Io Incendio: Il diavolo veste Noi

Caro lettore, cara lettrice,

Non credo nel destino, credo nell’essere umano e nella sua potenza, nella sua capacità di poter far capitare qualcosa. Credo, però, stranamente nelle Parche, che intrecciano e tagliano i fili-figli, che rendono sequenziali alcune esperienze, andando a cucire un tessuto coerente. Per questo Io Incendio estivo, pertanto, caro lettore o cara lettrice, ti andrò a presentare un tessuto coerente di mie esperienze letterarie che si sono intrecciate, andando a esporre la veste del diavolo; perché in questo articolo egli, lucente e Lucifero, salirà sul suo trono, e ne sarà il protagonista.

Riprendevo, infatti, la settimana scorsa un romanzo dalla mia libreria, la prima volta non lo avevo concluso, forse non era il momento, forse non era l’Antonello giusto. Tornavo a stringere il palmo della mano a Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov, romanzo russo scritto e riscritto tra il 1928 e il 1940 e pubblicato poi postumo tra il 1966 e il 1967. Le mani dell’autore, le Filomele della scrittura, hanno tessuto questo capolavoro, incentrato su tre protagonisti: il Maestro, un grande autore giunto alla pazzia a causa della censura russa, che vuole tappare la bocca al suo romanzo su Ponzio Pilato; Margherita, la sua innamorata, ricambiante, dando tutto al suo Maestro; Woland, uno straniero, che come un nessuno spunta per caso tra le strade di Mosca. Il diavolo veste Woland, lo straniero è lo stesso Satana, che decide di rendersi materia nella città russa, tra la popolazione già consumata passivamente dal male; decide di tentare l’animo umano, rende una violenza implicita esplicita, stridendo le corde delle passioni insane, quali l’omertà, la corruzione, l’amore. Mi chiedo, mentre leggo il romanzo, se mai queste pagine verranno censurate nell’attuale Russia, le quali mostrano il lato diabolico di uomini che restano in silenzio, e si inganno increduli che ciò che è anormale è normale.

Voglio scriverti, in particolar modo, del capitolo dodicesimo del romanzo: La magia nera e il suo smascheramento. Il diavolo Woland attraverso inganni e strategie è riuscito a organizzare un suo spettacolo teatrale, dove farà prova della sua magia nera. Il conférencier Beganl’skij, ovvero il presentatore degli spettacoli di varietà, introduce l’artista, lo porta sul palco, e il diavolo entra in scena. Rimane silente, in silenzio sul fondo, burattinaio che dirige i suoi figli, e farà fare lo spettacolo di magia nera ai suoi aiutanti: il grosso gatto nero parlante Behemont, che cammina sulle zampe posteriori, e un tipo lungo e quadrettato, Fagotto. I due aiutanti compiono il vero prodigio, fanno il vero spettacolo, tentando i nuclei oscuri della folla assistente. Fagotto, dopo aver corrotto pochi animi in sala, facendo girare, con la magia, dalle tasche di ognuno un mazzo di carte insieme a dei soldi, fa cadere dal soffitto teatrale una pioggia di denaro. Si levarono centinaia di mani, il denaro illumina la scena, illumina le gole degli spettatori, che riempiono il teatro di grida estasiate, desiderosi di ottenere quel denaro. Le mani dall’alto si spostano in basso, iene affamate del denaro maledetto caduto per terra. Tutti vogliono quei soldi. Al diavolo basta un nulla, si insinua facilmente nella storia del genere umano. Basta una pioggia di denaro, un Helicopter money alla Casa di carta, e questo entra nel corpo. Il diavolo veste XS, si intreccia alle nostre cellule, svelando l’oscurità che si cela nei nostri desideri innati e quieti: il desiderio di denaro, il desiderio di violenza, il desiderio di materia. Seguendo queste tre tentazioni, Fagotto gioca letteralmente con la testa del conférencier, che irrompe sul palco, vuole svelare il trucco, convincersi che tutti siano sotto ipnosi e quel denaro non è reale. Ma tutto è reale, la violenza è reale, Fagotto si è stancato delle interruzioni di Bengal’skij e chiede al suo pubblico:

“Che cosa dobbiamo fargli?” “Strappargli la testa dal collo” disse severamente qualcuno dalla galleria.

