Le mani delle donne. Giulia

GIULIA

     Giulia frequentava il mio stesso liceo, ma era di un anno più grande. Non era la classica – mi si passi il termine – figa della scuola, anzi, non era nemmeno vicina ad esserlo. Eppure, benché non fosse bellissima, aveva attorno a sé quell’aura fascinosa che capita di incontrare in quattro o cinque persone nella vita, e una capacità di risultare al contempo sensuale e innocente, eterea e provocante che non ho mai più incontrato. Le sue mani erano piuttosto minute, curate ma senza parvenza d’artificio, come se non fosse il risultato della sua grande cura. Non le avevo mai visto indosso uno smalto e l’assenza di peluria era un fattore che riguardava la natura della sua cute, non una serie di trattamenti estetici. L’unica macchia – letteralmente – era un neo sul dorso della mano sinistra, piccolo, ma che sulla sua pelle di porcellana risaltava per contrasto.
I primi approcci alla sessualità portano con sé quel misto di eccitazione e ansia nervosa che poi di rado si rivivono col passare del tempo. Si è consapevoli di trovarsi nel mezzo dei momenti di svolta della propria esistenza, forse anche per questo sono così intensi. Il corpo, complice della mente a nostra insaputa, reagisce di conseguenza e non si riesce a controllarlo.
Dopo questa breve sviolinata, penserete che con Giulia abbia vissuto la mia prima volta, ma devo deludervi, quella sarebbe arrivata più di un anno dopo, con un’altra ragazza. Da Giulia ricevetti per la prima volta una sega. In un certo senso, anche questa fu una prima volta, diversa da quella che ci si aspetta di solito.
Perché sto parlando della mia prima sega ricevuta? Perché è stato il momento più eccitante della mia adolescenza.
Al liceo accade spesso che ragazzi di classi diverse comincino a fare amicizia e ad uscire insieme oltre l’orario scolastico. Il mio primo vero incontro con Giulia – avevo quindici anni e mezzo – avvenne proprio in una di queste uscite in cui ci si trova ad essere in venti e più e non si sa come. Il piano era semplice: andare a Villa Borghese, portare un pallone – qualcuno avrebbe avuto di certo con sé le sigarette – e passare il pomeriggio nel migliore dei modi che un adolescente comune come me potesse immaginare, insieme a un folto gruppo di amici e conoscenti. Entrammo dal cancello di via Pinciana, passammo davanti alla Galleria Borghese, poi proseguimmo a sinistra su uno dei viali ampi del parco, per deviare infine verso una fontana a tre piani al centro di quattro lunghe panchine di marmo disposte in circolo. La giornata trascorse in totale serenità. Parlai a lungo con i miei amici e conobbi molti nuovi personaggi che mi avrebbero accompagnato negli anni di liceo. Tra i piccoli gruppi che vennero a formarsi, il mio e quello di Giulia non interagirono mai. Per di più, nessuno dei miei fumava o conosceva quel gruppo al punto di stabilire un legame, non c’erano pretesti. Non m’importava molto, non ero lì per lei e non immaginavo che quelle dita che adesso stringevano una canna avrebbero toccato le mie parti intime non molto tempo dopo.
Quel pomeriggio di maggio ci regalò una luce nitida fino alle sette. Giunse per tutti il momento di andare a casa e dopo aver salutato chi andava in direzioni diverse, rimanemmo in sei a dirigerci verso la metropolitana, stazione Flaminio.
Arrivati alle banchine, ci dividemmo ancora: quattro – tra cui io – in direzione Anagnina, gli altri due in direzione Battistini. Con me era rimasto Luca, lo stesso dello schiaffo di Mara, e insieme a noi Giulia e Lorenzo, uno della sua classe. Eravamo vicini, ma tra le due coppie c’era quella freddezza dovuta al fatto di non conoscersi e la conversazione non andò oltre il “voi dove scendete?”. Io dovevo cambiare a Termini per andare in direzione Rebibbia, Luca avrebbe proseguito sulla linea A fino a Subaugusta, il padre si era trasferito in quella zona dopo il divorzio. Mentre Lorenzo sarebbe arrivato fino a Lucio Sestio, condividendo con Luca un pezzo di tragitto, lei avrebbe cambiato a Termini insieme a me per prendere la stessa direzione fino a Quintiliani. Io sarei sceso a Tiburtina, appena una fermata prima.
Arrivati a Termini, salutammo Luca e Lorenzo. Sulla banchina non sapevo se continuare il percorso con Giulia oppure separarmi da lei. La situazione era delle più classiche: entrambi ci conoscevamo di vista senza mai essere andati oltre quei “ciao” corali che si lanciano quando ci si unisce ad un gruppo. L’imbarazzo non era fuori dalla normalità, ma sembravo solo io a provarlo.
«Dai andiamo, rischiamo di perdere la metro», disse Giulia rompendo il silenzio e togliendomi dall’imbarazzo. Nel parlare mi aveva guardato appena e quelle parole erano uscite dalla sua bocca con un tono fermo ma delicato, la voce suadente e leggermente roca mi aveva invitato a seguirla.
«Andiamo», ripetei in tono neutro, sorpreso dalla sua frase. Percorremmo il tratto che collegava la linea A alla B in silenzio, uno accanto all’altra. Con la coda dell’occhio studiavo il suo passo e i suoi movimenti, mentre lei camminava guardando sempre dritto di fronte a sé come se tutto ciò che le passava accanto non la sfiorasse.
