Gli idioti

L’editoriale del lunedì è quel meraviglioso testo che permette di spaziare con la fantasia e seguire l’ispirazione del momento, per trattare tematiche disparate di letteratura, attualità, politica, filosofia e chi più ne ha, più ne metta. Quando la programmazione ti ricorda che la settimana in arrivo è quella in cui spetta a te scriverlo, ti assale un po’ quell’ansia da prestazione dovuta alla possibilità di scelta, alla libertà che ti si para davanti, e allora rimugini, magari scegliendo un tema perché tra un mese non sarà più attuale, oppure un altro più complesso perché sai che tra un mese avrai meno tempo da dedicargli. Decidere cosa scrivere nell’editoriale del lunedì, in sintesi, è tutt’altro che una passeggiata, e lo è ancora di meno quando non ci sono idee, o quando sembra che il mondo non dia spunti per ricordare l’idiozia che lo infesta. Tuttavia, questa settimana la scelta è stata semplice, forse anche scontata e non sorprenderà nessuno, ma la vicenda in questione è talmente assurda, talmente al limite tra il comico e lo sconcertante, che nemmeno ci sono stati dubbi.
Un paio di settimane fa, le varie testate giornalistiche hanno diffuso una notizia: l’Università di Milano Bicocca ha sospeso (in parole povere, cancellato fino a nuovo avviso) il corso del professor Paolo Nori su Fedor Dostoevskij, salvo poi ritrattare e tornare sui propri passi, complici innumerevoli polemiche e, forse, la percezione di aver compiuto un gesto senza senso. Con la situazione bellica in continuo sviluppo, con una Russia, anzi, con un russo che sta avanzando ad est, con lo spettro di una guerra globale che si manifesta sempre di più, il brillante pensiero è quello di eliminare dal programma universitario un ciclo di lezioni su uno dei maggiori autori russi (e mondiali) “per evitare polemiche”. Resta ancora oscuro il potenziale contenuto di queste polemiche, dato che lo scrittore, oltre ad essere morto e sepolto, non è stato un sostenitore della guerra, né tanto meno, per ovvie ragioni cronologiche, di Vladimir Putin. Di solito mi dilungo in analisi complesse e piene di argomentazioni, ma davanti a questo atto altro non mi viene che sottolinearne l’idiozia e la superficialità dell’operazione. Qual è il significato della cancellazione di questo corso? Che messaggio si voleva trasmettere? Che basta essere russo di nascita per essere considerato negativamente? Questo scivolone totalmente inopportuno deve far riflettere.
È pratica comune ormai quella di compiere azioni prive di vero significato, purché forti e risonanti, ma non meno spesso accade che le stesse risultino soltanto di cattivo gusto e totalmente fuori contesto. Il problema si ingigantisce quando non sono persone qualsiasi a macchiarsi di gesti simili, ma istituzioni che dovrebbero rappresentare il lume del sapere e che dovrebbero indirizzare il dibattito culturale, in un periodo complesso come non si vedeva da anni, verso l’apertura. Dostoevskij, come i suoi colleghi di origine russa, è alla base della cultura occidentale; è uno scrittore che ha saputo indagare come pochi la crisi dell’uomo moderno, anticipando di decenni molti colleghi letterati e pensatori, e che dovrebbe essere conosciuto sempre di più (mea culpa per averne letto pochissime opere). Escludere gli studenti da questa possibilità soltanto per compiere una scelta senza capo né coda – che non definirei nemmeno buonista, come si suol fare in situazioni del genere – significa privarli di un momento di approfondimento e crescita culturale cruciale, con la semplice ragione di “evitare polemiche”. Ancora una volta, la moda dell’azione repentina ed efficace ha mostrato tanto del pensiero contemporaneo, della sua superficialità e della ricerca di rapidità senza riflessione. Ancora una volta, questa situazione ci ricorda che non si deve badare soltanto alle azioni, ma ai motivi per i quali accadono. Compiere un gesto per una ragione o per un’altra forse non ne cambia la forma, ma necessariamente interviene sulla sostanza. Molto spesso si pensa che una volta che un’azione è terminata, non importano le ragioni, ma conta solo che sia stata messa in pratica. Tuttavia, non è secondario spingere il pensiero oltre, poiché le ragioni determinano in maniera importante ciò che accade in secondo piano e servono a farsi un’idea più chiara di ciò che succede ad un livello più profondo della realtà individuale e sociale. La domanda, dunque, è ancora questa: cosa può davvero aver spinto i rappresentanti di un’istituzione a muoversi in una direzione tanto priva di significato, nonché assolutamente anticulturale?
Una risposta non è realmente possibile, troppi fattori possono esserci in ballo dei quali non siamo a conoscenza. Se ci si limita a vedere soltanto la vicenda in una maniera rapida quanto lo è stata la vicenda stessa, diremmo che è una grande gaffe, e tanti così l’hanno etichettata, ma una gaffe è spesso inconsapevole, è un lapsus, una svista o un attimo di distrazione. Non si tratta di questa situazione, non mi riesce di crederlo e mi viene da pensare che chiamarla in tal modo serva solo a minimizzare il problema di fondo. Troppe azioni negli anni recenti hanno dimostrato che azione e pensiero dovrebbero essere più bilanciati, e che prima di eliminare Dostoevskij da un programma universitario si dovrebbe riflettere sulla sua figura e sulla sua influenza, non sul suo albero genealogico. Allo stesso modo, compiere processi mediatici a poche ore da determinati avvenimenti può essere un’arma a doppio taglio, nonché una totale ingiustizia nei confronti dell’imputato o del crocifisso in questione (torna alla mente il celebre caso Depp, per citarne uno). Rapidità ed efficacia non sono necessariamente sinonimi, Italo Calvino lo spiega nelle Lezioni americane, precisamente nella seconda: «La rapidità dello stile e del pensiero vuol dire soprattutto agilità, mobilità, disinvoltura; tutte qualità che s’accordano con una scrittura pronta alle divagazioni, a saltare da un argomento all’altro, a perdere il filo cento volte e a ritrovarlo dopo cento giravolte». (I. calvino, Lezioni americane, Milano, Oscar Mondadori, p. 48) Agilità, mobilità e disinvoltura sono presenti nel pensiero contemporaneo, ma nelle accezioni peggiori che a questi termini possono essere accostate. C’è una tensione a spostarsi agilmente tra conclusione insensate, azioni senza scopo e procedimenti che insultano l’intelligenza e lo sviluppo intellettuale degli individui che risulta preoccupante poiché sempre più diffusa e sempre meno contrastata; né tantomeno ci si preoccupa tanto delle figuracce, tanto una goccia in più o in meno nell’oceano…
In questo ambito, credo, si può collocare la breve ma intensa vicenda, per fortuna conclusasi per il meglio, che ha riguardato Paolo Nori e l’ateneo milanese. Purtroppo, tra pochi mesi tutto verrà dimenticato, cadrà nell’oblio come una delle vicende del 2022, delle tante gaffe, appunto, in cui si incorre nella vita. Intorno alla fine dell’anno qualche trasmissione ci rinfrescherà la memoria e tutti diremo “oddio, ma ti ricordi?”, dimenticando però, ancora una volta, di pensare davvero all’accaduto e alle sue ragioni, alla preoccupante diffusione di un modus operandi da condannare e da contrastare sempre di più per evitare altre azioni banali, idiote e la loro ripetizione all’infinito, e soprattutto perché non vengano chiamate gaffe e trattate come tali, ma mostrate come esempio negativo di pensiero e azione.

Leonardo Borvi per la redazione de L’Incendiario.

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