MMXX – Cemento

Capitolo 1: Profumo
Capitolo 2: Magma
Capitolo 3: Elastico

In quest’ora estrema, il mio testamento si concretizza in una lettera a Dio. Una lettera al cielo, indagando sulla tua esistenza. Come il serpente, il dubbio si insinua tra i frutti dell’albero della mia conoscenza. Tu Dio, esisti davvero? E se esisti, in che forma? E se non esisti, io esisto?

Anno domini MMXX, sono un uomo scontato e banale, amo mia moglie, amo mia figlia. Oggi è il suo compleanno. Sono in cassa integrazione, sto aspettando un divino sostegno statale, mi sostiene il sostegno del gusto del vino. Non le ho potuto fare un regalo, ho dovuto economicamente tagliare su ciò che è superfluo. Ho dovuto tagliare l’amore, per mia figlia.  Ho paura di non poter pagare l’affitto per questo mese. Ho paura di non poter sostenere la mia famiglia. Sto cercando ancora cos’altro tagliare. Tagliare me, sul cemento. Come le Parche sto tagliando il filo, a me.

E se tu esisti Dio, se sei ciò che è dogma nelle sacre scritture, padre nostro che sei nei cieli, perché non rimembri di chi è buono in terra. Liberaci dal male, e così sia. Io incarno il mio diavolo adesso, il mio male, e mi sto liberando di me. Se sei severo, mi manderai all’inferno, tra chi è violento contro sé stesso. In modo ambiguo riesci a scambiare un atto violento per un’anima disperata. Se tu esisti Dio, davvero, manifestati, cogli il buono in questo mio atto disperato. Voglio riavere fede, che ho perso per questo blasfemo 2020. Voglio essere davvero tuo figlio, in comunione con il tuo corpo, bere il tuo vino, il tuo sangue. Voglio essere ancora credente, voglio credere che la fede possa aiutarmi materialmente. Tu, spirito santo, ho bisogno che tu aiuti il mio, il mio spirito buono in questo inferno terreno. Sono un uomo buono, e merito un solito Dio nella mia vita, di un miracolo. Urlo a te, Dio, ti prego, rispondimi. Spero che, come quella di Buddha, la tua mano mi impedisca di cadere. Che blocchi le mie ali, mi faccia volare dove io possa trovare salvezza. Che mi faccia cadere, e poi risorgere, in nuove speranze. Impediscimi di buttarmi, dimmi se ciò è la cosa giusta. O se è altro fuoco in questo inferno. Ti prego.

E se la tua forma è diversa da come scrivono. Se ciò che è sacro è in realtà un banale scabro. Forse dall’alto dei cieli, gustando il vino, osservi noncurante le formiche operose. Formiche riuscire, formiche ottenere, formiche vincere, formiche uccidere, formiche morire. Sei, Dio, in un mondo astrale, e osservi la terra attraverso un satellite divino televisivo. Amara possibilità, che spiegherebbe il male, l’odio, l’insensatezza del libero arbitrio. Perché, Dio, qualsiasi essere umano non sceglie di morire, non subisce il buono, ma subisce l’odio. Io, essere umano, adesso, bevo per Dio, calici d’odio. Calici di catrame, di odio verso me stesso, di cemento. Se tu esisti, nella forma più insulsa, ferma almeno la mia rabbia, il mio odio. Se non vuoi fermare le guerre, la fame, i serpenti, i diavoli, i traditori. Ferma me. Abbi fede in me, ferma me. Credi in me.

Ma io non ti vedo Dio, e se io non ti vedo, tu non esisti. Se tu non esisti, io non ho senso, io non esisto.  Allora rimugino, ripenso, questo gusto di vino scadente, di rabbia, di male in bocca. Il mondo perde la sua aura sacra, e si denota solamente ciò che è oggettivo. Se non esiste nessun Dio, sono io il responsabile, il doveroso, il colpevole. Per colpa mia, non riesco a vivere, e non riesco a far vivere mia moglie e mia figlia. Se Dio non esiste, io non ho più speranze. E per mia figlia, per mia moglie, ne resta solamente una. Forse è questo, davvero, il regalo che devo farle. Forse sono io davvero il male da cui mi devo liberare, da cui devo liberarla. La speranza è una mia assicurazione sulla vita, che mi rimane, tra le tante perdite economiche. Una copiosa assicurazione. Spetterebbe a chi amo. Ho organizzato tutto, il mio suicidio, la mia caduta, come se fosse un incidente, perché sono una pessima persona concreta. Ho bevuto nei locali più affollati, per farmi notare, finto estroverso, invadente, ubriaco. Non era il sangue divino quello che bevevo, era disperazione. Lo comunicheranno a mia moglie, tuo marito è caduto dal ponte, troppo alto, sulla strada, sul cemento. Lui era troppo ubriaco. È stato un incidente, solamente un incidente. Continueranno a dirle: non è stato un atto volontario, non lo avrebbe mai fatto, lui vi amava troppo. Essendo non volontario, spetterebbe loro la mia assicurazione. È l’unica possibilità, è questo, amore mio, il mio regalo per il tuo compleanno. Ti regalo una vita. Non lo avrebbe mai fatto, continueranno a ripeterti, lui vi amava troppo. È vero. E voglio cadere, sul cemento, perché vi amo troppo.

Concludo il mio testamento. Se tu esisti, nell’ideale forma paterna, ti sto donando il mio spirito. Voglio credere che tu sia così, per avere fede in ciò che sto facendo. Ora vado, cado, muoio. Tu, Dio buono, promettimi di credere, di farle avere fede, promettimi che mia figlia sarà buona. Cura il suo spirito, Dio, per farle credere sempre nel suo. Nella sua vita, nella sua possibilità. Credi. Cura. Cura il mio fiore. Che nasca dal mio cemento.

Bevo,
per il mio fiore,
calici di cemento.

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