Dinamiche sul finis vitae – Parte 1: Tre definizioni di vita

Dinamiche sul finis vitae
Tra diritto alla vita e responsabilità

Questo progetto nasce dalla mia partecipazione a un convegno universitario tenutosi nel settembre 2019 ad Arpino (FR) sul tema del finis vitae. Per ragioni di esaustività, data la complessità dell’argomento, si è pensato di dividerlo in quattro sezioni. La prima parte fungerà da introduzione al problema, illustrando l’approccio che intendo adottare nel corso di questo lavoro. La seconda sezione acquisisce un tono prettamente giurisprudenziale nell’affrontare la pensabilità della vita come diritto. La terza parte affronta la dinamica dell’etica della responsabilità, in particolare, ripercorrendo, tramite riferimenti all’opera di Derrida, le pagine di Donare la Morte. La quarta parte, si cimenta nell’offrire una demistificazione della nozione del dolore, offrendo una lettura del finis vitae come motivo critico della narrazione dominante. Non c’è pretesa di esaustività, tantomeno di univocità, bensì il solo auspicio che queste riflessioni possano essere occasione per ulteriori riflessioni e dibattiti.

Parte 1
Tre definizioni di vita

Approcciarsi al tema del finis vitae è cosa tutt’altro che semplice. Nel corso di questo lavoro si tenterà di enucleare alcuni concetti cardine che si legano alla questione del “porre fine alla propria vita”, cercando di mantenere un gusto ermeneutico-scientifico; tuttavia, come si vedrà, il trattare una tematica tanto delicata implica necessariamente delle considerazioni che non possono tener fuori le dimensioni dell’emotività e della sensibilità, proprio in virtù del fatto che si sta discutendo di un tema connaturato alla natura umana, ovvero la morte. Sarà analizzato, pertanto, il finis vitae sulla base di due punti, che in un certo senso sono estremamente legati tra di loro, e in alcuni momenti sembreranno quasi coincidere, cercando di essere quanto più precisi e puntuali possibile, vale a dire il problema della vita come diritto e la tematica della responsabilità, da intendersi come dimensione intima e caratterizzante dell’essere umano.

Prima di cominciare a percorrere una via che si preannuncia già densa di difficoltà, un discorso che appare preliminare alla concettualizzazione del “porre fine alla [propria] vita” riguarda propriamente il significato della locuzione finis vitae. L’analisi singola dei due termini che compongono questa costruzione pone in evidenza una seria difficoltà di interpretazione del costrutto. Si espongono, dunque, i significati ricavati dalla consultazione del vocabolario di latino:

  • finis, –is, m. e f.: fine, termine, finimento, compimento, intenzione, intendimento, scopo, morte, confine, limite.
  • vita, –ae, f.: vita, atto del vivere, principio vivificatore, anima, soffio di vita, alimento, modo di vivere, costumi, opere, cose molto care, storia di alcuno.

Da subito si evince che il significato più letterale di “fine della vita” che si associa “comunemente” a finis vitae appare quantomeno generico, se non quasi inappropriato. Nel dibattito comune, si è più volte fatto riferimento a tale locuzione per tematizzare i concetti di suicidio assistito e di eutanasia, quindi temi che si legano imprescindibilmente alla morte di una persona. Lo studio del significato dei termini latini, invece, suggerisce già da sé una riflessione preliminare circa il tema della vita.

La parola finis non vuole indicare solamente la “fine”, nel senso di un qualcosa che prima c’è e poi non c’è. I vari significati lasciano intendere delle sfumature che designano anche una sorta di compimento, come se fosse l’ultimo atto che dà senso ad un intero percorso. Inoltre viene annoverato tra i vari significati anche quello di “limite”, termine che non può non richiamare alla memoria l’idea di limes, parola con la quale i romani chiamavano la linea dinamica dei confini dell’impero – idealmente si tratta dei confini della stessa Roma, nel senso più ampio del nome, quindi un complesso sistema di tradizioni, usi e costumi che si condensano nella dimensione della romanitas.

Alla stregua, il termine vita apre a molteplici sfumature di significato così dense e così diversificate, che quasi si rischia di perdersi nel tentativo di dare una definizione univoca. È interessante, in questo senso, prendere il significato di vita che si trova in Nepote di “storia di alcuno”: probabilmente si tratta del senso più vicino all’idea occidentale che si attribuisce al termine.

Ma, in un certo qual modo, è pregnante in egual misura anche la definizione di Terenzio di “cose molto care”; è infatti comune definire la propria vita anche in funzione delle cose che si associano a tratti della propria personalità, quasi fossero mezzi che la rappresentano (ad esempio lo strumento per un musicista o un particolare oggetto che ha caratterizzato l’esistenza di una persona). Inoltre, è possibile anche far riferimento esclusivamente alle “cose che si possiedono” – certamente si richiama al concetto di res, molto caro ai romani, che designava le cose possedute da una determinata familia, le quali, in un certo senso, divenivano una forma di estensione della stessa, incorporandone l’identità e il prestigio (Mauss, Marcel, Essai sur le don. Forme et raison de l’échange dans les sociétés archaïques, Francia 1924).