Arrivammo alla banchina. Lo schermo informava che il treno successivo sarebbe arrivato in sei minuti. Guardavo intorno a me sperando che il silenzio finisse, mi sentivo molto a disagio. Lei, dal canto suo, sembrava vedere oltre le mura di quel luogo sotterraneo mentre con la mano muoveva su e giù la zip della felpa che si era messa indosso nel tragitto. Decisi che era il momento di parlare, di dire una qualsiasi frase per togliermi di dosso l’impaccio che sentivo nello stare con una persona vicino senza rivolgerle la parola.
«Certo che i mezzi sono una merda come al solito, eh», fu l’unica cosa che mi venne in mente per rompere il ghiaccio.
All’inizio nemmeno si voltò verso di me, poi, come fosse riemersa da un sonno profondo, mi guardò per un paio di secondi.
«Che dicevi?», mi domandò. Non capii se non avesse sentito o se mi avesse ignorato, ma ripetei la frase precedente.
«Ah sì, in effetti… comunque non ho fretta di tornare a casa. I miei nemmeno ci sono questa settimana.»
Non afferrai del tutto il senso di quella frase, ma mi appigliai al tema genitori per creare un minimo di conversazione.
«Beata te. Se rientro tardi per cena i miei mi ammazzano, rompono i coglioni sugli orari e se non mi siedo a tavola per le otto e mezza si incazzano», dissi. Lei mosse le spalle verso l’alto in un gesto che credetti significasse “mi dispiace”, ma che poteva benissimo essere un modo cortese per dirmi che non voleva portare avanti la conversazione. Calò di nuovo il silenzio.
Castro Pretorio. Policlinico. Bologna. Silenzio. Arrivammo a Tiburtina.
«Allora… ciao, buona serata», dissi accompagnando la frase con un gesto della mano, non sapendo se aspettarmi una risposta, che invece arrivò.
«Ci vediamo lunedì a scuola», rispose e accennò un sorriso cortese, ma assolutamente spontaneo, almeno per me. Certo, se incontrarsi a scuola fosse significato altro silenzio, non so se avrei voluto vederla più di tanto. Ma non fu così. Riuscii comunque a tornare in tempo per cena, ma non mi evitai i rimproveri di mia madre, perché “se si dà un orario per rientrare a casa, non vuol dire che non si possa arrivare prima”. Ero talmente abituato che il tutto mi scivolò addosso. La giornata era stata così bella che non me la sarei fatta rovinare per così poco.

     Il lunedì entrammo in seconda ora, mancava il professore di scienze. Luca mi venne incontro dieci minuti prima della campanella. Nel fine settimana non ci eravamo visti, perciò per prima cosa mi chiese con fare malizioso come fosse andato il ritorno con Giulia. Gli raccontai quel poco che era accaduto mentre salivamo le scale dell’edificio. Camminando lungo il corridoio, passammo davanti alla sua classe e la intravidi intenta a scrivere sul diario le parole dettate dalla voce dell’insegnante. Mi diede ancora una volta l’impressione di agire con leggerezza e un apparente disinteresse verso tutto. Era incomprensibile come riuscisse ad ascoltare ciò che veniva detto e a scrivere mentre lo sguardo era chiaramente indirizzato altrove, in un punto imprecisato che sembrava attraversare senza fatica come se le pareti fossero di vetro.
Le due ore che precedevano la ricreazione sembrarono non finire mai. Quando la campanella ci liberò, scendemmo tutti in cortile per godere del caldo primaverile e incontrare gente delle altre classi. Trascorsi alcuni minuti, sentii addosso il peso di uno sguardo lontano. Mi voltai per rendermi conto che non mi sbagliavo, una ragazza stava guardando nella mia direzione, ma non erano gli occhi che pensavo.
Seguirono due ore di matematica e una di inglese. La noia che mi colse durante le lezioni si tradusse in una moltitudine di disegni, ghirigori sui quaderni e in pochi appunti presi copiando passivamente dalla lavagna formule incomprensibili. Gli unici momenti in cui la concentrazione tornava alta coincidevano con i rimproveri degli insegnanti per la scarsa attenzione che prestavamo. Durante l’ultima ora il caldo divenne insopportabile. Un raggio di sole mi si posò addosso e vi rimase per tutta l’ultima mezz’ora. Non potei evitare di cominciare a sudare e la prospettiva di dovermi infilare in metro così non mi rendeva entusiasta. Alla fine della giornata ci ritrovammo con tutti gli altri della classe davanti all’uscita. Chiacchierammo per qualche minuto prima di andare verso la metro e separarci fino alla mattina successiva. Eravamo in molti a dover andare nella stessa direzione e la folla di persone in attesa del treno si vedeva dall’inizio delle scale mobili. Ci sarebbero volute molte corse per riuscire ad entrare e poi, come al solito, ci saremmo ritrovati stretti come sardine per interminabili minuti.
