di disegnare identità dai confini sempre più mutevoli. La memoria “è stratificata e si rinnova continuamente come la pelle […] non dimentica niente: tutto vi resta impigliato per sempre, ogni cicatrice o ferita, ogni tocco o sensazione” (p. 132). E come ci ricorda la prosa cristallina di questi racconti anche la scrittura ha il potere di scavare pur riportando a galla, di rievocare pur parlando di altro – e di altri -, di plasmare pur destrutturando.

Recensione di Iperborea di Eleonora Bufoli

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