“Un mistero punk” (Porto Seguro, 2022) – Incipit

Un nostro nuovo autore, Andrea Guerra, ci presente l’incipit del suo nuovo romanzo: “Un mistero punk”, Porto seguro, 2022.

Correva l’anno 1998.

Il vecchio Sì truccato del Sinistro stava dando il meglio di sé in quell’uggiosa serata autunnale. Il piccolo cilindro settantacinque montato su quel rottame spingeva su e giù il pistone come un forsennato, lanciando l’urlo di cotanta fatica attraverso l’abnorme marmitta Zirri, modello “cannone”.

Il viale deserto che dalla città portava al mare pareva essere tutto per lui. Sapientemente accucciato in modo aerodinamico il Sinistro riusciva a spremere il piccolo ciclomotore fino a una velocità di quasi cento chilometri orari, comunque nulla, paragonato ai decibel strillati dalla mostruosa Zirri.

Testa aspettava pazientemente l’arrivo dell’amico seduto sul marciapiede davanti al palazzo.  

Udì l’urlo disperato del Sì quando ancora distava circa un chilometro da lui. Con tutta calma sistemò i dread nel cappello e si alzò.  

Il fanale giallo del motorino apparve in lontananza.

Il Sinistro, raggiunta la massima velocità, decise di deliziare l’amico con una frenata a effetto. Caparbiamente, reso eroico dalle quattro Beck’s scolate a cena, si avventò sulla leva del freno posteriore. Il piccolo tamburo bloccò la ruota, intraversando il motorino.

Il ragazzo, sguardo fiero e petto in fuori, avanzò derapando per una cinquantina di metri. Onore e scintille si sprigionavano dal piccolo ciclomotore.

Un tombino sporgente, incastratosi sotto il pedale, spezzò l’incantesimo.

L’effetto catapulta sbalzò il ragazzo in aria; il disgraziato planò, oltrepassò l’intera corsia e si spiaccicò contro l’ape cinquanta di Pallino, il pervertito del quartiere.

Il Sì, indemoniato, continuò a girare su se stesso per una ventina di volte, quando infine i bidoni dell’immondizia ne stopparono la corsa.

Dignitosamente barcollante il Sinistrò si drizzò, sputò sulle mani e diede una lucidata al giubbotto di pelle, poi, come niente fosse accaduto, recuperò il motore e raggiunse l’amico.

«Ciao Testa.»

Senza ricambiare il saluto il rasta si accomodò sul dorso della sella in pelle rossa, stile texano, e assieme si addentrarono in quella umida e tetra nottata.

Testa, abbreviazione benigna di testa di merda, all’anagrafe cittadina risultava registrato con il nome di Arturo Brighella.

Il magnifico soprannome affibbiatogli era frutto di una vicissitudine risalente a una manciata di anni or sono.

L’antefatto accadde una sera d’estate.  

Testa, allora ancora Arturo, il Sinistro e Jessica si erano recati a una piccola sagra di paese ove si sarebbe esibito un gruppo punk molto noto nella zona, gli “NBDD” acronimo di “Noi bastardi dentro disobbediamo”, una band esordiente in grado di esprimere tutto il disagio giovanile attraverso le loro canzoni, non nel senso che forse vi sarete immaginati, le loro canzoni facevano veramente cagare, e il disagio, se già non lo avevi, te lo avrebbero abbondantemente fornito loro, ma questo è un dettaglio.  

Fatto sta che durante il pogo di uno dei pezzi più blasonati del sedicente gruppo, il buon Arturo venne scaraventato al di fuori della pista da un metallaro di un metro e novantasette centimetri. Il volo fu lungo e doloroso e si concluse direttamente nel praticello attiguo.

Rotolando nell’erba, complice la folta chioma di dread che lo proteggeva dagli urti meglio di un casco omologato, uscì incolume dal rovinoso incidente, se non fosse stato per quella maledetta cacca oggi nessuno si sarebbe più ricordato di quell’episodio, ma così non fu.

Una merda di cane punkabbestia (parliamo di un escremento di almeno un chilo), si spiattellò completamente dietro la testa del ragazzo, fatta eccezione per un piccolo stronzo che volle posizionarsi fra i dread, e da lì, birichino, si affacciò tutta la sera allietando i presenti.  

A nessuno degli amici di Testa passò per la mente di avvisarlo, così il poveretto passò l’intera serata guardandosi sotto le scarpe senza comprendere da dove provenisse l’orribile puzzo di merda fresca.

Da allora nessuno conosce più il nome di battesimo dello sventurato. Per tutti adesso è semplicemente Testa di merda.  

