Natalia Ginzburg: tra esilio e scrittura

È il giugno del 1940 e, all’entrata dell’Italia in guerra, Torino viene pesantemente bombardata dalle forze alleate. Chi è in grado di mettersi in salvo ha già lasciato la città in direzione di luoghi sicuri; chi invece era già stato identificato come “sabotatore del regime”, persona pericolosa per la sicurezza dello Stato, è costretto all’internamento per l’intera durata della guerra. L’infelice sorte dello sradicamento territoriale si allaccia alle circostanze esistenziali dell’intellettuale, antifascista ed ebreo, Leone Ginzburg e della sua famiglia. In agosto Leone ha affittato un appartamento sulla strada principale del paese abruzzese di Pizzoli e fa richiesta al Ministero dell’Interno che gli sia concesso di farsi raggiungere dalla moglie e dai figli. Due mesi dopo anche Natalia raggiunge Pizzoli con i due bambini e il nucleo famigliare è nuovamente ristabilito. Il paese abruzzese emerge nitido dai ricordi della scrittrice: schierato su una strada larga, polverosa e piena di biciclette, che porta il nome altisonante di Corso Sallustio. Avrà modo, nei mesi a seguire, di approfondire la conoscenza dell’espressività paesana, nelle sue peculiarità umane per tramite di incontri che, cristallizzati su carta, infittiranno le pagine degli scritti del periodo. Eppure l’assestamento dei primi tempi è così faticoso che la costringe ad adattarsi ad una vita più primitiva, più reclusa di quella avuta a Torino. Lo spazio di manovra inoltre è limitato: tre sole stanze in cui vivere con i figlioletti e, nel tempo rimastole a disposizione, se e quando vi riesce, offrirsi alla scrittura, poiché la chiamata a dare espressione alla propria voce interiore si fa irrinunciabile e nessuno dei due coniugi frena il proprio trasporto verso l’attività editoriale. Il 27 maggio del ’41 giunge a Pizzoli, fresco di pubblicazione, Paesi tuoi. L’edizione colpisce molto Leone, ma è Natalia a ricevere una cartolina da parte dell’amico Pavese, che dice: «Cara Natalia, la smetta di fare bambini e scriva un libro più bello del mio». L’impressione provocatole da quelle parole la sollecita a scostare l’attenzione dalla traduzione in corso della Recherche. Diviene opportuno, a questo punto, specificare come Proust riecheggerà anche nel titolo del primo romanzo della scrittrice: La strada che va in città; pensato, tra l’altro, proprio dal marito che aveva reso in italiano il primo volume della Recherche con La strada di Swann. «Ho seguito il suo consiglio» dice lei a Pavese, quando qualche tempo dopo, a Torino, è a lui che consegna il manoscritto del romanzo, pubblicato nel 1942, sotto lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte per eludere la censura fascista che arrestava la pubblicazione di articoli e libri da parte di ebrei. Tornimparte è il nome di un paese che le è rimasto in mente, invece Alessandra è il suo secondo nome, talmente gradito da entrambi da darlo anche alla loro terzogenita. Nasceva così La strada che va in città. Dal romanzo emergono dirompenti gli elementi caratteristici dell’arte scrittoria di Natalia Ginzburg, a cominciare da un impietoso realismo attraversato da una sofferta vena lirica. L’attenzione della scrittrice rivolta alla trama è comprensiva, affabile, permeata di ironia, manchevole di giudizio morale e fa che si dipinga sul volto di chi legge un’espressione di accondiscendenza, a tratti guastata da un presagio di malinconia, reazione non poi così inattesa nei riguardi di una poetica portatrice di una sofferenza esistenziale seppur flebile, quasi inespressa. La strada che va in città è esattamente corso Sallustio, ben nota a Natalia come al suo personaggio Delia: una ragazza di campagna proiettata a costruirsi un’esistenza migliore in città, simbolo di tutte le aspettative giovanili in definitiva disattese; una tipica eroina morantiana, inconsapevole di sé, inquieta, scontenta, inappagabile ma coi tratti peculiarissimi dei cari personaggi femminili ginzburghiani, a metà tra l’esser ragazze e l’esser