Genitori e figli: necessità di una Legge

Da oltre un secolo, la questione del rapporto tra genitori e figli, con particolare enfasi su quello tra padri e figli, è al centro di ricerche psicologiche, sociali, antropologiche e, di conseguenza, artistiche. Volendo essere più specifici, la tematica è antica quanto la stessa umanità, e, a ben vedere, non esiste argomento che non vi sia radicato. Se il rapporto tra genitori e figli è fondante nell’individuo e fondativo per la società, poiché l’eredità e la filiazione, anche genealogica, risiedono in ogni cultura, allora tutti i discorsi e i concetti umani saranno legati agli sviluppi, storici e individuali, di questo centro di approccio alle relazioni sociali. È indiscutibile e ampiamente affermato il fatto che la famiglia, di qualunque tipologia essa sia, e per quanto possa apparire bizzarra, rappresenti il nucleo primario dell’esistenza in una comunità di individui. Tuttavia, in quanto si tratta di un impatto iniziale, esso può risultare traumatico, ed è più frequente di quanto ciascuno se ne renda conto che, proprio in questo ambito, vengano a generarsi le dinamiche ricorrenti nella vita del singolo individuo. Un gesto compiuto da un genitore, in maniera ripetuta o una tantum, può mostrare le proprie ripercussioni anche a distanza di anni e nelle maniere più varie, poiché ogni caso, per quanto generalizzabile in termini tecnici, mantiene una propria unicità anche in virtù di fattori quali ambiente esterno, influenze più o meno dirette e intensità del gesto o dell’atto. 

      È necessario compiere una premessa: il ruolo dei genitori e dei figli è in costante cambiamento, come lo sono gli studi che gravitano attorno al tema. Dal momento in cui è stato messo in discussione il ruolo di padre-padrone, per tutto il Novecento, a quando, a partire dagli anni Sessanta e Settanta, la stessa istituzione famigliare è stata contestata in quanto tale, fino alla contemporanea crisi del concetto in senso tradizionale, l’indagine non si è mai arrestata.

    Sin dai tempi più antichi, la Legge, intesa in senso religioso attraverso i testi sacri, in particolar modo del mondo occidentale e limitrofo, è stata al centro del regolamento normativo che stabiliva i rapporti generazionali, istituendo una continuità di trasmissione duratura; in altre culture, tale legame si articola tramite la memoria che i capofamiglia conservavano delle generazioni precedenti. La crisi della Legge va a coincidere con la crisi dei valori cristallizzati da secoli, a cavallo tra diciannovesimo e ventesimo secolo. La morte di Dio, in quanto caduta della morale che regolava il modo di approcciarsi alla vita stessa, ha lasciato un vuoto che l’uomo non era preparato a colmare con principi analoghi. Allo stesso modo, la Legge e la sua necessità di essere trasmessa subiscono un’interruzione completa, di modo che la prima diviene vera e propria castrazione, nel senso negativo del termine. Ma che cos’è la Legge, nei termini dei rapporti famigliari?

     Analogamente a quanto succede nelle scritture sacre, nelle quali la Legge di Dio viene imposta agli uomini, che devono sacrificarsi nell’adempiervi, anche ciecamente come nel caso di Abramo e Isacco, quella paterna è stata a lungo tramandata come insieme di precetti e valori trasmessi, indiscutibili e rinsaldati dalla forza della tradizione. Per molto tempo, la Legge paterna è stata un monolite che ha diviso in maniera netta le generazioni, stabilendo limiti da rispettare e trasgressioni da punire: i genitori erano genitori, spesso in maniera dispotica, e i figli erano figli. Come anticipato, questo sistema entra in crisi nel secolo scorso. 

     A inizio Novecento, la Legge paterna comincia a vacillare, viene messa in discussione la sua validità e la trasmissione non è più efficace. I genitori, inglobati dal crescente mondo borghese, hanno perduto il senso autentico di una Legge della quale sono gli ultimi testimoni, e che riemerge stravolta dalle guerre e dalle contestazioni, nonché dai forti cambiamenti nell’ambito culturale e dei valori sociali. Un valido esempio della trasmissibilità interrotta è rintracciabile nella generazione di ebrei tedeschi figlia di quella assimilata; a cavallo tra diciannovesimo e ventesimo secolo, la borghesia ebraica si distacca dal verbo della Torah, dalla quale non può estrarre più una verità che può essere tramandata. Usciti dal ghetto, nell’arco di pochi decenni, gli ebrei smarriscono la loro identità, per assimilarla a quella borghese cittadina. In questo contesto, nasce e cresce Franz Kafka, massimo testimone dell’inquietudine di figlio del proprio tempo. Nato da ebrei assimilati, il boemo vive una Legge paterna angosciante tanto quanto lo è quella divina, e il padre si presenta come un incombente sacerdote privo di solidità, ma tronfio e dispotico. La sua Legge non è stabile, poiché non ne possiede una vera, ma al massimo si limita ad una facciata comune a molti genitori. 

