Hurbinek: La tregua e la memoria nella memoria

Chi legge questo articolo sarà certamente a conoscenza degli orrendi fatti avvenuti nei campi di concentramento nazisti durante la Seconda guerra mondiale. Ciò è potuto avvenire non solo attraverso i documenti e le fotografie raccolte ma, soprattutto, grazie alle numerose testimonianze dei sopravvissuti. Benché non tutti abbiano saputo elaborare quello che è, effettivamente, il più grande trauma collettivo occidentale del secolo scorso, e quindi non abbiano avuto la forza di trascrivere o raccontare la loro esperienza, troviamo dei testimoni che hanno sentito il dovere di parlare e che sono riusciti in questo intento. Uno di questi è Primo Levi; la sua testimonianza si è fatta racconto, narrazione, letteratura.

     In questa sede, è importante insistere sulla letterarietà delle sue opere: se le si considerasse solo come una preziosa fonte storica, non ci sarebbe alcuna possibilità di analizzarle secondo quei criteri tipici della critica letteraria e questo articolo non avrebbe senso di esistere. Allo stesso tempo, non possiamo considerarle solo come opere letterarie, perché perderemmo le diverse sfumature antropologiche e sociologiche presenti. I testi di Levi contengono una rappresentazione dell’umanità incontrata dall’autore durante la sua esperienza nei Lager, fino al suo ritorno in Italia. I suoi libri più conosciuti, Se questo è un uomo e La tregua, si muovono sul filo conduttore di una serie di incontri che mettono in luce gli effetti di quello che l’autore definisce in una sua intervista come «veleno di Auschwitz». Levi, dunque, compie una precisa scelta stilistica: raccontare il proprio trauma parlando di uomini.

     Sembra che la testimonianza di Levi non riguardi solamente la sua esperienza, ma anche quella di altri, nel momento in cui questi entrano in contatto con Levi-personaggio. Bisogna chiedersi, tuttavia, il perché di questa scelta, da quale esigenza nasca, e dove porti. Per comprendere meglio, risulta esemplificativo un breve racconto presente all’interno de La tregua, opera che narra del viaggio di ritorno dell’autore dopo l’esperienza concentrazionaria. Il capitolo Il campo grande è uno di quei luoghi dell’opera dedicato alla descrizione di alcuni ex prigionieri con cui Levi era venuto a contatto; in questo caso specifico, tali incontri avvengono all’interno di un ex campo di concentramento adibito dai russi a centro di accoglienza per i sopravvissuti. Uno di quest’ultimi è Hurbinek.

Hurbinek era il più piccolo tra i sopravvissuti presente nel campo, un bambino di circa tre anni, «un nulla, un figlio della morte, un figlio di Auschwitz». Nonostante non sapesse parlare né potesse muoversi per via delle sue gambe atrofiche, possedeva uno sguardo con cui riusciva ad esprimere una forte vitalità e che era capace di essere «selvaggio e umano ad un tempo, anzi maturo e giudice», a tal punto da rendere impossibile agli altri del campo di sostenerlo al lungo, poiché sembrava chiedere il perché di tutti gli orrori vissuti. Il mutismo non impediva ai suoi occhi di manifestare una volontà di comunicare. Lo sguardo è ciò che ci fa riconoscere Hurbinek come essere umano in assenza della parola, è ciò che testimonia il suo essere in vita. Tuttavia, anche il bambino riconosce che per entrare definitivamente «nel mondo degli uomini» deve riuscire a parlare. L’autore, infatti, ci racconta dei suoi sforzi e della sua prima parola («massklo» o «matisklo») di derivazione indefinita, così come il significato, ma simbolo della sua volontà di vivere e di attestare la sua esistenza nel mondo. Alla fine, però, Hurbinek muore, «libero ma non redento». Egli abbandona la vita da essere libero, ma non da uomo in quanto tale e, soprattutto, senza lasciare nulla di sé al mondo, ma noi siamo ora al corrente della sua esistenza perché «egli testimonia attraverso queste mie parole», ovvero quelle di Levi. L’autore non racconta semplicemente un aneddoto, ma testimonia; egli da testimone si fa testimone del testimone, lascia qualcosa di indelebile, una traccia scritta della vita di Hurbinek.

     Questo breve racconto esemplifica l’obiettivo di Levi e delle sue opere: testimoniare non solo per sé stesso, ma soprattutto per gli altri, per coloro che non sono sopravvissuti, restituendo loro una dignità che l’esperienza concentrazionaria aveva tolto. L’autore si fa dunque carico di raccontare il proprio destino e di tutti quelli che non ce l’hanno fatta, che sono stati sommersi, perché è consapevole di aver avuto il privilegio di poterlo fare, essendo uno dei pochissimi a non essere morto per colpa di quell’esperienza. Il dovere di testimoniare è strettamente vincolato al dovere di onorare i morti, gli ammutoliti.

     Sono passati anni dalla morte di Levi, e dopo di lui sono morti tanti altri testimoni diretti dell’Olocausto, rimasti fedeli al loro obbligo morale di raccontare alle future generazioni l’esperienza traumatica vissuta. Oggi, più che mai, si corre il rischio di dimenticare, di pensare che certi eventi non possano più ricapitare. D’altronde, più ci si allontana cronologicamente da un determinato tragico evento storico, più questo ci appare sbiadito e scolorito; i morti diventano solo un numero e la dittatura un lontano incubo che non appartiene più a nessuno. Proprio per questo, la storia di Hurbinek può essere da monito: come Levi diventa testimone dell’esistenza del bambino, così ogni generazione è chiamata a essere testimone del testimone; si riceve in eredità una memoria da dover trasmettere. Il Giorno della Memoria esiste per questo, per ricordarci di essere testimoni di un passato che non deve essere dimenticato. Oggi, e per sempre, abbiamo il dovere di rendere omaggio a Hurbinek.

Ludovica Copino

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