È curioso, però, osservare che tutte queste definizioni di vita riportate dal vocabolario latino si associano ad una forma di presentificazione di qualcosa che, in realtà, è forse ciò che l’uomo ha di più intimo e inconsistente. Parlare di morte, lo si è detto prima, implica preliminarmente, se non necessariamente, parlare della vita. Tuttavia, benché non sia questa la sede adatta a discutere tale questione, è comunque necessario, quanto meno, esporre il problema legato al senso della vita, perché è solo così che si può provare a giustificare una qualche tentata risposta a proposito del senso della morte.

Il problema del finis vitae, dunque, risulta legato in maniera imprescindibile alla domanda: che cos’è la vita? Solo in funzione della risposta a questo quesito allora si può discutere di cosa sia la morte e del conseguenziale valore che essa assume. Un altro grande problema è presentato proprio dall’approccio che si vuole avere al tema del fine della vita. Generalmente, un approccio di natura giurisprudenziale ha come risultato un’enorme e confusionaria “guerra dei commi”, dove, a mio avviso, sono sistematicamente evitate quelle questioni davvero centrali che da qualche riga a questa parte si stanno tentando di esporre.

Pertanto, si ritiene, ai fini pratici, comprensibile che sia d’interesse giuridico cercare di pensare in termini di leggi che riescano a garantire e a difendere i diritti di tutti gli attori coinvolti in un atto, specie in quello che si sta prendendo in considerazione in queste pagine; tuttavia, in ottica filosofica, la legge, per quanto ampia, generale e ben pensata possa essere, rimane comunque una sorta di recinto, pertanto lascia sempre qualcuno fuori – nella maggior parte dei casi, a rimanere fuori è proprio chi si trova a viere il cosiddetto caso limite. A tal scopo, in questo lavoro, si tenterà di colmare il gap che sussiste tra teoria e pratica, cercando un approccio quanto più scientifico possibile.

Il primo problema che si riscontra nella disquisizione intorno al diritto di porre fine alla propria vita, riguarda, di fatto, la mancanza di una definizione univoca di vita. Pertanto, ai fini di restringere il campo di ricerca, ci si limita ad esporre le diverse diciture di tale termine assunte negli ambiti medico-biologico, religioso e giuridico. In biologia, si definisce vita quella condizione degli organismi dotati di una forma specifica, di una costituzione chimica determinata, capaci di mantenersi in una situazione di equilibrio dinamico, cioè di avere un ambiente interno costante nonostante gli scambi con l’ambiente esterno (omeostasi) e di riprodurre queste proprietà in altri organismi simili. Tale pregnante definizione, se circoscritta all’essere umano, si associa alla questione della qualità della vita intesa come valutazione su scala semi-parametrica del benessere fisico, psichico e sociale, eseguita generalmente allo scopo di interpretare la risposta a una terapia o valutare, sulla scorta dell’aspettativa e della qualità di vita stessa prevista, l’idoneità di un esame diagnostico o di un trattamento [Enciclopedia Treccani].

Per quanto concerne il punto di vista religioso, si fa riferimento alla tradizione ebraico-cristiana, in particolare, alle Sacre Scritture, secondo la quale Dio, spinto dall’amore, avrebbe partecipato l’uomo del dono massimo della vita, e con esso, tutto lo spettro di infinite possibilità nuove che essa implica. In quest’ottica, la vita si presenta come un dono. La fecondità di questa asserzione si riscontra pienamente nella sua doppiezza di significato: è centrale la tematizzazione del contro-dono, dal momento che è proprio quest’ultimo che dà significato, nell’ottica religiosa, al dono stesso, quindi alla vita. In un certo senso, si stanno prendendo i famosi “due piccioni con una fava” dal momento che sembra vengano individuate sia una definizione di vita, sia la descrizione del suo significato, da intendersi come senso.

Per quanto concerne l’ambito giurisprudenziale, si tratta dell’insieme di azioni che il singolo compie, quindi una connotazione pratica. Pertanto, anche se implicitamente, è contemplata la facoltà di scelta di un individuo – si presuppone che tutte le azioni dell’individuo debbano avvenire all’interno del campo della legge, altrimenti si va in contro a una forma di pena o sanzione. Bisogna precisare, comunque, che nella narrazione giurisprudenziale il concetto di vita è da associare al momento in cui si acquisisce la capacità giuridica, cioè quell’attitudine a essere titolare di posizioni giuridiche e soggettive, ascrivibile al compimento della maggiore età. In questo senso, la vita va a coincidere con l’idea che un individuo sia padrone, dunque responsabile, delle proprie scelte. Alla luce di ciò, la scelta, o meglio, la possibilità di scegliere (responsabilmente) acquisisce una dimensione che non si lega necessariamente al tema dell’azione. Tuttavia, è possibile affermare che una scelta si traduce sempre in una forma dell’agire (Blondel, Maurice, L’Azione. Saggio di una critica della vita e di una scienza della prassi, San Paolo Editore, Italia 2014): se si prende per presupposto che tutto è azione, allora si converrà che anche il non-agire sarà da considerare un atto, inteso come atto del nulla. In questo senso, non si sta facendo altro che riferirsi all’azione nel suo significato più genuino e generico di agire, operare, fare, intesi come manifestazione di volontà.

In ogni caso, facendo eccezione della prima posizione esposta, le interpretazioni religiosa e giurisprudenziale implicano la dimensione dell’agire.

di Lorenzo Valerio

Un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...