Dopo tre treni persi e dieci minuti, riuscii a salire lasciandomi dietro circa metà del gruppo e, col viso premuto sulla porta scorrevole per quasi tutto il tragitto, affrontai il viaggio. Da Colosseo fino alla mia fermata l’affollamento rimase costante e il caldo mi fece sudare molto più del sole in classe. Scesi a Tiburtina, fradicio, affannato e snervato per la situazione. Senza aspettare un istante di più, mi diressi verso l’uscita. L’aria del primo pomeriggio, benché calda e quasi estiva, mi accarezzò il corpo asciugando una dopo l’altra le gocce che lo ricoprivano per intero. Mi rinfrescai gettandomi addosso l’acqua che sgorgava da una fontanella lì vicino. Mi fermai qualche secondo all’ombra di un albero pieno di foglie verde scuro, quando vidi Giulia salire le scale della metro. La fronte era imperlata di goccioline, ma l’espressione rilassata non faceva trasparire alcuna sofferenza dovuta al caldo. Si guardò intorno con aria smarrita, coprendo gli occhi dalla luce intensa del sole con una mano posata sulla fronte a mo’ di visiera. La osservai curioso per provare a capire cosa stesse cercando. A un tratto si voltò verso di me e gli sguardi si incrociarono. Le feci un cenno rapido col capo e con la mano per salutarla e lei ricambiò con lo stesso sorriso di qualche giorno prima. Si guardò un’altra volta intorno in maniera sbrigativa, poi cominciò a camminare verso di me. Mi dispiaceva farmi vedere in quelle condizioni. Cercai almeno di asciugare il sudore sul viso, per il resto c’era ben poco da fare.
«Ciao!», esordii.
«Ehilà», rispose non appena fu abbastanza vicina perché la sentissi.
«Come va?»
«Mah, benino. Stavo andando in libreria, ma quella che conosco è chiusa oggi e non so dove possa essercene un’altra», disse con un tono tutt’altro che infastidito, «Non è che per caso ne conosci qualcuna qua intorno? Pure una bancarella di libri usati va bene, in zona da me non ce ne sono e ho pensato di venire qua, ma non so da che parte andare.»
Mi fermai a riflettere un istante. Non ero un lettore avido, di quelli che non fanno altro dalla mattina alla sera, ma conoscevo qualche posto. Pensai di indicarle una bancarella sulla salita di via Cesare De Lollis, una traversa di piazzale del Verano.
«Non è che mi accompagni? Non la conosco come zona.», mi domandò. Già immaginavo la faccia di mia madre se fossi tornato tardi e per di più mi infastidiva essere in quelle condizioni terribili, anche se lei non pareva farci caso.
«Ehm… penso di sì, dovrei tornare a casa, ma… magari… senza fare troppo tardi posso», le risposi tentennante. Se non ci avessimo impiegato troppo, avrei potuto dare la colpa del ritardo alla metro sempre piena e che passa ogni morte di papa. La prospettiva mi rassicurò, quindi cominciai a fare strada a Giulia.
Camminammo di nuovo fianco a fianco come qualche giorno prima e anche stavolta ci fu silenzio, almeno all’inizio. Lei sembrava trovarsi del tutto a suo agio a non parlare, ma io non lo ero per nulla.
«Che libro devi comprare?», domandai all’improvviso.
«Boh, non saprei, voglio cercare un po’ e quando ne trovo uno che mi ispira, lo prendo. Ho finito quelli che avevo a casa e i miei non è che leggono molto, quindi devo andare per bancarelle e librerie ogni tanto.»
Dover cercare significava metterci del tempo. I miei piani già si andavano sgretolando e la voce furente di mia madre cominciava a sembrarmi più nitida nelle orecchie. Tuttavia, mi aveva finalmente dato una risposta un po’ più articolata che lasciava spazio per aprire un dialogo, anche se non sembrava volerlo continuare a tutti i costi. Mi dava l’impressione di parlare e poi tornare in un mondo suo, tra i suoi pensieri. Soprattutto, non faceva domande, quindi toccava a me ogni volta proseguire. Non c’era in lei un atteggiamento spocchioso, semplicemente agiva così. Il volto era disteso e gli occhi sempre fissi in avanti.
«Io non leggo tantissimo e di solito prendo quelli che stanno a casa. I miei, invece, leggono parecchio tutti e due e ce ne sono un bel po’ tra cui scegliere. Che leggi di solito?», dissi sperando di stimolarla.
«Non ho un genere preferito. Ultimamente avevo letto un paio di libri russi, uno di Nabokov e uno di Bulgakov, poi qualche racconto di Kafka, ma di alcuni non c’ho capito proprio niente.», mi rispose. I primi due non li avevo mai sentiti nominare, Kafka sì, ma non ne sapevo nulla, quindi andai oltre. Eravamo arrivati già su via Tiburtina, da lì ci sarebbero voluti altri cinque minuti.
«Io qualche scrittore italiano ogni tanto lo leggo. Ne ho letti un paio di Moravia, ma mi sono rotto a metà, di Buzzati c’ho capito poco e uno di Silone l’ho finito a fatica. Per esempio i racconti di Poe meritano davvero, quelli te li consiglio», mi interruppi per un istante, ma poi ebbi una breve illuminazione e ripresi, «Ah ecco, di italiano, pure se è parecchio strano, leggiti Altri libertini di Tondelli. Mi ha un po’ scandalizzato… è un po’, tanto… sporco, però è figo.»
«Tondelli, eh? Me lo segno, se per caso lo trovo, lo prendo.», mi rispose. Per la prima volta sembrò avere una reale reazione alle mie parole. Nel frattempo calò di nuovo il silenzio. Con altri due minuti di cammino, arrivammo alla bancarella.
Cominciammo entrambi a spulciare tra le pile di libri ammassati, io più che altro per ingannare il tempo. Giulia, con un accenno di ingordigia, si era gettata alla ricerca del libro che l’avrebbe dovuta “ispirare”, per usare la sua stessa formula. Lessi titoli e autori mai sentiti prima. Cercando qua e là mi venne quella che chiamano la fame del lettore. Non sapevo nulla della maggior parte dei volumi che mi si presentavano davanti, ma questo fece aumentare la mia curiosità. Giulia pareva del tutto assorbita dalla sua ricerca, ma non si scomponeva nemmeno quando trovava qualcosa che chiaramente la interessava, dato che ci si soffermava minuti interi. Sollevò, spostò e risistemò decine di libri prima di fermarsi. La mia impazienza cresceva insieme al numero di volumi che Giulia scartava. Mi si avvicinò mentre sfogliavo una vecchia e trasandata edizione de Le porte della percezione di Huxley. La sua voce mi risvegliò e mi catapultò nel mondo reale. Aveva in mano una busta con dentro tre libri. Ne tirò fuori uno e me lo sventolò davanti.