donne; maldestra, ingenua, irrisolta, a cui mai nessuno ha insegnato quale e dove fosse la felicità da ricercare. I personaggi presenti, descritti in piena caratterizzazione pavesiana, erano la gente del paese che la scrittrice vedeva passeggiare dalle finestre, che incontrava sui sentieri; il prodotto dunque di un’associazione automatica con persone reali intrufolatesi all’interno delle sue storie che, non richieste, assumevano i tratti familiari anche di parenti e amici. Il paese era quello che già da un anno conosceva nei suoi vicoli più ignoti, in cui motivi e sfondi abruzzesi si mescolavano con ambienti e immagini torinesi, e il personaggio di Delia poteva essere una ragazza che incontrava sempre sui sentieri, una vecchia compagna di classe o in qualche maniera, più indefinita e oscura, lei stessa: «E da allora sempre, quando usai la prima persona, m’accorsi che io stessa, non chiamata, non richiesta, m’infilavo nel mio scrivere», e la strada che tagliava a metà il paese, che correva per i campi e le colline, fino a raggiungere L’Aquila, era venuta anch’essa nella sua storia. La dialettica di città e paese, nella strutturazione alternata su cui si fonda il romanzo breve, contrassegna le insoddisfatte peregrinazioni di Delia, senza lasciar emergere connotazioni di giudizio antitetiche. Il paese, con la vita che vi si svolge, è riproposto nel pieno della sua problematica sociale: miseria e disoccupazione, preoccupazioni economiche, discrepanze e assenza di rapporti armonici tra genitori e figli, a dimostrazione che l’anarchia familiare è l’elemento distintivo dell’ambiente in cui vive la protagonista. Ma anche la città, carica di tutte le aspettative di ascesa sociale e di felicità raggiunta, si qualifica nell’ottica di un deludente miraggio. Tra paese e città non si separano più i limiti distintivi: quel che accade nell’uno è anticipazione o corrispettivo di un avvenimento nell’altra, producendo un’osmosi di reciproche interferenze e associazioni con una realtà instabile che ovunque vada compiendosi non concede mai conferme. In apparenza solamente Ninì riesce a scavalcare i limiti delle proprie origini paesane, spezzando il rapporto deterministico tra natura e ambiente, istruendosi e integrandosi nel contesto lavorativo della città, ma la conclusione del romanzo ne riporta l’infelicissima decisione di sottrarsi alla vita, in parte per il sentimento inappagato per Delia e in parte per un’inquietudine esistenziale che fa anche del suo caso un’esperienza di vita irrisolta e del suo riscatto di ascesa sociale un traguardo di breve durata. La sua è una strada sbagliata, dunque, come del resto lo è anche quella degli altri personaggi. Quel paese, ammetterà in seguito Natalia, lo amava e lo detestava, ma fu lì che poté inaugurarsi la sua scrittura. La trama piace molto a Leone che non smentirà mai il senso di fascinazione a cui la scrittura della moglie lo sottoponeva, risarcendo il carattere insicuro di lei con apprezzamenti e proposte di pubblicazione presso altri intellettuali emergenti. Gli anni del confino, nonostante l’ambivalente rapporto con la realtà provinciale, hanno di splendido che intensificano il legame coniugale, già di per sé consolidato da anni di stima e affetto, in cui mai mancavano, soprattutto nei momenti più difficili, parole di conforto, di incentivo e di amore. Leone è per lei quel riferimento impazientemente atteso da tutta la vita e di cui, come spesso avviene, in principio non se ne riconosce l’unicità; poiché nella ricerca della persona giusta si è piuttosto trasportati da una tumultuosità emozionale, che sia incendio dei sensi e offuscamento dei pensieri ma che, in definitiva, a entusiasmi sopiti, non concede che un qualcosa di più sopravviva. Ci accorgiamo che la differenza tra quella persona e le altre sta nel non sentirsi mai stanchi di parlare e di ascoltare e nonostante lei anche possieda, al pari di ciascun altro, l’infinita capacità di provocarci tutto il bene e tutto il male possibili, ci sentiamo, in sua presenza, infinitamente tranquilli.

