Pro memoria

«È il silenzio di questo popolo la cosa sinistra, dissi. È il silenzio di questo popolo la cosa spaventosa, questo silenzio che è ancora più spaventoso degli stessi crimini, dissi. Se solo penso che dovrò ricevere quegli assassini, dissi. Mi rifiuterò di porger loro la mano, dissi. Non posso escluderli dal funerale, dissi, ma non porgerò loro la mia mano. Perché allora commetterei io stesso un crimine. Proprio nella villa dei bambini, nell’edificio che più ho amato nella mia infanzia, dissi, i nostri genitori avevano nascosto quei meschini criminali, facendoli vivere persino nel lusso, proprio in un’epoca di miserie estrema.» (T. Bernhard, Estinzione. Uno sfacelo, Milano, Adelphi, 2019, pp. 349-350)

     Il protagonista del capolavoro dello scrittore austriaco sta estinguendo il complesso dell’origine di Wolfsegg; per farla breve, sta ripercorrendo quanto di ripugnante era accaduto in quella enorme proprietà, a partire dalla vita trascorsa con la famiglia, passando per le istituzioni cattoliche, per terminare col nazionalsocialismo. Franz Josef Murau sta facendo i conti col passato e col pesante fardello dell’eredità ottenuta dopo la morte cruenta dei genitori e del fratello, erede designato. Un resoconto non abbastanza completo di questa operazione estenuante, ma che mi permette di agganciarmi all’argomento della settimana. Ebbene sì, perché quella che comincia è la settimana del 27 gennaio, il tanto importante quanto discusso Giorno della Memoria. Proprio la memoria è centrale nel processo di estinzione bernardhiano, perché col suo aiuto si può riuscire nell’impresa di ritessere le fila del passato per annientarlo materialmente, con la cessione del complesso alla Comunità Israelitica di Vienna, ed esistenzialmente, con la scrittura dell’opera che si chiamerà appunto Estinzione. Il passaggio sopracitato mi permette di arrivare ad un nodo cruciale del mio ragionamento. Franz Josef sente in qualche modo di dover mantenere viva la memoria del minatore Schermaier, sopravvissuto all’Olocausto ma non adeguatamente risarcito – esiste per caso un giusto risarcimento? -, mentre il carnefice delle SS gode della pensione dello stato. «Che razza di stato è questo, mi chiedo, che al massacratore spedisce a casa una grassa pensione e lo copre di onorificenze, di encomi, e non si è più curato di Schermaier? Che razza di stato è questo, che fa vivere nel lusso il massacratore e ha dimenticato Schermaier? pensai» (Estinzione, 342). Grande domanda, Thomas. Questo forse è lo stesso pensiero che, in una delle opere autobiografiche dal titolo Origine. Un accenno, fa affermare all’autore che il nazionalsocialismo in Austria sarebbe potuto tornare da un giorno all’altro. Il protagonista non si sente in colpa, né è mosso da spinte patetiche verso un fatto che lo tocca in maniera collaterale, poiché non ne è stato partecipe all’atto pratico né tantomeno aveva l’età e la consapevolezza per esserne parte. Il suo gesto nasce da un sentimento di giustizia, l’unico da applicare in una situazione del genere. La liberazione personale coincide con una, per così dire, buona azione in nome della memoria di Schermaier, simbolo di un folto gruppo di offesi.

