Il reciproco delle piccole cose – Parte 2

Una serie di riflessioni (tanto retoriche quanto non richieste) sull’amore

Negli ultimi mesi, mi è capitato di interrogarmi sull’amore, da intendersi come reciprocità del rapporto di coppia. Ho pensato, quindi, di raccogliere le mie riflessioni in queste pagine, cercando di comprendere come nasca questo moto di reciprocità, per poi proseguire in una seconda dove si legge della sua fine, come, del resto, accade per tutte le cose. Dire dell’amore non è mai un’impresa facile, innanzitutto perché si tratta di un’esperienza inconsistente unica, che si plasma di volta in volta, in un continuo mutare che porta a esplorare mondi e orizzonti sempre nuovi. Tuttavia, proprio questo suo essere sfuggente, si cercherà di indagarne la natura inconsistente con un approccio più possibile pragmatico, nella speranza di non esser caduti nella trappola della retorica, sempre dietro l’angolo quando si affrontano temi così delicati. Benché abbia cercato di mantenere l’obbiettività quanto più possibile, è inevitabile che in queste pagine si sia riversata una parte consistente della mia esperienza personale. Per questo, dedico queste parole alle tre persone che, tra una birretta e una chiacchierata in terrazza, le hanno ispirate, Giulia, Fanny e Simone-Enzo, con l’augurio che riescano a trovare quel tempo essenziale per costruir-si e, quando e se necessario, decostruir-si, nella reciprocità di un amore che non smette mai di donarsi nelle piccole cose del quotidiano.

