L’infanzia perduta

Da quasi quaranta giorni una ferita profondissima si è aperta nel cuore dell’Europa. Ogni giorno continua a sanguinare, ad ogni notizia di case distrutte, di vite spezzate, di civili costretti a rintanarsi nel sottosuolo, in una sorta di ancestrale ritorno alla terra, mentre fuori imperversa la ferocia. Ed ora, per sbatterci ancora più forte la realtà in faccia, arrivano nuove immagini dall’Ucraina. Ancora una volta, l’umanità diventa testimone di crimini di guerra di una violenza inaudita. Ancora una volta, ne pagano le conseguenze civili, riversi, a centinaia, sull’asfalto, morti da giorni, gettati come fossero rifiuti, pedine del tragico gioco della guerra che si è abbattuto a Bucha, pochi km a nord ovest dalla capitale Kiev.

Indigna pensare come sia possibile che un male così atroce possa continuare ad accadere anche nell’iper modernità in cui viviamo oggi: lo sviluppo all’ennesima potenza della conoscenza, il vortice delle informazioni che ci avvolgono ogni giorno, i progressi raggiuti in campi di cruciale importanza che preservano la vita umana, tutto ciò svanisce all’improvviso di fronte a questo ennesimo Guernica dei tempi moderni. La dignità dell’essere umano, l’unicità e la ricchezza della sua persona, vengono annichilite dalle foto di mani legate da fascette di plastica, corpi scaraventati per terra e lì abbandonati, donne prima violentate e poi schiacciate dai carro armati, persone ridotte a pura carne, da eliminare in quanto prova agghiacciante dell’orrore.

Di fronte ad un massacro drammaticamente troppo simile ad altri, dal più recente di Aleppo, nella martoriata Siria, a quello della vicina Srebrenica, in Bosnia Erzegovina, il pensiero che più mi ossessiona è rivolto ai bambini, a chi non ce l’ha fatta e, ancora di più, a chi resta, bloccato nel paesaggio apocalittico del Guernica.

Cosa significa per un bambino del 2022 vivere in una città ridotta in macerie? Cosa significa passare dalla società dell’immagine e del comfort a portata di mano, a quella degli squilli continui di sirene, di rombi assordanti, di buio e fame in rifugi sotterranei? Cosa significa lasciare di punto in bianco ogni cosa, stravolgere i piani per il futuro e addirittura mettere in dubbio l’esistenza stessa di un futuro? Cosa significa perdere la progettualità, la speranza, la visione a lungo termine e rimanere schiacciate nell’asfissiante e tragica dimensione presente? Gli oltre 6 milioni di bambini che come denunciato da UNHCR stanno lasciando le loro case, le radici, i ricordi, sono gli stessi in fuga, solo qualche mese fa, dall’Afghanistan, gli stessi che ancora a distanza di diversi anni stanno combattendo con le ferite inferte dalla guerra in Siria. Bambini appiattiti, annichiliti, probabilmente costretti a rinunciare prima degli altri ai bagliori dell’infanzia, a ingrigirsi prima del tempo con le sfumature dell’età adulta.

Un’infanzia perduta, ancora più delle illusione di Balzac. Ancora una volta, dall’arte e dalla letteratura provengono delle testimonianze evocative. La crudezza della guerra viene ben raccontata dal calviniano Pin, il piccolo protagonista de Il sentiero dei nidi di ragno: un bambino che è stato costretto ad accantonare l’innocenza e si è trasformato in cinico e disilluso partigiano mosso esclusivamente dal desiderio di combattere contro fascisti e nazisti. Ad un fantasticare caleidoscopico, subentra la dura volgarità della realtà. La stessa durezza che affronta la giovane Rosetta figlia della “ciociara” Cesira nell’omonimo romanzo di Alberto Moravia. La guerra, la vita di stenti e di fuga, la liberazione, stravolgono la vita della ragazza costretta a subire una violenza che la cambierà per sempre. La guerra marchia i bambini, li corrode, li stravolge completamente, proprio come accade, sul grande schermo, al piccolo Ivan, protagonista del primo film del regista Andreij Tarkovskij – di cui proprio oggi ricorre il novantesimo anniversario dalla nascita – L’infanzia di Ivan. Quello che sembra un dodicenne è in realtà un piccolo combattente, pronto a tutto pur di uccidere i nazisti che gli hanno sterminato la famiglia. Tutto il contrasto tra l’infanzia perduta e il cinismo incontrato troppo presto viene espresso attraverso i flashback che aprono e chiudono il film e lo costellano di finestre aperte sui ricordi del piccolo, sulla madre e la sorellina, sulle corse in mezzo al bosco, sulla scintillante superficie del mare. Ed ora non resta che spazi asfissianti, oscurità, ombre persistenti che sovrastano i personaggi, diventati ormai dei fantasmi di loro stessi: un incubo reale e consistente che fa sprofondare ogni cosa nel suo baratro.

Nikolaj Burljaev in L’infanzia di Ivan

Questo grande senso di sgomento può essere in parte colmato dalle storie di accoglienza che si stanno moltiplicando anche presso le famiglie italiane, come quella di Alice che con suo marito e i due figli stanno ospitando nella loro casa milanese Mila e la sua piccola Sofia, mamma e figlia ucraine arrivate da due settimane in Italia. Lo sguardo profondissimo della ventottenne Mila è uno specchio che riflette tutto il suo dolore per l’abbandono della sua città martoriata, Kherson, dove ha lasciato la sua famiglia, che denuncia il rimpianto per la sua vita di prima, scissa tra il bancone del suo amato bar, sua figlia, le sue amiche, che urla tutta la rabbia per una guerra insensata, mossa dall’egoismo di un singolo. Eppure un bagliore emerge dal grembiule appena arrivato a Sofia, dallo zaino pieno di libri della prima elementare, dall’orgoglio con cui Mila ripete le prime frasi appena imparate alla scuola di italiano, dagli sguardi di complicità che già legano Alice e Mila, da questo nuovo legame che si è creato e che rappresenta per la giovane un’ancora imprescindibile di salvezza, da cui ripartire, da cui continuare a sperare.

Nel frattempo non resta che continuare a rifugiarsi nei mondi di carta e trovare delle risposte proprio dall’arte. Il mondo della letteratura italiana intanto ha da poco svelato i dodici libri in corsa per l’appuntamento più atteso da editori, grandi firme e scrittori esordienti: il Premio Strega. Per la rosa dei cinque finalisti bisognerà aspettare l’8 giugno. Per celebrare il romanzo che ha vinto l’ultima edizione questa settimana riproponiamo la recensione, firmata da Lorenzo Buonarosa, di Due vite di Emanuele Trevi, un intreccio straordinario di amicizia, sofferenze, passioni: tutto il chiaroscuro che ogni vita reca con sé, accuratamente sviscerato sulle pagine.

Torna la penna di Roberta Sciuto, una delle scoperte più belle, che con le sue epistole ci trasporta negli universi dei grandi personaggi dello spettacolo, della letteratura: un dialogo allo stesso tempo universale e intimo, in grado di toccare le corde del singolo e di chiamare in causa. Un appuntamento imperdibile, per (ri)scoprire la bellezza della letteratura.

La zampata imperdonabile della guerra viene lenita, per il momento, dal barlume di spensieratezza che la piccola Sofia ha ritrovato, dall’uso dei tempi verbali al futuro che Mila ha di nuovo il coraggio di pronunciare, dall’abbraccio che da ad Alice: dalla speranza che vedo riaffiorare su quel divano.

Eleonora Bufoli per la redazione de L’Incendiario

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