Ciò che la folla chiede, il diavolo compie. Il gatto slancia verso la testa del presentatore, e glie la strappa, spezza il capo dal corpo. Fagotto raccoglie da terra la testa sgorgante di sangue, la mostra al pubblico che resta inizialmente ammutolito, e poi si levano le loro grida. Caro lettore, cara lettrice, non avrei scritto queste pagine se il presentatore non avesse perso la testa; si condensano le scritture, si intrecciano gli episodi in un cavaliere senza testa. Mi diceva, infatti, Anastasio, in una precedente intervista condotta da me: La folla ha sempre un desiderio di morte, la folla vuole sempre uccidere l’idolo. Ho ragionato sul significato delle parole, volevo addentare realmente il nocciolo della questione, e ci sono arrivato solamente ieri: insieme a un gruppo di amici guardavamo una ragazza sul bordo del molo che faceva un gioco con il suo compagno. La ragazza si lasciava andare, verso l’acqua, come se si stesse gettando, e il ragazzo doveva tenerla, in una prova di fiducia notturna. Noi guardavamo la scena desiderando che la ragazza cadesse, sperando che finisse in acqua, nel porto. Un desiderio nato dal ridere, dallo scherzo, dal gioco cui stavano assistendo; noi eravamo la folla, e volevamo la caduta del nostro idolo. Come il pubblico che assiste Fagotto: chiede la caduta della testa del presentatore. Segui il filo, caro lettore o cara lettrice, arriva all’uncino che lo sta intrecciando: il gioco mistifica il reale, giustifica la violenza implicita, e ci rende partecipi spettatori degli spettacoli del diavolo. Forse crederai che sto esagerando e ti voglio proporre un altro esempio, pertanto: guardi un reality televisivo, e al televoto voti per chi dovrà essere eliminato; un personaggio viene ucciso dal gioco, viene tirato fuori, perché tu, parte del pubblico, ti sei stancato, non vuoi più vederlo. Tu voti, e il diavolo ti indossa, veste le parti più recondite del tuo corpo, ma tu non te ne accorgi, perché tutto è giustificato dal gioco.

Fagotto continua il suo gioco, la testa è parlante e chiede un dottore. L’aiutante sfida il suo pubblico:

“E così cittadini, che cosa si deve fare? Lo si deve perdonare; domandò Fagotto, rivolgendosi alla sala. “Sì, perdonare, perdonare!” le voci arrivarono prima isolate e soprattutto femminili, poi si fusero in unico coro con quelle maschili.

Fagotto, preso dalla misericordia, rimette la testa al suo posto, ma il pubblico delle gente inerme sembra, in realtà, averla persa, che davanti a un atto di violenza finge che questa sia spettacolo, si convince che la reale soluzione sia chiedere al mago di riattaccare il capo. Si arriva, lettore o lettrice, al secondo intreccio, il testo si unisce al romanzo Nova di Fabio Bacà candidato al Premio Strega 2022, presente nella neo settina del concorso. Il romanzo indaga ciò che è violenza teorica, come si comporta davvero l’essere umano quando assiste o è vittima di una violenza. Questo potrebbe restare inerme, impassibile, convincersi che ciò che si è visto non sia realmente accaduto, che gli occhi siano stati modificati o che si è partecipi di un gioco. La folla di Woland crede che tutto sia un gioco, non interviene, non vince con la forza contro il diavolo. Si limita a urlare: che la testa sia riattaccata. La folla continua a giocare, non è contro la violenza, si finge estranea a questa. Si nota il secondo atto violento del pubblico: l’impassibilità. Se il male non mi riguarda, questo non mi appartiene, e preferisco restarne spettatore, silente, in silenzio. Noi siamo il male, caro lettore o cara lettrice, inermi e silenzio, spettatori del male, convinti che questo sia un gioco, che questo sia estraneo. Noi siamo il diavolo, caro lettore o cara lettrice.

E per chiudere il loro spettacolo, i due aiutanti aprono il loro atelier: sul palcoscenico tappeti persiani, specchi, modelli parigini, cappellini, piume, scarpe. Ogni donna può salire sul palco, e scambiare un indumento vecchio con uno nuovo. Tutte le donne, desiderose di materia, sognati indumenti, corrono a vestirsi sul palco. E ti lascio, caro lettore o cara lettrice, con questa scena che per te è familiare, ricalcando nuovamente il titolo della pellicola di successo: il diavolo veste le donne, il diavolo veste le spettatrici di abiti francesi, il diavolo veste Noi.

di Antonello Costa

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Per leggere l’intervista ad Anastasio: Clicca qui

Per leggere l’intervista a Fabio Bacà: Clicca qui

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