Trieste, 9.02.21
Lorenzo Valerio

Il reciproco delle piccole cose – Parte 1

Attese disattese

Perché le coppie si lasciano? Non si pensa mai al momento della fine. Sin da quando siamo piccoli, siamo abituati a pensare come cominciare qualcosa, ad esempio cosa fare per ottenere un lavoro, come posso fare il primo passo per conoscere qualcuno, come posso portarmi a letto una tipa, come fare innamorare qualcuno di me… mai, però, ci si sofferma a pensare a come le cose finiscano, se non a posteriori, quando tutto quel tempo che spendevamo con una persona o in una determinata attività si ritrova improvvisamente risparmiato, lì fermo, nell’attesa di essere investito in altro. Ma il tempo dell’attesa? È altro rispetto a quel tempo che ora ci troviamo in mano e non sappiamo cosa farne. Quel tempo dell’attesa che va ad aggiungersi, trasformandosi in più tempo che non può far altro che flettersi su sé stesso, portando l’io a darsi quel tempo che prima non si concedeva. Dunque, tutto quel tempo risparmiato si trasforma subito in una richiesta di paziente auto-comprensione, nell’orizzonte del capire cosa è accaduto, dove c’è stato, se c’è stato, quell’errore che ha condotto qualcosa alla fine. Ecco, che il noi si dissolve, lasciando posto a un me che ha solo nella costrizione, nell’obbligo di osservare sé stesso la sola propria ragion d’essere. Una ragion d’essere che è data propriamente da quel tempo in più che solo ora si ha, e comunque non si apprezza davvero. Dunque, parte un iter, difficile, oscuro, che fa paura, ma che si affronta pur di non rimanere immobili, che mette davanti a un bivio: accettazione o negazione – il che suona un po’ come la rimessa in scena dello shakespeariano essere o non essere. Ma cosa resta? Non resta mai nulla, se non la già troppo nota convinzione che non accadrà di nuovo, che restituisce solo una lunga lista di promesse che, si sa già in partenza, non saranno mai mantenute. Ma c’è un prima a questo tanto agognato termine del viaggio. Per questo ci si chiede: perché le coppie si sfaldano? Eppure ci sembravano così solide, così ben assortite. Il primo pensiero si focalizza sempre sull’ipotesi che chi, tra i due, ci è più simpatico abbia subìto un torto dall’altro, un qualcosa di plateale e di fortemente grave, perché altrimenti il nostro amico non avrebbe mai lasciato il partner. Ma questa è una menzogna: non c’è un atto plateale che fa finire una relazione, semmai il contrario. Così come nasce, l’amore finisce. Non ci sarebbe altro da dire. Ma, se si è detto che l’amore è una questione dell’esperienza, certamente, non possiamo accontentarci di una risposta così poco esaustiva, per quanto completa possa sembrare. Ancora, così come l’amore nasce, così finisce: la casualità e le piccole cose, gesti impercettibili e silenzi che sono stati la nascita e il costruirsi della reciprocità della relazione, ora non ci sono più. Viene meno un qualcosa, che non si conosce. Non si sa bene cosa, ma si ha la sensazione che non ci sia più, il che non è un’assenza vera, bensì una non-percezione, nel senso di mancanza. All’inizio non ci si dà importanza: “cazzo, andrà tutto bene” ci si ripete, e lo si ripete così tante volte a sé stessi che si finisce con il convincersene, dimenticando che forse a esser convinta sarebbe dovuta essere la persona che si diceva di amare. Allora, la non-percezione si trasforma in distrazione, lieve, una dimenticanza insignificante, che però significa tutto per l’altro. Ci si dimentica di dirsi qualcosa, dando per scontato che l’altro abbia capito. Improvvisamente, si smette di dir-si, non solo nel senso di parlare con il partener della relazione, ma di raccontare sé stessi, lasciando che i pensieri prendano il posto delle parole, che diventano mero strumento di routine quotidiana, e non più una narrazione di reciprocità. «Parlare in continuazione non significa comunicare» (Gondry, Micheal, Eternal Sunshine of the spotless mind, USA 2004) ma non comunicare affatto è altro. E non basta neanche più il sesso a porre rimedio. Un buon orgasmo è un palliativo che se non supportato da un dialogo, finisce con l’essere fine a sé stesso, perdendo il suo essere di piacere per scadere in un mero lieto fine di una scopata anche poco duratura. E non c’è alcun buon sesso che tenga davanti ai silenzi di una relazione agli sgoccioli: era bello fare l’amore perché era piacer-si, non per l’atto in sé. Appare, quindi, quasi un obbligo citare John C. McGinley, nel mentre che veste i panni del celebre dottor Cox: «La mela non brilla più. E