Il peso delle parole

Fermarsi. Ragionare. Dare di nuovo il giusto peso alle parole, perché la forma è anche sostanza.

Di fronte al dilagare dell’uso spregiudicato delle parole, non viene che pensare questo.

I discorsi che stanno intessendo la trama del dibattuto pubblico, come quella dei palinsesti e dei salotti televisivi, si stanno sempre più allontanando dall’agorà di un civile confronto con l’altro, per trasformarsi in un’autoreferenziale gara in cui vince chi stordisce prima, chi primeggia, chi impone il proprio vocabolario, chi si allontana dal selciato della relazione con l’altro.

Nell’era del consumismo ad ogni costo, sembrano oramai finire nel tritatutto della superficialità anche le parole.

Sì, soprattutto loro. Le ancelle del dialogo e della diversità, quelle entità invisibili ma dagli effetti così tangibili, le stesse che da millenni caratterizzano l’essere umano, e lo differenziano dalle altre specie viventi proprio per la capacità di entrare nel recinto altrui, di mettere in comune la propria esperienza; insomma, il cavallo di battaglia dell’essere umano, che consente di dipanare la matassa ingarbugliata della mente, non sono più rispettate dall’uomo stesso, vengono abusate, svuotate, svendute alla dea dell’egoismo e alla volontà di ferire.

Lungi dall’uso responsabile, dalla scelta ponderata, dalla cura con cui ogni volta che ci si rivolge ad un’altra persona si sceglie una parola piuttosto che un’altra, oggi si sta assistendo ad una svendita insulsa delle parole. Ogni lettera che pronunciamo può essere sia un passo verso l’altro che una pietra sopra la quale costruire un muro e l’uso che ormai viene fatto delle parole è un preoccupante gioco all’autoreferenzialità, fatto da chi non è più interessato a capire gli effetti che ha sull’alterità.

E colpisce ancora di più se questo uso spericolato del linguaggio viene fatto da persone che svolgono un incarico di pubblico servizio e utilità. Stupisce dunque sentire il ministro dell’istruzione e del merito Giuseppe Valditara adottare un vocabolario che sembra uscito dalla sceneggiatura di un film western o dal copione dell’ultimo giustiziere e dello sceriffo del villaggio.

Il ministro sembra avere a cuore la contrapposizione netta tra il bene, il mondo degli sceriffi-adulti, e il male, i giovani sempre più deviati, sempre più preda di vizi e che devono essere riportati sulla retta via, raddrizzati prima che aiutati, umiliati prima che istruiti.

Colpiscono le parole e i toni che hanno caratterizzato i primi due mesi di Valditara come ministro. Da ultimo, le parole che ha usato, dal palco di un evento a Milano, per commentare un atto di bullismo accaduto in un istituto tecnico di Gallarate: il ministro ha condannato l’episodio, com’è normale che sia, ma ha poi sfoderato le sue parole-proiettile, contundenti, micidiali, irresponsabili, e ha chiamato in causa l’umiliazione, l’ha invocata con orgoglio, l’ha evocata come un purgatorio in cui è necessario far sostare il ragazzo “deviato”, e da cui non può che uscirne bene, più responsabile, raddrizzato.

Questo modo di esprimersi non tiene minimamente conto degli effetti, infinitesimali e potenziali, che un atto imperdonabile come l’umiliazione può avere su chi la subisce. Ancora una volta si prende un tema delicato come il bullismo e lo si trasforma in semplice “devianza da reprimere”. Ancora una volta, si preferisce puntare il dito contro piuttosto che allungare la mano e aiutare ad alzare.

Quello che più mi ha colpita è la leggerezza: lungi dalla ricetta calviniana di imparare a planare sulle cose, assistiamo qui ad un tentativo di banalizzare, di spianare la complessità della realtà, di non prendersi il giusto tempo, nè la dedizione, per sbrogliare la matassa, di ridurre gli studenti ad un problema, e di proporre soluzioni semplici, a portata di mano, fatte da “lavori socialmente utili”, “umiliazioni”, pubbliche dimostrazioni di “devianze”.

Al contrario, la realtà continua ad essere complessa, fatta di molteplici strade, tutte possibili e percorribili. In questo caleidoscopio, la luce ferma rimane l’uso consapevole delle parole, perché ognuna di loro può diventare una breccia nel muro ma può anche far affondare. Da un ministro dell’istruzione ci si aspetterebbe un altro tipo di linguaggio, un altro abito mentale, delle parole ben ponderate e che non vengano lanciate in modo così spregiudicato. Ci si aspetterebbe un maestro che aiuti a dipanare la matassa, un architetto che inizi a costruire parole-ponte, per relazionarsi, per crescere e responsabilizzarsi insieme.

Non si può parlare di giovani come di deviati, non si può invocare a gran voce l’umiliazione. Anche quelle che si sono sentite urlare contro le atlete dell’Accademia internazionale della ginnastica ritmica di Desio erano “solo parole”. Anche tra le mura della “Casa delle farfalle” aleggiava ogni giorno l’umiliazione, eppure queste entità così invisibili, così troppo spesso evocate hanno avuto degli effetti drammatici, ben tangibili sulle ragazze. Ancora troppo spesso le parole vengono trasformate in armi, dimenticandosi la loro funzione sociale, collettiva, communis, messa in comune, relazione, sguardo rivolto verso e non contro l’altro.

Si torna alla fine all’umiliazione, ma forse proprio qui potrebbe esserci una spinta per risalire. Invece che lanciare questa parola-proiettile ad un’altra persona, o peggio usarla come metodo educativo, occorrerebbe forse rivolgerla a noi stessi, trovare rifugio nella sua etimologia, per ricordarci che siamo “bassi”, piccoli, figli dell’humus, della terra, fin dall’inizio farinosi, fragili, bisognosi, proprio per questo, dell’altro, del collante sociale, delle parole-ponte, per raggiungere gli altri e completare noi stessi.

Eleonora Bufoli per la Redazione de L’Incendiario

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