Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil

11 aprile 1961: Otto Adolf Eichmann, catturato a Buenos Aires un anno prima, è tradotto dinanzi al Tribunale distrettuale di Gerusalemme per rispondere di 15 imputazioni per aver commesso, sotto il regime nazista, “crimini contro l’umanità” e crimini di guerra. Hannah Arendt, filosofa ebrea di origine tedesca, emigrata negli Stati Uniti, è inviata a Gerusalemme come corrispondente del New Yorker per seguire uno dei processi passato alla storia insieme a quello di Norimberga.

Il reportage, scritto per il giornale newyorkese, è poi pubblicato come libro nel 1963: un libro definito scomodo e inopportuno dalla stessa comunità ebraica. La Arendt, infatti, sviscera in tutti i modi l’animo di Adolf Eichmann, analizza ogni sua singola enunciazione, ogni suo singolo gesto e lo fa per cercare il motivo che aveva indotto quell’uomo “apparente”, a divenire complice dello sterminio del popolo ebreo. La Arendt si è sentita insignita della responsabilità di scavare a fondo nella figura di quell’uomo: Adolf Eichmann, responsabile di una sezione del RSHA, esperto di questioni ebraiche, nel progetto finale di Hitler ha assunto il compito di organizzare il traffico ferroviario per il trasporto degli ebrei ai vari campi di concentramento.

Ciò che colpisce la filosofa è proprio il suo essere così umano: durante tutto il processo, infatti, egli cerca sempre, ma senza successo, di spiegare i motivi per i quali non si sente “colpevole nel senso d’atto di accusa”. È convinto di non essere un individuo sordido e indegno per aver preso parte allo sterminio finale degli ebrei, in quanto non ha fatto altro che seguire degli ordini imposti dall’alto, pur consapevole che così avrebbe condotto milioni di uomini, donne e bambini alla morte più atroce. Da uomo diligente quale è, la disobbedienza, non è qualcosa che gli appartiene: infatti, se non avesse eseguito con grande zelo e cronometrica precisione quanto ordinato, sicuramente non si sarebbe sentito con la coscienza a posto.

È proprio questo che colpisce duramente la Arendt: Eichmann è semplicemente un uomo; è banalmente un uomo, oserei dire. Non aveva motivi per essere crudele, in quanto mai animato da un folle odio verso gli ebrei, da un fanatico antisemitismo o da qualsiasi altro tipo di indottrinamento. Gli stessi psichiatri che lo visitarono non trovano in lui alcunché di malvagio: Eichmann è un uomo normale, tanto che qualcuno ha sostenuto che tutta la sua psicologia, il suo atteggiamento verso la moglie e i figli, verso parenti e amici, era «non solo normale, ma ideale».

Eichmann è l’incarnazione di quanto il male possa essere banale; è l’esempio di come non serve esser mossi da istinti forti, violenti e sadici, per poter compiere atrocità simili. Nell’animo di quell’uomo la malvagità è riuscita a raggiungere il suo io più profondo senza dover compiere alcuno sforzo: questo perché è un individuo senza idee ed è ciò che lo predispone a divenire uno dei peggiori criminali. La sua lontananza dalla realtà, per la Arendt, è molto più pericolosa di tutti gli istinti malvagi che, forse, sono innati nell’uomo.

La banalità di Eichmann è evidente ancor di più al momento della sua esecuzione: condannato all’impiccagione, va alla forca con grande dignità. È se stesso e nulla lo dimostra di più dell’insulsaggine delle sue ultime parole: ciò che fa nei suoi ultimi istanti di vita, infatti, è pensare a ciò che solitamente aveva sentito dire durante i funerali. La sua memoria, in quel momento, gli sta giocando un ultimo scherzo: infatti, si sente esaltato per ciò che sta accadendo, come se si fosse completamente dimenticato che, in realtà, la fine della sua vita mortale è imminente. È come, scrive la Arendt, «se in quegli ultimi minuti egli ricapitolasse la lezione che quel suo lungo viaggio nella malvagità umana ci aveva insegnato – la lezione della spaventosa, indicibile e inimmaginabile banalità del male».

Criticata dalla comunità ebraica e accusata di essere un’ebrea che odia se stessa, che desidera difendere i nazisti, disprezzando il suo stesso popolo, in realtà ciò che la filosofa fa è semplicemente trovare un modo per conciliare la scioccante mediocrità del genere umano con le sue sconcertanti azioni. Cercare di comprendere un concetto, infatti, non è la stessa cosa che perdonare. È una responsabilità di tutti cercare di capire, conoscere ciò che ancora, purtroppo, da molti è negato.

La mano, apparentemente fredda e distaccata della Arendt, diviene veicolo di una speranza, quella di riuscire a educare gli uomini al pensiero: è ciò che Eichmann ha negato a stesso, divenendo complice del genocidio ebreo. Il pensiero è ciò che permette di discernere il bene dal male, la bellezza del mondo dalle sue brutture; è ciò che potrebbe dare agli uomini la forza di saper prevenire terribili catastrofi in momenti in cui sopraggiunge la resa dei conti. Quindi, perché non lasciarci educare al pensiero da queste pagine, in un momento in cui la resa dei conti sembra davvero essere giunta, in un momento in cui ognuno di noi, nel proprio piccolo, deve cacciare quella forza, lottare contro chi, invece, sta contribuendo alla fine dell’umanità?

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