scopri che la ragazzina graziosa che avevi sposato non è poi così tanto graziosa, ma una mangia uomini; non nel senso di guarda quella è una “mangia-uomini”. No… mi riferisco a chi usa ogni brandello della tua mascolinità per pulire qualsiasi rimasuglio di dignità rimasta sul lavello» (Scrubs, My Bed Benter and Beyond, 1×15, USA 2002). Dunque, viene meno il reciproco: l’altro diventa un ostacolo per la nostra calma, da isola felice si fa frustrazione. Ma non è l’altro a essere cambiato, bensì noi. Tutto ciò che credevamo che il nostro partener fosse, in realtà eravamo noi a vederlo. Così crolla il castello di sabbia che tanto abilmente e con tanta dedizione ci eravamo costruiti prima: “lei è diversa”, “lui mi capisce”, “finalmente ho travato qualcuno che fa per me”. Tutte frasi che non hanno più alcun senso, come se mai ne avessero avuto davvero. Il silenzio è opprimente, almeno tanto quanto la frustrazione innescata da quelle poche parole che lo rompono. Tutto si trasforma in prigione, ogni piccola mossa diventa una dichiarazione di guerra all’altra persona, nel senso di come è lei, non di ciò che ha fatto in sé. La relazione diventa un distruggersi. E alla fine a vincere non è mai nessuno. Resta solo una concreta domanda che si consuma nel chiedersi se, alla fine, si odia più l’altro o sé stessi. Allora siamo ancora nel concreto esperienziale, il più concreto, che duro e semplice ci colpisce ripetutamente, in un costante crescendo che prima era una puntura di zanzara, e solo ora si palesa come una colonna che ci cade addosso, in un lungo e lento logoramento. Non c’è gloria, non c’è grandezza, nessuna epopea o elegia per un dolore che diventa abitudine, e smette anche di ferire, cicatrizzando ancora una volta qualcosa che è già da tempo cicatrice. Resta una rassegnazione, che ormai è troppo pressante per essere procrastinata ancora; non si può rimanere ancora in silenzio, qualcuno dovrà pur dire qualcosa. E ci si rende conto che nel silenzio di quest’attesa, l’ennesima attesa, si cela una preghiera all’altro, che da Dio delle piccole cose, è ormai diventato un estraneo. Eppure non lo è, forse non lo è mai stato, e ciò ancor più logorante. E diventa ancora più spiazzante scoprire che era solo una presunzione, un’arrogante pretesa quella sicurezza di essere l’unico a conoscere davvero quella persona. Sopraggiunge la rabbia, una voglia di rompere qualsiasi cosa, che però si spegne nel suo stesso esplodere, portandoci a chiuderci in noi stessi, nel momento in cui avremmo avuto, probabilmente, più bisogno di esser violati da chi diceva di amarci. Ma non è mai così facile; ed è ironico accorgersene solo adesso. Un’ironia che suona solo come una disillusione. Resta solo una forte volontà di fuggire, ma dove? E a cosa servirebbe? E a chi? Si rimane intrappolati in quel labirinto di pensieri che necessitano di tempo. Allora quel tempo che rimane, che ora ci troviamo in più, diventa tempo necessario, perché abbiamo bisogno di riflettere, che poi sfocia nell’esigenza di capire cosa è andato storto, se qualcosa è andato storto, se c’è stato qualcosa che poi è andato storto. La parola facile si dimentica, o dovrebbe esser dimenticata, lasciando il posto al cercare, che non è mai un semplice cercare di, ma diventa un moto di riappropriazione, che è un conoscer-si, o magari ri-conoscersi, nel senso di scoprirsi nuovamente, mettendo a nudo un nuovo noi, o un lato di noi che non sospettavamo neanche che esistesse. Non si è certi che questo nuovo sia un qualcosa che ci piaccia, ma che differenza farebbe, comunque? In ogni caso, non può essere lavato via dalle lacrime, tantomeno i ricordi ormai feticizzati di ciò che si era prima. Il dolore resta, ma è accostato da una progressiva accettazione. Rimane ancora l’ironico, di una giornata ormai piena di impegni nuovi e vecchi, che frettolosamente si trasforma in sera, quando il pensiero non riesce a fermarsi. Le notti e i silenzi tornano prepotenti, a ricordarci che c’è del dolore da affrontare, che non si può procrastinare, benché si continui a cercare ogni modo possibile per farlo. E diventa snervante anche il pensare di rimandare, dando vita a una doppia procrastinazione, che si trasforma in una non-attesa al retrogusto di vigliaccheria, ma comunque necessaria, affinché si comprende che ormai è tardi, troppo tardi per poter procrastinare ancora. È in questo preciso momento che il dolore si trasforma in terapia. Una terapia delle piccole cose, che fa soffrire, che distrugge per poi ricostruire, che fa piangere, che