«Ho trovato quel libro di Tondelli che mi hai detto prima», disse con un sorrisetto che mi ricordò quanto avevo detto riguardo al fatto che fosse un libro… sporco. Non capivo se lo avesse fatto o meno apposta, ma mi vergognai un po’.
«Voglio sapere perché ti ha scandalizzato così tanto», aggiunse.
«Dici adesso?», domandai con la speranza che rispondesse di no. A conti fatti era una sconosciuta e parlarle di orge, seghe fatte per rianimare un eroinomane e altre esperienze spinte non mi andava. Certo, c’era dell’altro, ma mi avevano colpito in particolare quelle zone dei testi, avendo quindici anni e ben poche conoscenze di pratiche sessuali.
«No, sei pazzo? Non voglio che mi anticipi niente. Prima lo leggo e poi voglio azzeccare da sola i punti che dicevi prima.»
«Sì… Sì sì, va bene. Leggilo pure con calma. Io ce ne ho messo un po’ di tempo per finirlo. Per fortuna i miei non si sono accorti che lo avevo preso, sennò mi sarebbero toccati discorsi imbarazzanti che con loro non farei manco sotto tortura. Nemmeno me la voglio immaginare la scena», scoppiai in una risatina accennata che mi rimase mezza strozzata in gola.
Giulia sembrava essere tornata nel suo mondo, stavolta fui meno sorpreso del solito. Pagò i libri e ci avviammo a ripercorrere la strada al contrario. Ci dirigemmo verso la stazione Policlinico, molto più vicina rispetto alle altre. A Tiburtina ci salutammo in fretta, ma prima di andarmene non potei trattenermi dal dire, scandendo dall’altra parte della porta chiusa “inizia dal primo racconto!”. Che frase sciocca. Lei non lasciò intendere nulla, ma ero convinto che mi avesse sentito. Me ne tornai a casa e iniziai a studiare per l’interrogazione di matematica che avrei avuto il giovedì.

     I giorni seguenti non uscii per prepararmi come si deve e strappare una sufficienza. A scuola vidi Giulia soltanto una volta e per pochi minuti. Parlammo a stento perché eravamo nel mezzo del caos della ricreazione, ma mi informò che la lettura proseguiva spedita e che le mancavano solo due dei sei racconti.
La professoressa di matematica con ogni probabilità ebbe pietà di me e segnò un bel sei e mezzo sul registro, eppure io non ero convinto di essere andato bene. Mi ero salvato anche quell’anno. Il giovedì pomeriggio lo passai a riposare sul divano e solo dopo cena raggiunsi degli amici per una passeggiata in zona.
La mattina del venerdì ero riposato e pronto per affrontare il fine settimana. Arrivai a scuola col viso intontito di chi si è alzato presto e con la gioia di aver evitato di essere rimandato a settembre. Seguii a stento le prime ore di lezione. La ricreazione ci trascinò tutti in cortile, ma il caldo era insopportabile. Erano arrivate le giornate di fine maggio in cui l’umidità sembra venire da sotto terra e si accomoda intorno alla pelle rendendola costantemente appiccicosa e una patina di sudore emerge in controluce sulle zone scoperte del corpo. Con i miei compagni di classe, ammassati alla base delle scale antincendio, ci riparammo dal sole e organizzammo dei programmi per i due giorni successivi. Io non ne avevo di particolari e forse ci saremmo visti per uscire in centro il sabato pomeriggio. Alla fine di quel discorso incrociai a qualche metro di distanza lo sguardo di Giulia. Mi rivolse il suo solito sorriso accennato e mi avvicinai per salutarla.
«Allora, finito Tondelli?», esordii più sciolto del solito.
«Quasi», fece un tiro di sigaretta e continuò, «mi manca metà dell’ultimo racconto. Mi sa che lo leggo durante inglese.»
«Beh, che ne pensi?», domandai curioso di conoscere il suo parere.
«Non te lo dico prima di aver finito, magari cambio idea all’ultimo.», fece un altro tiro di sigaretta, «Magari ho anche azzeccato i punti che ti hanno lasciato ‘perplesso’», concluse imitandomi e mi guardò ancora una volta con un accenno di malizia che nascondeva quanto bastava per farla notare appena, apparendo enigmatica in volto.
«Come fai a cambiare idea all’ultimo? Sono sei racconti tutti diversi tra loro».
In effetti mi sembrava assurdo, ma non sapendo cosa ne pensasse degli altri, evitai di andare avanti.
«Boh, magari basta poco per stravolgere tutto», mi rispose.
La campanella suonò appena finì di dire quella frase. Buttò la cicca per terra, mandò fuori dalla bocca un’ultima nuvoletta di fumo e mi salutò.
«Ci becchiamo all’uscita, allora», mi disse mentre già si stava allontanando e cominciava a salire le scale.
«Sì, ci becchiamo», mi limitai a ripetere.
