Tecnicamente

In nessuna attività è buon segno se all’inizio c’è la smania di riuscire – emulazione, fierezza, ambizione, ecc. -. Si deve cominciare ad amare la tecnica di ciascuna attività per se stessa, come si ama di vivere per vivere. […] In seguito potranno venire tutte le passioni sociali immaginabili a rimontare il puro amore per la tecnica – è debito che vengano anzi – ma cominciare da loro è indizio di scioperataggine. Bisogna insomma amare un’attività, come se non ci fosse altro al mondo, per se stessa. Per questo il momento significativo è quello degli inizi: perché allora è come se il mondo (passioni sociali) non esistesse ancora rispetto a questa attività. (C. Pavese, Il mestiere di vivere. Diario 1935-1950, Torino, Einaudi, 2020, pp. 111-112)

In queste righe, risalenti al 9 luglio 1938, Pavese illustra in maniera magistrale il ruolo dello scrittore e, più in generale, dell’artista. I diari, che vanno dal periodo di confino a Brancaleone (1935-1936), in Calabria, fino alla morte per suicidio nel 1950, pullulano di riflessioni sul tema dell’arte, in relazione a tecnica e stile. Mentre del secondo lo scrittore piemontese parla in termini individuali (Cfr., Ivi, p. 135), ritenendolo un tratto caratteristico di ogni artista, mutevole nel tempo e soggetto a influenza esterne, la prima è invece una parte sostanziale dell’atto artistico in quanto tale. 

     Il termine “tecnica” deriva dal greco “τέχνη [téchne]”, che tradotto significa “perizia”, “capacità di fare”. Pavese, avvezzo allo studio e all’insegnamento del greco, ne era senza dubbio a conoscenza e, proprio nella citazione riportata, ne parla in questi termini. Non basta, poiché, oltre a fornire una spiegazione valida riguardo la necessità indispensabile della tecnica, riflette sulla precedenza assoluta che essa deve avere rispetto a tutto il resto, che sia la ricerca della fama e della riuscita o altro. Senza tecnica, infatti, non si sta realmente dando vita ad arte. 

     Il pensiero di Pavese conduce ad una domanda inevitabile: la differenza tra una grande opera e una qualsiasi (o tra un grande artista e uno qualsiasi) risiede nella capacità di maneggiare la tecnica?

     Come sempre, rispondere sì o no sarebbe limitante. Per analizzare la questione, è necessario discostarsi dalla tendenza umana, sempre più diffusa, a ricercare posizioni assolute. Possedere la tecnica, come afferma lo scrittore nel diario, è un passaggio fondamentale; senza il suo apporto, è impensabile dar vita ad opere valide e, al di fuori del campo artistico, fornire buone prestazioni, compiere a dovere un lavoro ecc. Rimanendo strettamente legati al mondo artistico, va sottolineata la necessità di integrare all’aspetto tecnico un gruppo di abilità più ampio, che non sempre può essere acquisito o allenato, almeno non allo stesso modo: immaginazione, capacità di dar vita a personaggi e situazioni, tessere l’aspetto psicologico dei protagonisti e possedere un messaggio da trasmettere, o comunque alcunché da comunicare. 

     Risulta evidente che, in assenza delle capacità sopra citate, la tecnica pare un semplice orpello, una dimostrazione di abilità senza contenuti. Al contrario, senza un corretto impiego dell’abilità tecnica, ammesso che vi sia una conoscenza di essa, tutto il resto si presenta come un caos di idee, strategie e inutili tentativi di riuscita, che, nella migliore delle ipotesi, sfoceranno in un lavoro discreto, ma povero, non tanto agli occhi di un pubblico medio, quanto piuttosto se sottoposto ad uno sguardo più esperto e navigato. L’opera mediocre non coniuga i vari aspetti presentati, da quelli più teorici a quelli più pratici, ma si limita a pretendere di possederli. Allo stesso modo, l’autore mediocre si limiterà a produrre un lavoro leggibile, o apprezzabile se si esula dal mondo letterario, ma nulla di potente e suggestivo. Anche la rottura della tecnica, consapevole, passa per una sua conoscenza. Bisogna padroneggiare la capacità di comporre un’opera per distruggere quel modo di fare, e ben vengano le opere di rottura, quando sanno cosa stanno contrastando e in che direzione stanno andando.

     La mediocrità diffusa deriva dalla facilità con cui si ha accesso al risultato pressoché immediato, ad esempio, attraverso piattaforme digitali di vario genere. Bastano poche righe stese in maniera infima, anche decontestualizzate, e subito si viene ritenuti scrittori. Bastano poche righe, scritte anche in maniera aberrante, ma che in qualche modo colpiscono l’animo, e si viene considerati artisti. Lo stesso accade con la fotografia, con la pittura, col cinema e con tutte le arti. La mediocrità impera perché basta sempre meno per arrivare ad un livello soddisfacente.

     Benché ci troviamo circondati da mediocrità, è sbagliato pensare che la tecnica sia morta e sepolta, anzi, è giusto riscoprirla ogni giorno, senza improvvisazione. Lo svilimento del lavoro artistico, passa anche dall’idea che non vi sia più un metodo, che basti un messaggio potente avvolto in una bella trama con qualche personaggio scritto in maniera decente (e non sono certo questi i casi peggiori) per raggiungere il successo. Il problema, come mette in luce Pavese, sta piuttosto nell’amare l’attività che si svolge senza mettere, almeno all’inizio, nessun desiderio davanti, se non quello di svolgerla in maniera appassionata. Per riuscire, in questo senso, si deve lavorare per acquisire i mezzi necessari alla buona riuscita di un’opera, da svolgere con perizia e sapienza, in breve, con τέχνη. 

di Leonardo Borvi

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