Epistola che rinasce dalle ceneri: Moana Pozzi

Moana,

quando ti proiettai per la prima volta ho creduto avessi già detto tutto col tuo silenzio. Mi sbagliavo. 

Accolsi la tua voce e i tuoi modi gentili, con delicatezza riservata a creature tanto magnetiche quanto fragili. Una fragilità umana e onesta. Tutt’altro che debole.

Le parole sgraziate che gli altri ti rivolgevano, trovavano la morte sul tuo sorriso ammaliante, affabile. Un chiaro riflesso della banalità che lo circondava. La tua voce ne usciva profonda, ricca, e i tuoi occhi attenti strappavano via la maschera dagli altri, con tocco leggero. Tu li spogliavi, mostrandoli per quelli che erano. Viscidi, maliziosi, ridicoli. 

Ti mandavo in onda di notte, di nascosto dagli sguardi curiosi dei bambini e ben in vista per la gioia dei padri che, a volume basso, ti osservavano ammiccare dentro la tua piccola cornice; in movimento, nel mio puzzle di quadratini luminosi. Tutto di te li tormentava, facendoli sudare smodatamente sulle loro poltrone scadenti. Specialmente la tua distanza. Nonostante fossi reale, qualcosa faceva credere loro non potessi essere raggiungibile. Neanche fossero state le loro mani a stringere la tua carne, neanche fossero state le loro labbra a esplorare gli angoli più intimi del tuo corpo. Se avessero incontrato il tuo sguardo sarebbe stata la fine. La fine delle loro apparenti sicurezze e della loro minuscola vita.
Desiderarti a distanza era l’unica possibilità per starti accanto, almeno in sogno. 

Quando dissero che il tuo corpo era stato cremato, molti lo ricordarono bello e vibrante, ma nessuno ne sentì la mancanza. Ma fu quando sparisti dallo schermo di migliaia di televisioni, come me, che soffrirono in tanti. E la fantasia quotidiana di te subì un lieve cedimento, spiazzò le menti stanche e annoiate di chi per un poco ricordava la tua energia, nel giaciglio di coperte e lenzuola. 

Addio Moana Pozzi, 

come facesti te in vita, ti farò sospirare ancora e ancora, quando gli altri me lo chiederanno. 

Ma non potrò mai donargli niente di ciò che sei stata, oltre un’immagine sbiadita attraverso uno schermo.

di Roberta Sciuto

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