Cause perse

Finalmente è arrivato quel momento del conflitto in cui anche io mi siedo e mi metto comodo al pc per fornire la mia opinione assolutamente non richiesta. Per quanto, anche questa volta, per l’ennesima volta, abbia tentato di rimanere super partes alle analisi che si stanno offrendo in giro per il web, sulla televisione e sui vari canali media, sembra che ovunque ci si giri, abbiamo uno schieramento di cattivoni contro una fazione di assolutamente buoni che vogliono solamente difendere la libertà. Ciò porta di per sé il fardello della retorica occidentalista, devota al rifiuto della guerra e della violenza al proprio interno, che ha l’obbligo morale e moralista di essere la garante dei valori assoluti della pace e della democrazia. Questa volta, il “nemico comune” di turno è il presidente della Russia Vladimir Putin che da qualche settimana a questa parte ha deciso di muovere un’aggressione militare in pieno stile Terzo Reich ‘38. 

A muovere l’esigenza di scrivere un pezzo su questa drammatica vicenda che sta sconvolgendo il mondo intero non è tanto la paura dello scoppio di una terza mondiale, o la volontà di scagionare Putin o Zelensky (che per estensione diventa l’Occidente intero). Faccio semplicemente mie, ancora una volta, le parole di Arendt nell’affermare che “cercare di capire non è perdonare”. Pertanto, mi sono messo a indagare su quali siano le motivazioni che potevano spingere la Russia ad attaccare l’Ucraina e su come questa decisione stia, di nuovo, polarizzando l’opinione pubblica e, di fatto, il mondo intero. 

Tralasciando gli innumerevoli errori di scrittura che non fanno altro che mettere in evidenza l’inadeguatezza di alcuni giornaletti che si auto-ergono a testate giornalistiche, rischiando di creare ancora più confusione, questa a cui stiamo assistendo non è una guerra che ha origine in una disputa ideologica. Semmai lo è diventata, ma solo in un secondo momento. La Russia putiniana sta palesando mire espansionistiche da ben più di qualche giorno: anzi è corretto affermare che tale questione si è palesata pubblicamente già nel 2008, con la crisi di Georgia, per poi ravvivarsi nel 2014 con la crisi di Crimea. Sarebbe piuttosto ingenuo credere che Putin sia a caccia di espansione territoriale, date le dimensioni già notevoli dello Stato che governa. C’è da chiedersi cosa ci sia in quell’area che circonda il mar Nero e che risulta essere di così vivo interesse geopolitico. Da un confronto su questo argomento con una mia amica e collega dottorata in geofisica, dott.ssa Maddaloni, è emerso che in quest’area è presente una significativa concentrazione di risorse minerarie il che deve essere letto in continuità con la presenza di giacimenti di gas e petrolio. Ciò significa che chi controlla tale areale, è agevolato sui costi di reperibilità di tali materie prime, così centrali nell’economia internazionale. Inoltre, c’è da considerare anche la questione dei gasdotti che collegano la Federazione Russa con l’Europa. Tali considerazioni, quindi, neutralizzano già in partenza l’ipotesi che la Russia abbia invaso l’Ucraina per scopi meramente ideologici, sebbene il discorso tenuto dallo stesso Putin alla sua nazione sembri sottolineare il contrario. 

Altro argomento interessante è vedere come il trend post ‘89 abbia spinto numerosi Paesi che erano sotto la sfera di influenza sovietica a preferire il modello Occidentale, scegliendo una narrazione neo-liberista che poi ha spianato la strada alla volontà di inserirsi nell’Unione Europea. Sebbene l’impostazione socialista resti, almeno sulla carta, una narrazione sempre affascinante, almeno per nostalgici ideologici come il sottoscritto, è da riconoscere che il mito della libertà e dell’autorealizzazione che ha animato l’Occidente dalla fine della Seconda Guerra mondiale ad oggi, comunque rimane una via più appetibile rispetto al militarismo dittatoriale di stampo sovietico. Dunque, non stupisce che più di un Paese, specie tra quelli confinanti con la Russia, abbiano preferito avvicinarsi a realtà come l’UE e/o la NATO. L’Ucraina, di fatto, rientra proprio tra questi; tale posizione non può tuttavia essere accettabile per Putin, che, se si guarda al trend acquisito dalla politica estera russa negli ultimi quindici anni, certamente è interessato a limitare la sfera di influenza occidentale, cercando di preservare un’area “cuscinetto” tra i propri confini e i Paesi del Patto Atlantico.

Solo in terza istanza si giunge all’argomento ideologico: le regioni del Donbass e della Crimea presentano una forte influenza russofona, il che, stando al discorso summenzionato di Putin stesso, basterebbe a giustificare un’annessione alla Russia. Il problema, benché esplicitato in questi termini sembri piuttosto semplice, è comunque di natura complessa, dal momento che richiama quesiti di ordine giusnaturalista, il che implicherebbe l’interrogarsi nuovamente sulla natura di Stato e di Nazione. Tuttavia, se ci si impegnasse a far luce su questo argomento, si finirebbe con il tradire la premessa iniziale, perdendosi in un discorso molto denso e complesso, comunque lontano dall’obiettivo di questa sede.