Poche settimane dopo la caduta del fascismo, Leone si trasferisce a Roma per tornare all’attività editoriale e politica, prendendo la direzione della locale sede Einaudi e quella de L’Italia libera, foglio clandestino del Partito d’azione. Viene arrestato il 20 novembre del 1943, in possesso di documenti falsi che non bastano a lungo a mascherare la sua identità e viene consegnato ai tedeschi come ebreo. Leone Ginzburg muore nelle carceri romane di Regina Coeli il 5 febbraio 1944, in seguito alle torture subite dalle guardie naziste. Quelle di Inverno in Abruzzo, con cui si schiude l’opera Le piccole virtù, sono le prime pagine scritte dopo la morte del marito, nell’autunno di quello stesso 1944. Il tempo verbale impiegato è il passato remoto, come se i fatti accaduti solamente pochi mesi prima risalissero a un periodo lontanissimo. La scelta di questo utilizzo potrebbe essere stata proprio uno stratagemma per accogliere il dolore e il lutto così prossimi per renderli irrevocabili a partire da una prospettiva di eternità, ricordando quel tempo ancora così vicino come fosse lontano. Inverno in Abruzzo non può dirsi un testo di autoconsolazione, bensì uno scritto che testimoni come l’autrice sia giunta a chiarificare l’immagine più veritiera di un tempo che ormai poteva esistere solo come memoria di un destino spezzato. Mentre si trovava a Pizzoli aveva più volte intimamente creduto che quegli anni di confino fossero una disgrazia, un castigo inflittole alla mente e al corpo. Sul soffitto del suo appartamento è dipinta un’aquila che diviene per lei simbolo dell’esilio, come la stufa verde rimastale impressa, la campagna abruzzese e la neve immobile che dal momento in cui incominciava a cadere, gradualmente la tristezza s’impadroniva dello spirito. Lontana la città, lontani i libri, lontani gli amici, la nostalgia cresceva di giorno in giorno, qualche volta dimostrandosi piacevole, altre divenendo una compagnia talmente pungente e amara da mutarsi in un odio da dover tenere celato. La varietà umana di incontri descritti recupera a pieno la veridicità della realtà paesana: la gente che appare in quelle pagine la si sarebbe riconosciuta all’istante recandosi sul luogo. Ebbe modo di imbattersi in tanti volti differenti per la strada, e quegli stessi affollavano anche la sua casa, per offrire o prendersi favori e chiedere consulenze di vario genere a suo marito di cui ignoravano come si pronunciasse il cognome, ma che tenevano in una stima altissima e lo chiamavano Professore. Davanti alla morte solitaria di Leone, si chiede Natalia, se davvero quella pioggia di orrori potesse essersi abbattuta proprio su di loro, che fino a qualche mese prima passeggiavano insieme sulla neve e andavano a comprare gli aranci alla bottega di Girò: ricchezze che l’esilio restituiva loro ma che nel viverle non si erano sapute riconoscere. In Abruzzo, la scrittrice vive proiettando sull’avvenire le aspettative mancate del presente, immaginandoselo facile e lieto, appagante nelle esperienze e nelle comuni imprese; invece come Nelle piccole virtù dichiarerà, quell’esilio scomodo e nevoso era davvero l’unico tempo della felicità: «Era quello il tempo migliore della mia vita e solo adesso che m’è sfuggito per sempre, solo adesso lo so». Una riflessione così emotivamente potente, nella sua incisività nostalgica, da far riecheggiare, per similarità di concetto, riferita alla dimensione astorica di un microcosmo separato che nulla anticipa dell’atroce scoperta della vita e della guerra, l’indimenticabile verso morantiano: Fuori del limbo non v’è eliso. Nell’avvertenza iniziale a Le