Ma torniamo ai giorni odierni.  

Quella sera era partita alla grande. Il Sinistro − così chiamato perché essendo sempre fatto di spinelli camminava barcollando verso sinistra − aveva con sé niente popò di meno che tre grammi di fumo cioccolato, forse il peggior hashish mai circolato sull’intero globo. Testa invece disponeva di ben cinque grammi d’erba albanese abbondantemente lavata in ammoniaca, mezza Tavor della nonna astutamente recuperata nel piatto di brodo dove l’orripilante vecchia l’aveva rigurgitata e ultimo ma non per importanza una boccetta di popper. Oltre ciò un ammontare di venticinquemila lire gli avrebbe garantito ben cinque birre.  

«Ciao Jessica» esclamò Testa non appena scese dal motorino.

Anche quella sera, come del resto tutte le altre, l’appuntamento era alle panchine sotto il cimitero. Complice il posto orrendo e la vicinanza al tetro luogo di culto a nessuno sarebbe venuto in mente di disturbarli, persino i tutori dell’ordine ignoravano quel fatiscente luogo, e la cosa giocava a vantaggio dei ragazzi che trascorrevano il tempo sulle panchine sfondandosi di canne e birre di una nota marca, molto apprezzata dai muratori rumeni.

«Ciao Testa… come butta?» ripose Jessica al ragazzo.

«Solita merda, e tu?»

«Idem. Dov’è andato il Sinistro?»

«Eccolo là!» disse indicando il ragazzo che stava urinando contro il palo della luce.

«Ciao Sinì!» urlò la giovane

«Ciao Je’!» rispose il ragazzo girandosi verso di loro e iniziando a fare l’elicottero col pene.

«Sempre il solito demente!» riprese Testa dopo che la scenetta perse d’intensità.

«Dov’è Zumi?» chiese il Sinistro una volta ricongiuntosi ai due.

«Sono due giorni che non dà sue notizie» rispose Jessica.

«Vabbè meglio per noi, ci sballeremo di più! Tieni Sinistro, smezzala in tre!»

«Woow mezzo tavor! Dove l’hai recuperato?» chiese mentre con mani pisciose s’impegnava a dividere la putrida compressa.

«Fatti i cazzi tuoi! La vuoi?»

«Certo!»

«Allora prendila e non rompere i coglioni!»

«Giusto» intervenne Jessica mentre con i polpastrelli cercava di lavorare lo scadente fumo cioccolato donatogli dal Sinistro.

Con un sorso di birra ciascuno ingoiarono l’ormai dilaniata pasticca e tra uno spinello e una tirata di popper aspettarono che il mescolone facesse effetto sulle loro giovani e irrequiete menti.

«E sicché Zumi non si è fatta più viva?» domandò Testa con aria indifferente.

«È inutile che la prendi alla larga! Lo abbiamo capito che hai un debole per lei!» lo schernì il Sinistro

«Eh già! Tenerone!» lo incalzò Jessica che iniziava a presentare sul viso i primi effetti dello stordimento avanzante.

«E anche se fosse!? Cazzo vi frega!» rispose contrariato il ragazzo.

«Ah eccolo! L’innamorato folle!» riprese Jessica ridendo.

«Beh vaffanculo tutti e due!» concluse Testa accendendo il primo joint di erba albanese.

Ma i due ragazzi già non badavano più a lui, l’arrapamento adolescenziale aveva avuto la meglio. Quegli storditi stavano cominciando ad avvinghiarsi come pitoni, le mani del Sinistro, già sapientemente posizionate sul seno e dentro i jeans della ragazza, ravanavano senza sosta.

«Ma che cazzo! Ci sono anch’io qua non mi vedete?» esclamò Testa indispettito.

I ragazzi neanche si degnarono di rispondergli impegnati com’erano nel sollazzarsi a vicenda, così Testa, triste e un po’ incazzato, si allontanò e andò a fumare il suo spinello un po’ più distante.

puzzose di passera dentro le narici.

«Lo senti? È lui! Il taleggio di fica!»

«Ma vaffanculo! Mi hai fatto prendere un colpo! E levami ste cazzo di mani dalla faccia!»

«Scusa Testa, non volevo interrompere i tuoi pensieri profondi! Vieni! Prendiamo il motorino e andiamo al pub , se ci stringiamo sulla mia sella ci stiamo pure in tre! Andiamo a farci una birra come si deve!» «Ok» rispose mesto Testa.

I tre salirono sul motorino e partirono, direzione l’Antro della bestia. Il loro pub di riferimento.  

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