fa prendere coscienza di essere soli, anche nella moltitudine della quotidianità. Dunque, si apre una nuova vecchia sfida, nella quale cerchiamo di restituire un senso alle cose, come se queste l’avessero mai avuto e il noi innamorato gliel’avesse rubato. Un rubare che è manipolazione, perché una tazza non era una solo una tazza quando eravamo con lui/lei, come anche un portachiavi, o una maglia, o un accendino. Ancora torna il motivo del feticismo del ricordo, che però si riduce progressivamente, in uno strano gioco di alternanza di momenti che si concretizzano in emozioni che, probabilmente, nel mentre che si vivevano neanche si erano percepite, ma che adesso, ora che sono poco più che ombre, o sfumature, ecco che ci parlano, e sembra che non abbiano mai avuto così tanto da dire. E improvvisamente viene meno il desiderio di oblio, lasciando spazio alla consapevolezza che comunque, del bello c’è stato, anche se ora non c’è più. Non c’è più riduzione, non c’è cancellamento o ripristino, resta solo da aspettare, come mai o come sempre si è fatto, nell’attesa che tutto non risulti niente di più e niente di meno di ciò che è anche adesso, ovvero un ricordo. Un ricordo che però attende di essere spogliato di volontà, per restare solo ciò che dovrebbe essere. È un’attesa che non si risparmia nel provocarci dolore, ancora e ancora, che sembra non voler finire mai, eppure finisce, quando meno ce lo si aspetta. L’unica cosa che dà fondamenta a questa convinzione è che se così non fosse saremmo perduti. Ma non perdiamo noi stessi, non così. I traumi si rimarginano ancora nel tempo, non nelle cose, non nei fatti. L’esperienza resta solo un manuale di informazioni che però sistematicamente ignoriamo, nella speranza di non ricadere negli stessi errori. Ma quegli errori sono il nostro essere, la nostra vulnerabilità che attende paziente, anche se non ne si è consci, di essere rimessa a nudo, perché è ciò che vuole essere donata, ciò che cerca e, spesso, merita anche di essere ricevuta. Allora non resta che attendere ancora, aspettando che qualcuno ci scopra. Ma l’attesa è un rischio e solo una volontà ferrea riesce a ingannarla. Ma si inganna noi stessi se vi rinunciamo, perché noi aspettiamo, lo facciamo da sempre e probabilmente lo faremo ancora, perché deve per forza esserci qualcuno che ci sta cercando. Dunque, il cinismo e l’autoaffermazione che cercano prepotentemente di farsi strada quando qualcosa finisce, ecco che si palesano ancora per quello che sono, ovvero fragili alibi di auto-convinzione che non hanno ragion d’essere se non come palliativo per un dolore che non si era pronti ad accettare prima. Allora, c’è differenza? Sì, e siamo noi, ancora una volta, come sempre. L’io attende. Come tutti gli altri, ma è la nostra attesa quella che conta. L’altrui attendere è solo una magra consolazione, come quando si è in una grande stazione treni e ci sono altri passeggeri ad aspettare il treno al nostro stesso binario. Siamo lì tutti per la stessa ragione, ma abbiamo fermate diverse; la non-consapevolezza che arriverà una fermata non implica che non sia possibile godersi il viaggio. E non ci sono parole migliori per chiudere queste righe se non quelle pronunciate da Tom Hanks in The terminal (Spielberg, Steven, USA 2004): «Tutti aspettano. Io aspetto te». Perché comunque all’amore, anche quando ci sono tutte le ragioni per non crederci, nonostante tutto, è importante crederci. Perché credere è sinonimo di speranza, una speranza che dà senso al non-senso, che muove le piccole cose che costruiscono la nostra realtà. Dunque, dell’amore non resta che l’amore stesso, perché non è importante che una coppia si sia amata davvero, anche perché cosa significa amarsi davvero? Importante è che i due abbiano creduto di amarsi, almeno per quel poco o tanto che hanno camminato insieme, nella forte certezza che abbiano provato qualcosa davvero, non nel senso universale, ma almeno per sé stessi. Un amore che non importa che sia finito, anche perché le cose finiscono sempre, e ciò non significa che non ci siano mai state o che siano state meno vere di altre più durature. La verità non è nel tempo guadagnato o perso, bensì nel tempo speso a esserci, e nulla restituirà o cambierà ciò che c’è stato. Spesso, proprio per questo, non serve neanche parlarne, proprio per non cadere in quella necessaria opera di feticizzazione. Però c’è, c’è stato, almeno per noi. E a questo punto, cos’altro avrebbe importanza?

Trieste, 22.12.20

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