Resta solo il dato di fatto che, dal momento che la comunità internazionale riconosce le summenzionate regioni come facenti parte dell’Ucraina, quella di Putin è un’azione militare che viola la sovranità di Kiev, la cui legittimità è da rimandare alla mera questione del giudizio individuale. Sicuramente, almeno all’opinione del sottoscritto, l’invasione militare dell’Ucraina resta un atto illegittimo e condannabile sotto qualsiasi punto di vista.

In ogni caso, a prescindere dall’opinabilità sul fatto, bisogna ammettere che Putin sta difendendo gli interessi del proprio Stato, comportandosi da super potenza. Non sta facendo diversamente da quanto già visto per gli Usa in Cile con Pinochet. Tuttavia pare opportuno domandarsi perché quando lo fecero gli statunitensi non ci fu tutto il clamore mediatico e, se vogliamo, anche empatico, con i Paesi che venivano sistematicamente invasi – elemento che solleva anche il dubbio su quanto l’Occidente abbia nel corso della propria storia violato i diritti umani in primis e le sovranità di Stati legittimi poi, che sono poi le categorie di cui ora si sta facendo, ancora una volta, paladino.

Alla luce di ciò, comincia a essere calzante chiedersi perché in Occidente vediamo Putin come il “dittatore malvagio” di turno. Sicuramente non gioca a nostro favore il fatto che la Russia abbia esplicitamente fatto riferimento alle proprie armi nucleari, il che non può che riportare alla memoria le immagini dei funghi di fumo su Hiroshima e Nagasaki. Inoltre, siamo atterriti dalla prospettiva di una guerra nucleare anche per la portata di devastazione che comporterebbe: l’esperienza delle due città summenzionate insegna che le macerie di un bombardamento possono essere ripulite e poi ricostruite; dopo un’esplosione nucleare, ci vogliono decenni prima di tornare a vivere nei posti bombardati. Quindi si è prepotentemente avvicinato, nelle vesti dell’esercito russo, lo spettro della tanto temuta fine dell’uomo, di cui si argomentava già da tempo, con gli scritti di Marcuse e, più in generale della scuola di Francoforte, nei quali si leggeva della paura della morte come strumento di garanzia dell’equilibrio pseudo-pacifico.

Altro elemento allarmante è la dipendenza economica che in questi anni l’UE ha alimentato nei confronti delle forze che stiamo designando come “nemico”. Se si getta uno sguardo alle alleanze prospettate, la Russia è legata a filo doppio con il colosso asiatico della Cina, altro partner fondamentale per la nostra economia. In caso il conflitto non dovesse rimanere nei confini ucraini, è del tutto plausibile pensare che le forze NATO e UE partano da una posizione di svantaggio più che palese: si tratta di un continente notevolmente piccolo che combatte contro due Stati continentali che gli forniscono uno l’energia e l’altro la tecnologia. Il tutto sempre nell’auspicio che la Siria di Assad e il Brasile di Bolsonaro rimangano spettatori e non si schierino con i loro già alleati commerciali e politici. In quel caso, lo scenario diventerebbe davvero drammatico, e tutte le paure che potrebbe suscitare sono del tutto fondate.

Quanto di tutto questo è imputabile ai nostri “nemici”? Mi viene da chiedere se anche noi, in quanto UE, ci siamo mai interrogati sulla possibilità di uno scenario simile. Davvero vogliamo credere che siamo sempre stati in buona fede quando ci stavamo legando con patti e accordi vari a filo quadruplo con potenze come Russia e Cina? Ancora vivida è nella mia memoria l’immagine di Di Maio che festeggia come una vittoria mondiale l’apertura della “nuova via della seta” qualche anno fa. Dov’è la strategia e la lungimiranza che ci aspettano dall’Istituzione europea, se non nel singolo stato, ma quantomeno comunitaria? Un sospetto di ingenuità che perpetua anche nel come è stata gestita la stessa questione dell’invasione dell’Ucraina, almeno all’inizio: mentre l’esercito di Putin marciava spedito su Kiev, ecco che i capi di Stato europei erano ancora in procinto di unirsi per decidere quali sanzioni infliggere alla Russia. Una manovra troppo lenta, che suggerisce una volontà di gestire la situazione non gestendola, richiamando il motivo di Streeck del guadagnare tempo – che poi è l’unico elemento che Putin, tra ultimatum e minacce continue, sembra non essere disposto a concedere.

Si tratta, dunque, di un conflitto che si consuma sì con le bombe e con i carri armati, ma soprattutto con il tempo. L’UE che cerca di guadagnare tempo contro una Russia che vuole accelerare tutto, che paradossalmente è quanto di più in linea con il gusto occidentale della velocità e dell’immediatezza. Solo che a differenza della mancata criticità che implica la corsa al traguardo tipica della nostra cultura, Putin è tutto fuorché precipitoso. Dunque si apre lo scenario di uno scacchiere dove, stando almeno alle notizie di cui disponiamo adesso, stiamo affrontando un gran maestro, mentre noi sappiamo a malapena muovere i pezzi.

 

01.03.2022

Udine, Lorenzo Valerio

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