Penserete che io menta, ma Giulia non mi interessava nel senso che si intende di solito. Era una persona tutto sommato piacevole, un po’ strana ai miei occhi, ma affascinante in un modo che nemmeno raccontando riesco a rendere come vorrei. Fatto sta che non mi piaceva e la ritenevo oltre le mie possibilità – un classico di quando si è adolescenti e la ragazza in questione è addirittura più grande. Ciò che mi fece attendere con trepidazione l’incontro fu la curiosità di sapere se avesse indovinato come credeva. Quella prospettiva rendeva infinito lo scorrere dei minuti e, benché cercassi in ogni modo di distrarmi, non fu possibile accelerare il tempo. Verso la fine sopraggiunse anche un accenno di imbarazzo tra le mie sensazioni, perché se anche avesse sbagliato, di certo avrebbe voluto sapere di quali parti del testo si trattava.
Finalmente la sesta ora si concluse, così mi diressi verso l’uscita. Tra la folla di ragazzi che si agitavano in preda all’entusiasmo di un’altra settimana di scuola finita, era complicato trovare qualcuno in particolare. Per di più, Giulia non era così alta da spiccare tra quella moltitudine di teste. Rimasi ancora un po’ con gli altri, mentre si lamentavano delle lezioni e di quelle ultime settimane prima delle vacanze che sembravano non passare mai. Ad un certo punto, vidi la classe di Giulia uscire. Lorenzo in testa, scesero le quattro scale che li separavano dal marciapiede e si divisero. Lei mi vide e ci venimmo incontro tra la massa brulicante che nel mentre si era diradata per buona parte.
«Ce l’ho fatta, ho finito. L’ora di inglese mi ha dato una bella mano. Il prof. è stato tutto il tempo a leggere e non si è accorto che ognuno si faceva gli affari suoi», disse col suo solito tono che mitigava l’entusiasmo delle parole. Con la mano si tirò indietro i capelli lunghi che le finivano davanti agli occhi. Mi venne istintivo seguirne il movimento, come fossi incantato dal quel puntino marrone che risaltava sul dorso. Lei se ne accorse e con uno schiocco delle dita mi riportò alla realtà.
«Ti sei imbambolato?», domandò con un sorriso divertito appena percettibile.
«No, no, scusa,» mi affrettai a rispondere, «ora puoi dirmi che ne pensi, non hai scuse.»
«In realtà ora devo scappare, ma se sei libero oggi pomeriggio passa a casa da me e ne parliamo tranquilli al fresco davanti al ventilatore. Ci stai?», domandò con naturalezza, come se ci conoscessimo da anni. Rimasi colpito e impreparato. A parte il fatto che non ero mai andato a casa di una ragazza da solo, quell’invito improvviso mi stupì perché tra noi non c’era una grande confidenza. Non sapevo che rispondere, ma per essere libero, ero libero. Mi resi conto che dovevo pur ribattere qualcosa, perciò senza riflettere molto dissi “daje, ci sto” in un tono squillante che non era il mio solito.
«Ok, allora vieni verso le cinque, prima non ce la faccio proprio», disse in fretta. Mi lascio scritto l’indirizzo su un foglietto e scappò via in direzione della metro senza salutare.
Rimasi lì fermo per qualche istante. Non c’era niente di male nell’invito che mi aveva fatto, solo che non me l’aspettavo, tutto qua. Gli altri erano già andati via, quindi mi avviai da solo verso la stazione della metro. Incontrai il la solita baraonda alle banchine, ma per fortuna il secondo treno arrivò dopo tre minuti. In meno di mezz’ora ero a casa.

     Decisi di fare una doccia prima di andare a casa di Giulia. Verso le quattro cominciai a prepararmi per uscire. Ero ancora nervoso, al punto che pensai di non andare e accampare una scusa, del tipo che mia madre aveva dato di matto e non mi aveva permesso di uscire. Avrei fatto la figura del bamboccio, ma l’idea mi tentava. In fondo, che avevamo da dirci io e Giulia? Non sapevamo niente l’uno dell’altra. Alla fine misi da parte il ragionamento e andai. Dopo un breve tragitto, mi accorsi di aver dimenticato il portafogli a casa, quindi tornai sui miei passi e ricominciai il percorso daccapo. Avrei fatto sicuramente tardi, ma non mi sarei messo a correre, faceva troppo caldo. Ai miei genitori avevo detto che sarei andato da Luca e saremmo stati a casa sua tutto il pomeriggio, la più tipica delle scuse per non dover dare troppe spiegazioni.
Scesi dalla metro a Quintiliani. Mi diressi verso una via più popolata e chiesi indicazioni per arrivare all’indirizzo che mi aveva scritto sul foglio: via Tommaso Monicelli, 2. Con un paio di tentativi riuscii a farmi indicare la direzione e arrivai a destinazione alle cinque e venti. Suonai al campanello e riconobbi la voce di Giulia che subito aprì il cancello e mi disse di salire al secondo piano. Salii le rampe di scale a piedi e la trovai in pantaloncini sportivi – sicuramente usati come pigiama – e in canottiera. Notai che non portava il reggiseno sotto la canottiera. Mi invitò ad entrare e mi offrì un succo di frutta. Senza troppi preamboli, mi invitò ad accomodarmi in camera sua. Era chiaro che i genitori non erano ancora in casa, quindi mi sentivo più a mio agio, benché non del tutto rilassato. Mi scusai subito per il ritardo ma lei disse che non importava. Diedi un’occhiata alla stanza. Era molto spaziosa, il letto a una piazza era in un angolo con la testa rivolta verso la parete in cui si apriva un’ampia finestra. La scrivania era piena di libri e quaderni lasciati in disordine. Sulle pareti erano appesi un paio di poster di band che non conoscevo e di cui ora non ricordo i nomi. Una mensola era occupata da una fila di bottiglie di birra vuote, di marche diverse e con nomi sconosciuti, sotto ognuna di esse un sottobicchiere. Su un comodino si trovavano impilati i tre libri che aveva comprato con me e un posacenere con mezza sigaretta spenta. Dovevo averla interrotta mentre stava fumando. Una lampadina spoglia pendeva dal soffitto bianco attaccata ad un filo rovinato che oscillava un poco ad ogni alito di vento. Un’altra marea di oggetti risiedeva in quella stanza, ma la memoria non mi assiste fino a quel punto.