piccole virtù racconta che dal giorno in cui tutti loro hanno abbandonato Pizzoli, il paese è molto cambiato: è diventato un centro turistico, un luogo di villeggiatura che lei non ha conosciuto in questa forma nuova né lo desidera, poiché con dolore comprende che sia un bene che la vita prosegua, che non debba esserci stanziamento, fissazione su luoghi e persone di cui anche le più care, umane e ospitali, come i proprietari dell’unico albergo esistente che salvarono la vita a Natalia e ai bambini, quelle persone non sarà più possibile sapere dove rintracciarle, se non nella scrittura di carattere memoriale che può ripercorrere all’indietro la vita che è stata, lì dove essa non è più, né mai più risarà. Di lei sappiamo a quante estenuanti fughe si sia sottoposta insieme ai figli, quanti nascondigli abbia cambiato, quante volte abbia rischiato di esser presa; la paura è pervasiva ed era divenuta una cosa sola con la stanchezza di vivere. Dalla guerra non si guarisce mai, ma c’è una conseguenza positiva, per chi la stia cercando: non è più possibile mentire quando si scrivono libri, come nelle altre cose che si fanno. Soprattutto, lei dice, non può mentire ai suoi bambini che ha svegliato nella notte e vestito al buio per fuggire, per nascondersi o per allontanarsi dagli allarmi che trafiggevano il silenzio di solamente un attimo prima; ai suoi figli ha sempre detto la verità su quello che stava accadendo, sulla sorte del loro padre. In ottobre rientra, sola, a Roma e di lì a poco scrive una toccante poesia commemorativa per il marito scomparso, intitolata Memoria. Alba de Céspedes, direttrice della rivista Mercurio, al momento della pubblicazione della poesia, precisa come al pubblico la scrittrice fosse nota unicamente con lo pseudonimo di Alessandra Tornimparte, necessario ad eludere le persecuzioni razziali nel periodo dell’opposizione fascista, ma che da quel momento chiede di firmarsi Ginzburg, perché se aveva avuto un padre amorevole e sicuro delle sue qualità artistiche, questo era stato certamente Leone. La ragione più profonda di questa nuova vita la intuisce acutamente Cesare Garboli pronunciando le seguenti parole: «L’uovo si è rotto». Come scrittrice ma, prima ancora, come donna, Natalia è emersa, è nata a sé stessa, perché la vita può cominciare solo con una prova, una lacerazione che, per quanto dolorosa, può rivelarsi un’occasione utile per schiudersi al mondo; allora sì che sopraggiungerà l’adultità che, a suo dire, è avere alle spalle la presenza muta dei morti, il tracciato di una vita che si è spezzata e che deve tornare a ripararsi. «[…] Tutto il resto in noi è tanto fragile. Abbiamo lo stomaco delicato, la pelle delicata, il palato sensibile, i nervi fragili. Abbiamo insonnie, tremiti, incubi, sudori notturni. Ma il cuore non ha mai niente, è sanissimo. Ingoia tutto, manda giù tutto, i pensieri angosciosi, gli anni orribili. È il cuore che è forte, è il cuore». Nel marzo del 1945, esce la seconda edizione del suo primo romanzo, La strada che va in città, comprendente altri tre racconti, Un’assenza, Casa al mare, Mio marito, che lei giudica i più belli, e per la prima volta in copertina figura il nome con cui il mondo la ricorderà sempre: Natalia Ginzburg.
Ma del resto, siamo e saremo noi lettori a realizzare la sua eternità restituendole, ad ogni lettura delle sue opere, avverati i versi di Stagioni – una delle ammissioni poetiche più ritrattistiche che abbia lasciato della propria persona: La ragazza che fumava, sdraiata/ Sul divano, che taceva sola/ Non bisogna dimenticarla.

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