    Dal ‘68 in poi, la contestazione della società e dei suoi valori, naturalmente, colpisce anche l’istituzione famigliare, scuotendone le fondamenta già colme di crepe. Il ruolo genitoriale tradizionale viene messo in discussione, ancor di più rispetto ai decenni precedenti, e si assiste a una mutazione (antropologica, nei termini di Pasolini), per cui i rapporti di potere cominciano a ribaltarsi e a cambiare aspetto.

E oggi? Per indagare lo stato contemporaneo del rapporto tra genitori e figli, è molto utile affidarsi agli studi di Massimo Recalcati, che, nel suo Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre, ne espone le criticità. Il noto psicanalista parte dal concetto di “evaporazione del padre”, anche e soprattutto simbolica, intesa come impossibilità di sostenere una parola che dia senso a tutto, quindi, di dare un senso ultimo come accadeva in precedenza. Il padre scompare nella sua funzione tradizionale, per lasciare un vuoto difficile da colmare. Si parla di padre in quanto figura più discussa, ma è il rapporto con entrambe le figure genitoriali a cambiare. La Legge, che stabiliva confini precisi e quasi mai valicabili, evapora a sua volta e cambia d’aspetto. Il genitore si solleva dal ruolo di guida e di portatore della Legge come parola tramandata, abbassandosi al livello dei figli ed eliminando così ogni distanza. Certo, si potrebbe ritenere un passo in avanti, da un punto di vista ingenuo, ma il problema nascente è quello di una mancanza totale della Legge. Recalcati parla di “Legge della parola”, ovvero della parola che umanizza la vita, facendole conoscere l’esperienza del limite come un freno al “godimento mortale” e una esaltazione del desiderio, altrimenti negato da nevrosi («adorazione sacrificale del limite» M. Recalcati, Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre, Milano, Feltrinelli, 2021, p. 31) e perversione («enfatizzazione del godimento che rigetta ogni esperienza del limite», ibidem).

     Il ruolo genitoriale, anche nella nostra epoca, è quello di trasmettere la Legge della parola in quanto esperienza del limite provata prima su di sé, come rinuncia al godimento per accettare il patto sociale, riconoscendo «l’Altro del linguaggio» (ivi, p. 32). Se il genitore manca nel compiere questo dovere, non si avrà una esperienza esemplare del limite da seguire, ma solo una serie di precetti teorici e le classiche frasi “eh, i giovani d’oggi non sanno cosa sia il rispetto delle regole e dei limiti”. Non lo sanno, perché non gli viene mostrato con atti pratici. 

     La tendenza alla deresponsabilizzazione da parte dei genitori va di pari passo con l’abbassamento dell’autorità e l’abbattimento quasi totale dei limiti generazionali. Di conseguenza, sostiene Recalcati, si ha a che fare con genitori-figli («si tratta di quei genitori che abdicano alla loro funzione, ma non perché abbandonano i loro figli, né perché si pongono come degli educatori esemplari, ma perché sono troppo simili, troppo vicini ai loro figli», ivi, p. 59). Le generazioni si confondono e non vi è più quel distacco indispensabile a separare una pseudo-amicizia dal rapporto tra figli e genitori. Tramandare è un processo che richiede un certo grado di verticalità, non perché il genitore sia, in maniera intrinseca, superiore al figlio, ma perché deve fungere da guida alla rinuncia della vita in forma animale, fatta di godimento mortale, per giungere al patto sociale, rinunciando alla pulsione assoluta per abbracciare la parola, il limite. Il filo può spezzarsi in due modi: o per imposizione cieca della Legge, non compresa neppure da chi dovrebbe tramandarla, o per evaporazione della figura in questione. Ad oggi, buona parte dei casi si muove nella seconda direzione. Così, senza Legge alcuna, il trionfo della pulsione ai danni del desiderio è netta, e per questo tutto diviene droga e infrazione di un limite non chiaro: il sesso, le sostanze stupefacenti, ma anche stati mentali come ansia e depressione, anoressia e bulimia, a detta di Recalcati. Non si tratta tanto di Edipo, che infrange la Legge inviolabile, amando la madre e uccidendo il padre, quanto, piuttosto, di Telemaco, in attesa delritorno di una Legge che è stata sottratta. 

     Se la Legge della parola viene a mancare, allora lo smarrimento è inevitabile. Cosa ancor più grave, c’è il rischio di inversione di ruoli: figli che accudiscono genitori immaturi e si nutrono di colpe non proprie; genitori che agiscono come adolescenti rinchiusi in un eterno presente; giovani che non hanno possibilità di avvicendamento con le generazioni precedenti, poiché rei di non aver chiare le regole del mondo (quali, se non vengono trasmesse?). Da qui, l’impulso narcisistico depressivo che deriva dalla necessità di colmare un vuoto di riferimenti, il tentativo vano di riempire con elementi esterni, fatti di godimento immediato, delle mancanze irrimediabili. Dietro questi atteggiamenti, che conoscono i loro estremi in autolesionismo e disturbi o malattie quali panico, anoressia e simili, risiede una richiesta disperata di Legge. Non la Legge divina del padre-padrone autoritario, ma un esempio del limite sperimentato prima sulla propria pelle, attraverso la rinuncia al godimento mortale. La pulsione di morte che cresce in molti figli, è dovuta, paradossalmente, da un eccesso di vita, poiché essa rimane assoluta dai confini del patto sociale. Si tratta, per citare sempre le parole di Recalcati, di un «appello alla Legge». 