Mi accomodai sulla poltrona che si trovava davanti alla scrivania. Benché la forma mi invitasse ad abbandonarmi alla sua morbidezza, rimasi in un primo momento seduto con la schiena dritta e in pizzo. Giulia si mise sul letto con le gambe incrociate. Si allungò col corpo verso il comodino, prese la sigaretta e l’accese per terminare le ultime boccate. Si allungò di nuovo per afferrare il libro e cominciò a sfogliarlo. Notai che i bordi erano piegati e rovinati, mentre le pagine erano ricoperte di scritte a matita.
«Lo hai proprio trattato male quel povero Tondelli», affermai con una risata ironica.
«Lo faccio sempre, non farci caso. Sembra che mi piaccia consumarli ma lo faccio senza accorgermene in preda alla lettura. Poi in borsa, nello zaino, sballottato ovunque… Mi piace appuntare cose ai margini, certe volte manco c’entrano niente, ma mi passano per la testa e le scrivo».
Continuò a fumare e abbassò gli occhi verso il libro. Lo sguardo rimase per un paio di minuti fermo sulle pagine. Per ingannare quel silenzio cominciai a toccare tutto ciò che c’era sulla scrivania: penne, fogli, post-it, un bicchiere mezzo pieno di succo di frutta ecc. Seccato da quell’attesa silenziosa, mi rivolsi a Giulia per aprire il discorso.
«Che parte stai rileggendo?», domandai.
«Quella più forte, l’unica che secondo me ha davvero scandalizzato uno un po’ preciso come te. Forse pure Viaggio un po’ ti avrà fatto effetto, ma questo ci scommetto la vita che ti ha steso. Finisco le ultime righe al volo», disse e immerse di nuovo il naso tra le pagine.
Poteva davvero aver indovinato? C’era un punto del primo racconto, verso la fine che mi aveva scosso in particolar modo e forse non era poi così difficile arrivarci. Intanto aveva terminato la lettura. Chiuse il libro e allontanò il posacenere con dentro il mozzicone spento della sigaretta.
Mi guardò per qualche secondo col suo solito sorrisetto accennato sul viso. Doveva sapere che quel suo atteggiamento mi metteva in difficoltà e che non sapevo come comportarmi, o magari nemmeno se ne rendeva conto. Ero in grado di celare il disagio dietro una maschera più rigida, ma in quel momento risultava davvero impossibile. Non c’era nulla di speciale nel modo in cui agiva, solo che quell’aura affascinante che la circondava la rendeva, in certe situazioni, insostenibile. Inoltre, trovarmi da solo a casa sua non era d’aiuto. Tendiamo a sottovalutare momenti come questo. Mentre li viviamo sono caotici, emozionanti, quasi stordenti, poi col distacco della lontananza ridiamo di noi stessi e ci diamo degli idioti per esserci agitati in quel modo. Questo accade perché usiamo lo sguardo delle persone adulte e ci siamo ormai dimenticati di cosa sia essere adolescenti e inesperti. Dopo avermi infuso una sorta di terrore dovuto all’incomprensibilità e all’impossibilità di controllarsi, ruppe il silenzio, e non avrei potuto esserne più contento, finché non ascoltai cosa stava per dire.
«Bello tosto il finale del primo racconto, eh?», mi domandò mentre riprendeva la posizione di prima. Il modo in cui aveva pronunciato quella frase l’aveva trasformata in un’affermazione che solo per gioco aveva il tono di un’interrogazione. Sapeva di aver colto nel segno e mi guardò allargando il suo sorriso, con uno sguardo complice ma soddisfatto. Non aveva intenzione di mettermi in imbarazzo, anzi, il suo corpo e i suoi gesti erano del tutto inclini a venirmi incontro in quel momento. Lo percepii, ma non riuscii a dominarmi per nulla.
«S-sì… beh, dai. Era un po’ forte da leggere. Già la scena faceva impressione, poi tutte quelle cose che Giusy dice a Bibo mentre lo… mentre…» e feci un gesto agitando il braccio che non c’entrava nulla con l’azione di Giusy, «…hai capito dai.»
«Mentre gli faceva una sega per risvegliarlo», concluse lei.
«Esatto», risposi sollevato dal fatto che fosse stata lei a concludere, ma ancora in imbarazzo.
«Che ti vergognavi a dirlo?», domandò mentre ridacchiava. Non c’era nulla di cattivo nella sua domanda, anzi, colsi un pizzico di malizia scherzosa nella sua espressione. Ciò non toglie che ero diventato un po’ rosso.
«Un po’ sì, poi parlarne con una ragazza è sempre strano.»
«Perché? Pensi che non capisca o che le ragazze di ‘ste cose non parlino?», il tono non era alterato, giusto un po’ severo e ancora malizioso, come prima.
«No, che c’entra. Era per dire che mi fa strano, non so abituato e…», mi interruppi.
«E…?», mi invitò a proseguire.
«Non sono argomenti di cui mi va di parlare con una ragazza.»
