Come si parla in cörsivœ?

Se fate parte di quella larga fetta della popolazione che usa Instagram o Tiktok tutti i giorni non potete non aver sentito parlare del trend di parlare in corsivo. A primo impatto suona come un ossimoro: come si può dare forma fonica a uno stile grafematico? E invece esiste davvero. Il trend nasce su Tiktok come presa in giro dell’italiano regionale milanese, usato soprattutto dalle giovani ragazze con un atteggiamento snob tendente all’esagerazione.

Perciò, parlare in cörsivœ vuol dire semplicemente allungare tantissimo la pronuncia della parola e utilizzare le vocali chiuse: così facendo cambiano anche le tonalità delle sillabe, e la voce finisce con l’avere un tono più acuto del normale.

Anche se non è chiaro chi abbia inventato la tendenza, il video diventato virale è quello di Elisa Esposito, ragazza di 19 anni originaria di Milano che impersonifica il personaggio della professoressa di cörsivœ, con delle vere e proprie lezioni.

Definito ora cosa sia il cörsivœ, analizziamo questo fenomeno. In quanto linguista comprendo perfettamente che parlare in cörsivœ è una presa in giro, e che difficilmente potrà intaccare il linguaggio e la lingua che usiamo quotidianamente. Eppure c’è chi è inorridito appena la notizia è arrivata su fonti più diffuse come i quotidiani, e già gridava all’oltraggio della Lingua Italiana con la maiuscola. Direi che possiamo stare tranquilli: nonostante i più credano la generazione Z il fulcro di ogni male, questa tendenza difficilmente intaccherà il linguaggio orale. Innanzitutto, perché nasce come una distorsione di qualcosa che esiste con scopo comico, e nessuno mi pare parli come l’armata Brancaleone, anche se pure Mario Monicelli aveva inventato la lingua di sana pianta e il film è stato visto da intere generazioni di italiani.

Poi, nasce senza delle regole precise: tutto ciò che insegna la prof. di cörsivœ è una pronuncia, la quale non ha regole scritte e non è associata a un segno grafico preciso. Infatti, nonostante i segni esistano già (la ö è l’Umlaut in tedesco), essi non hanno l’associazione fonica esistente in altre lingue, ma vengono riassociati ad altri suoni. Un sistema così complesso necessiterebbe di una normativa per poter essere applicato, e soprattutto di tempo per poter essere assimilato. Inoltre, vorrei far notare che da bambini tutti e tutte abbiamo inventato una lingua (ai miei tempi andava di moda il farfallese), ma si pensi anche al divertentissimo balenese di Dory in “Alla ricerca di Nemo”.  

Per concludere, sicuramente la parlata è molto divertente e anche io ho usato la parola simbolo del trend «amïo» per rivolgermi scherzosamente alle mie amiche. Ma dormite pure serenamente: al massimo fra qualche anno apparirà in un meme nostalgico dal titolo «ma ve lo ricordate quando parlavamo in cörsivœ?».

Presentiamo la recensione di questa settimana, a cura di Margot Cardullo, del libro La balia di Petros Markaris: un giallo che lascerà col fiato sospeso tutti i lettori e le lettrici.

Gloria Fiorentini per la redazione dell’Incendiario

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