     L’appello è disperato e, il più delle volte, inconsapevole: non sempre chi è smarrito ha contezza del proprio stato. Da questo, tutte le problematiche psicologiche della nostra epoca, aggravate da una crescente instabilità, e dal sorgere continuo di falsi dèi, quali successo facile, superamento dei limiti e distruzione delle regole. Gran parte dei disagi giovanili rappresentano un vero e proprio grido della mente, una domanda di aiuto silenziosa, ma distruttiva. La trasgressione che viene messa in atto non è una smargiassata irriverente, in contrasto con l’autorità genitoriale, ma un tentativo velato di domandare il riconoscimento dell’Altro e richiamare le figure al proprio compito. Parlando del caso di una ragazza cleptomane, Recalcati scrive:

 

Ella insiste nell’andare al di là della Legge, insiste nel ripetere un atto fuori Legge, ma solo per essere vista, per essere riconosciuta, per far esistere l’Altro della Legge. Non per frodare la Legge godendo del brivido perverso del sottrarsi al suo sguardo, ma paradossalmente, proprio per dare un corpo alla Legge. Qualcuno si accorge di me? Esiste una Legge che può ancora aiutarmi a non perdermi, a non smarrirmi? Esiste un Altro in grado di fermarmi, di fare esistere un limite al godimento mortale? (71-72)

 

L’apparente volontà di aggirare la Legge è solo una domanda di riconoscimento e aiuto, troppe volte inascoltata o ignorata. Ancor peggio, la risposta può essere delegata: oggetti o ricchezze in luogo di presenza, comprensione e trasmissione. Una delle illusioni maggiori dall’affermazione del capitalismo in poi: palliativi materiali al posto di impegno. Essere genitore, in questa epoca e in questo contesto culturale, è quasi sempre una scelta; è nascere a non esserlo. Dato che nessun figlio ha chiesto di essere messo al mondo, è chiaro che, quantomeno, gli spetti di essere accompagnato da figure presenti e attente durante la crescita. Nessun genitore consapevole ha il diritto di eclissarsi e abdicare, poiché il danno conseguente ricade solo e soltanto su chi rimane senza Legge della parola. Nessun genitore ha il diritto di sostituire la propria figura con quello che Recalcati definisce “Terzo”, ovvero un terzo elemento che si ponga tra genitori e figli, in modo da regolarne i rapporti. Di qualsiasi figura si tratti, questa non può sollevare uno o più individui dal proprio ruolo. Un giudice non può prendere decisioni personali sulla gestione emotiva di un figlio; uno psicologo non può intervenire in provvedimenti e azioni che sta a un genitore mettere in pratica. Lo smarrimento è anche tra i genitori, inutile negarlo, ma, ancora una volta, questo non può assolverli da un vuoto lasciato. Peggio ancora, non possono essere i figli ad accudire i genitori.

     Di cosa c’è bisogno?

     Sono necessari ruoli definiti, limiti e separazioni tra le generazioni, genitori-genitori e figli-figli, impegno e responsabilità, principalmente. La rabbia e la contestazione giovanile sono reazioni naturali e inevitabili. A un vuoto segue una domanda, più o meno violenta, che può portare a voler distruggere il luogo stesso da cui esso è generato: la famiglia. Il cambiamento, così come l’abbattimento di metodi educativi obsoleti e disfunzionali, è indispensabile, poiché, in un certo senso, ci si deve adattare alle necessità nascenti, senza ad esse piegarsi del tutto. La distruzione, tuttavia, non è una soluzione. C’è bisogno di un concetto di famiglia che resista, attraverso la trasmissione della Legge della parola sostenuta da Recalcati. Distruggere questo significa eliminare il primo luogo nel quale si può accettare il patto sociale, ovvero il passaggio dallo stato animale a quello umano, appunto, sociale. La famiglia è un istituto necessario, che deve, da un lato, svecchiarsi e adattarsi ai tempi correnti, mentre dall’altro deve tornare indietro per recuperare limiti e ruoli, senza tuttavia negare delle incursioni saltuarie e dei piccoli salti delle barriere, purché non troppo frequenti. Non si può che sostenere la necessità di educazione esterna (scuola, discipline sportive, artistiche e altre), purché non si deleghi completamente ad esse, Terzi, tutta la responsabilità. 

Essere genitori ed essere figli è sempre più complicato: si può credere di essere ideali, senza macchia, adatti al proprio ruolo. Ci si deve sempre mettere in gioco e si devono porre domande a sestessi e all’altro, per poter crescere: d’altronde, i genitori, in un certo senso, lo diventano praticando, anche sbagliando. L’errore è proprio dell’uomo: sono impegno e autocritica a mancare troppo spesso. Senza genitori che agiscono come tali, non ci saranno figli, e senza essere figli, non si potrà essere facilmente genitori. Senza avere una Legge della parola tramandata, non si potrà farlo a propria volta.

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