«Sei strano forte. Pensi che non sappia di che parliamo? Poi che c’è di strano? Ne parli con gli altri ragazzi, non sono mica tanto diversa.», sembrò rimproverarmi.
«È solo che non voglio, non mi riesce», dissi alzando un po’ il tono, chiaramente in totale imbarazzo.
«Ma scusa, quando una ragazza te ne fa una non è un po’ come parlarne?», mi chiese col tono più naturale del mondo. Immagino che il mio viso fosse diventato rosso fuoco. Che ne sapevo io? Non mi era mai successo e nemmeno avevo idea del fatto che le due cose potessero essere messe in relazione tra loro. Il sangue andava a tremila nelle vene. Sentivo il collo pulsare come quando si corre per molto, troppo tempo. Le gambe formicolavano e anche il polso aveva cominciato a dare l’impressione di voler esplodere e uscire dalla pelle. Ormai sapevo gestire le situazioni di stress, ma questa andava oltre la mia immaginazione.
«Ma certo… certo», risposi con un tono a cui neanche un neonato avrebbe creduto. Giulia se ne rese conto e sembrò per un momento tornare sui suoi passi.
«Non ti è mai capitato? Mai proprio?», domandò con tono curioso e capii che avrei anche potuto non rispondere, ma ormai mi aveva scoperto.
«Eh no…», dissi con tono un po’ scoraggiato e con un movimento del labbro che doveva far intendere dispiacere.
Calò il silenzio. Tenevo lo sguardo basso sul pavimento per non incrociare il suo, non sapevo nemmeno cosa lei stesse facendo. Passò qualche altro secondo. Alzai la testa e incontrai i suoi occhi per un istante prima di interrompere il contatto visivo.
«Beh, già che ci siamo, allora… parliamone», disse decisa e con un tono di voce più languido.
«Cosa?», fu l’unica parola che riuscii a pronunciare. Non ebbi nemmeno il tempo di aggiungere altro che lei si alzò dal letto e cominciò a venirmi incontro. Fece i tre passi che la separavano da me molto lentamente. In quello che mi parve un istante, me la trovai davanti, in piedi, l’ombelico all’altezza della mia testa. Si avvicinò col viso al mio. Ebbi per un breve istante la tentazione di tirarmi indietro, alzarmi ed andar via, ma non ne avrei avuto il tempo. Un attimo dopo era seduta sulle mie ginocchia. Il viso era ancora vicino al mio, e col corpo si accostava sempre di più. Sentii le mutande cominciare a stingersi. Aveva spostato la testa di lato e la bocca si era avvicinata al mio lobo, quando cominciò a sospirare più pesantemente e con la punta lingua passò come una piuma intorno allo stesso lobo. Intanto il corpo si era adagiato sul mio e con la mano aveva afferrato la mia mano destra e l’aveva fatta scivolare sotto la canottiera, poggiandola sul seno e stringendo il palmo affinché io facessi lo stesso. Sentii che avrei potuto bucare i pantaloni in quel momento. La mano, all’inizio timida, si stava abituando alla morbidezza e provava una certa attrazione per quel capezzolo turgido, ruvido. Con l’altra mano cominciò a scendere dal petto, sfiorando l’addome, per arrivare al pube con una lentezza che mi parve straziante. All’inizio il movimento circolare era delicato e sfiorava la zona, poi arrivò a stringere e a premere con più energia. La bocca si spostava dall’orecchio al collo e viceversa mentre sussurrava frasi che non riporterò, perché voglio tenerle per me. Mi si mise sopra a cavalcioni. Si tolse la canottiera e la vidi seminuda. Mi ritrovai con i seni davanti al viso e senza pensarci cominciai a leccarli e a succhiarli, mentre con una mano le cingevo il corpo perché mi stesse più attaccata. Ogni gesto era ormai puramente istintivo, non sapevo da dove tutto ciò mi provenisse, ma doveva esserci una zona recondita del cervello che mi comandava a mia insaputa e mi faceva agire prima ancora che potessi riflettere su cosa fare. Mi si strusciò addosso per un po’, mentre sentivo l’eccitazione arrivare al massimo livello. Non smetteva di stuzzicarmi e non vedevo l’ora che andasse avanti. Credo che percepì la mia impazienza, perché si spostò dalla posizione di prima e tornò seduta sulle mie ginocchia. Con la mano sinistra – era mancina – scese lentamente ed alzò l’elastico delle mutande che ormai erano tirate al massimo. Sentii le dita afferrare la base e salire lentamente verso la sommità, con un movimento che avevo fatto un’infinità di volte da solo, ma che ora aveva tutto un altro gusto. Mentre ripeteva l’azione, con la destra finiva di slacciarmi i pantaloni e li abbassava del tutto. Sentivo pulsare ogni vena del corpo come non mi era mai successo prima. Il movimento in un primo momento era lento, come se stesse assaporando la mia eccitazione e volesse farla crescere ancora. All’improvviso aumentò l’intensità e mi sentii esplodere di piacere mentre continuava a sussurrarmi frasi all’orecchio e a stuzzicarmi con la lingua. Avevo perso ogni percezione di ciò che mi stava intorno e del tempo che scorreva. Non avrei saputo dire da quanto andava avanti quell’atto che era al contempo passionale e animalesco. Continuava ad alternare il ritmo del movimento, finché non sentii il brivido che precede l’orgasmo scorrermi nel corpo e concentrarsi unicamente sulla sommità, fino a terminare nel massimo della goduria. Ansimai e mi contrassi come mai avevo fatto in vita mia. Avevo il fiatone, quando sentii le pulsazioni irregolari di quando si viene, e finalmente venni, con un’intensità che non saprei descrivere. Non so nemmeno se ho mai più riprovato una sensazione così.