Perché è tanto discusso, invece, un giorno che dovrebbe essere simbolo della rimembranza? “Hanno rotto il cazzo con questi ebrei”, mi sembra al contempo una sintesi efficace e un’analisi approfondita della questione, degna di pubblicazione in una raccolta di aforismi. Ahimè, non posso rivendicare la paternità della citazione e nemmeno posso risalire alla fonte primaria, ma voglio spendere qualche riga per discuterne. La percezione del fatto che il focus sia centrato sulla comunità ebraica trova giustificazione in un gran numero di interviste, servizi e articoli che mettono in luce più di tutto questo elemento, talvolta, è vero, mettendo in secondo piano gli altri. Ciò non significa che la considerazione di tutte le altre componenti sia minore, le vittime dell’Olocausto sono tutte incluse nella dicitura. La memoria collettiva è di certo influenzata anche da un gran numero di opere letterarie, cinematografiche e affini che pongono al centro la comunità ebraica o generate da scrittori ebrei. Per di più, dobbiamo considerare il ruolo che il nostro paese ha assunto proprio nel campo della deportazione ebraica all’inizio degli anni ’40, il quale rende inevitabile un perdurare maggiore del ricordo. Ora, dopo questa piccola premessa, voglio analizzare due punti focali: perché questo giorno infastidisce così tanto gli indignati per le foibe e per lo sterminio degli indiani d’America e perché dall’altro lato i paladini della giustizia e dell’empatia sentono ancora il dolore per quella strage, pur essendo tendenzialmente tutti nati dopo gli anni ’40 o non avendo relazioni con chi l’ha subita.
Un termine che in qualche modo lega le due posizioni contrastanti è l’ipocrisia. Paradossale, no, un termine così forte come punto di contatto tra due poli opposti?
Chi sostiene che la giornata della Memoria neghi tutti gli altri stermini sa già in partenza che non è così. Ancora più errato è pensare ad una giornata istituita per la comunità ebraica, la più consistente e quella più vessata anche da un punto di vista ideologico, ma non l’unica. Le vittime dell’Olocausto sono tutte celebrate e ricordate, al di là della percezione generale sempre più retorica. Ma non è questo a rendere ipocrita tale posizione. Come dicevo in precedenza, il leitmotiv consiste nell’attaccare il ricordo di queste vittime (quasi sempre isolando la componente ebraica) sostenendo la negazione di altre grandi stragi degne di nota in loro favore. La realtà è che nessuno è veramente toccato né a una né alle altre, ma si tratta solo dell’ennesimo pretesto per polemiche sterili, prive di passione e forza. Coprire la propria polemica con la difesa di altri genocidi o stragi serve solo a non fare i conti col passato vicino (nella percezione soggettiva, più che temporale e spaziale) e a tenere pulita la coscienza col balsamo della pietà ostentata verso chi è percepito come messo al margine. Peggio ancora, se penso che quasi nessuna persona in vita ormai abbia motivo di sentire il peso della colpa per queste stragi quantomeno per motivi anagrafici ed effettivi, la sterilità dell’argomentazione mi pare ancora più evidente. Condividere una causa non propria, di cui nemmeno si sentono gli effetti, per attaccarne un’altra che dà fastidio perché troppo popolare è ripugnante e dimostra la necessità di andare contro tutto quanto assuma importanza, non conta il motivo, sfruttando un’argomentazione verso la quale si è indifferenti. “E allora i…?” completate la frase con qualsiasi popolo o gruppo sterminato vi venga in mente, il risultato non cambierà.
D’altra parte, dobbiamo analizzare i perenni ed empatici paladini della giustizia, coloro i quali, senza giustificazione alcuna, il 27 gennaio sentono il dovere di sentirsi in colpa, di far sentire in colpa gli altri per fatti con i quali non c’entrano. Non azzardatevi ad esprimervi di fronte a questi individui con frasi del tipo “non sento quella sofferenza, ma voglio ricordare perché ricordare è giusto”. Ricordare non basta, bisogna sentirsi male visceralmente, sennò non vale. Bisogna stare sul divano di casa ed immaginare il soffocamento, la fatica dei lavori forzati, il freddo che entra sotto vestiti poco più che estivi, quando ci sono, e se il budget della fantasia non permette spese eccesive, anche immaginarsi nudi e ordinare il pigiama a righe su Amazon durante il Black Friday. Bisogna riempire le pagine social di foto di Auschwitz con sotto la poesia di Primo Levi o un estratto di Se questo è un uomo, per poi dimenticarsi di approfondire le ragioni e le cause degli eventi per averne una visione più articolata. Mostrarsi empatici quando non se ne hanno le motivazioni non è solo ridicolo, ma è anche ingiusto. Simulare un trauma, una sofferenza, dire di sentirla come propria è un torto verso chi davvero ha vissuto quello scempio dis-umano. Smettiamola di doverci sentire in colpa se non ne abbiamo motivo. Riflettiamo sul passato, perché tutto cade nell’oblio divorato dal tempo, tutto prima o poi diventa solo una favola, un racconto, una materia da tramandare come una leggenda, man mano che ci si allontana e che vengono a mancare gli attori. Ricordiamo e non facciamone una questione personale, di giustizia, perché l’unica giustizia è proprio non dimenticare e non minimizzare. Ricordiamo per imparare. Ricordiamo perché domani potrebbe toccare a noi. Oppure cancelliamo tutto. Azzeriamo la memoria senza averla scandagliata, eliminiamo tutte le testimonianze e andiamo avanti nella speranza che la prossima volta si possa essere meno sbadati e più efficaci, che non si lascino tracce. Dimentichiamo tutto perché se ne parla troppo e la mente troppo impegnata non lo sopporta più. Stiamo in silenzio.

     Ludovica Copino ci presenterà un’analisi davvero originale di un’opera celebre e molto elogiata, soprattutto in questo periodo dell’anno: La tregua di Primo Levi. Non vi approcciate con superficialità a questa analisi, perché non è il classico resoconto di un’opera fin troppo conosciuta. Ludovica analizza la testimonianza della testimonianza. Primo Levi restituisce al lettore la vitalità dello sguardo di Hurbinek, bambino muto che non può utilizzare le gambe, ma che riesce a parlare proprio attraverso lo sguardo. Lo scopo dello scrittore è testimoniare non solo la propria esperienza nel “veleno di Auschwitz”, ma quella di un intero ed eterogeneo gruppo di offesi.

     Irene Mallozzi ci porterà un po’ indietro nel tempo con la recensione – in via eccezionale di un’opera non recente – dell’opera di Hannah Arendt, La banalità del male. Un testo scomodo, spietato e inviso a molti personaggi della stessa comunità ebraica che la accusarono di voler giustificare gli atti di Eichmann. Un uomo nella media, senza qualità e senza idee è il perfetto soldatino da impiegare in un’operazione complessa come quella dell’Olocausto. Senza odio, senza reali motivazioni ma educato all’obbedienza, Eichmann è il lato (dis)umano dei campi di sterminio. Troppe volte trattato come un evento quasi soprannaturale, l’Olocausto ha invece trovato le proprie radici nell’essere profondamente e totalmente umano, banale.

Leonardo Borvi per la redazione de L’Incendiario.

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