Lei continuò per qualche istante, fin quando non fui io a bloccarla. Passai secondi lunghissimi in uno stato di trance totale. Avrebbe potuto fare di me qualsiasi cosa in quel momento e non sarei stato in grado di reagire in alcun modo. Ero frastornato e per un po’ non la guardai nemmeno, troppo preso da quel piacere eccezionale che andava scemando lentamente. Non avevo nemmeno fatto caso al casino che adesso c’era per terra e che sarebbe stato complicato da ripulire.
Riacquisita un minimo di lucidità, mi resi conto che si era pulita la mano e si era accomodata di nuovo sul letto a fumare a gambe incrociate e a guardarmi divertita. Attese che mi fossi ripreso del tutto prima di parlare.
«Non mi sembravi imbarazzato da questa chiacchierata», disse con tono molto ironico, quasi a prendermi in giro. Aspettai ancora qualche secondo per rispondere, ma pensandoci bene, non c’era nulla da rispondere in quel momento. Mi abbandonai sulla poltrona ancora mezzo svestito, mentre lei si era coperta il busto con la canottiera e si era sdraiata a finire la sigaretta. Ora la osservavo con occhio diverso. Non mi ero certo innamorato in quei minuti, ma si era venuta a creare un’intimità senza precedenti tra di noi. A tutti gli effetti, Giulia mi aveva iniziato al mondo del sesso. Raramente quando si parla di primi approcci si menzionano situazioni del genere, in primis perché non tutti iniziano in questo modo, e poi perché in molti nemmeno lo tengono più in conto dopo essere passati ad altre pratiche. Per come l’ho vissuta io, non avrei potuto avere inizio migliore.
Rimanemmo in silenzio ancora un po’, poi nella mia mente scattò qualcosa e dal nulla le domandai: «Ma perché lo hai fatto?»
«Perché adesso possiamo parlarne alla pari e senza filtri», rispose con naturalezza.
Sono convinto che non mi avesse detto tutta la verità e che lo aveva fatto anche perché voleva proprio farlo. Non ho mai chiarito davvero la situazione e se anche qualche volta mi è venuto il proposito di approfondire, non l’ho mai fatto per davvero.
Mi alzai e, dopo essermi sistemato, la aiutai a pulire il pasticcio che avevamo combinato. Dopo aver finito, passato l’iniziale impaccio da parte mia parlammo del libro, con meno imbarazzo e senza paura, giusto qualche divergenza emergeva qua e là. Mostrai i miei limiti nell’inserirmi in quel mondo che si trovava molto al di là della mia esperienza, mentre lei sembrava muovercisi senza problemi. Per quanto il mio disagio verso quegli argomenti si fosse attenuato, c’erano molte barriere oltre le quali dovevo ancora andare e situazioni che dovevo ancora avere la possibilità di elaborare ed indagare. Quel pomeriggio fu tra i più eccitanti e formativi della mia adolescenza, mi aiutò a sbloccare dei lati di me che nemmeno conoscevo e fu l’inizio di un percorso di crescita, non solo sessuale.
Quando cominciò a calare il sole, capii che era il momento di tornare a casa. Salutai Giulia e uscii dal palazzo tutto pimpante. Mi diressi verso la metro, poi verso casa. Il ricordo di quei momenti mi rimase talmente tanto in mente che a casa mi masturbai ripensandoci, cosa che accadde anche nei giorni a seguire, ma fu impossibile ricreare la sensazione per quanto la mente potesse rievocarla.
Non ci fu imbarazzo tra me e Giulia nel periodo successivo, a scuola. Gli ultimi dieci giorni furono al solito tranquilli per chi non aveva da temere bocciature o esami di riparazione. Cominciai a fare delle assenze per godere delle vacanze da subito. Con lei ci rivedemmo solo tre volte, perché aveva adottato la mia stessa strategia. Tra noi non accadde più nulla di quanto era successo quel pomeriggio e i rapporti rimasero sereni e distesi. Parlavamo un po’ di più rispetto alle settimane precedenti, ma non quanto ci si aspetterebbe dopo una condivisione del genere.
La scuola finì e lei partì subito per andare a trovare i nonni in Piemonte. Cominciai a girovagare anche io dalla settimana successiva. Ci tenemmo in contatto con due sporadiche chiamate, nemmeno troppo interessanti. Mi aveva lasciato il numero di casa dei nonni, ma dopo che ebbe lasciato il Piemonte fu impossibile rintracciarci. Mi faceva piacere sentirla, certe volte però avevo l’impressione che il telefono non fosse un buon mezzo, come se fosse un filtro troppo forte, come se raffreddasse il rapporto che già non era così approfondito di per sé. A fine agosto, mi chiamò a casa, dopo quasi due mesi che non ci sentivamo, e mi comunicò che si sarebbe trasferita a Palermo con i genitori, il padre aveva ricevuto un’importante offerta di lavoro. Non ci dicemmo molto e capimmo in fondo che quel poco che si era creato era destinato, come in molti altri casi, a morire e senza dircelo, da quel giorno, smettemmo di sentirci.
Con Giulia ho appreso che molti dei rapporti che viviamo, anche se le condivisioni sono forti, sono destinati a durare giusto un frammento minimo della nostra esistenza. Le sue mani, tuttavia, mi hanno insegnato a non temere di parlare e ad abbattere i miei muri interiori.

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