MMXX – Profumo

Il Covid 19 è una bufera. Una bufera invisibile, durante un aprile soleggiato. Il mondo è congelato, in piccoli frammenti di ghiaccio. Come gli altri, sono ibernato nel mio frammento, non posso uscire finché la bufera non termina il suo soffio. Il ghiaccio è la mia casa, è la mia prigione. Io sono l’unico prigioniero, e il mio compagno di cella sono io.

Da piccolo scrivevo storie, ma il mondo veloce della determinazione, della decisione e della spietata competizione ha congelato il mio estro creativo. Adesso questo mondo veloce è congelato e provo a sciogliere la mia fantasia, riprendo la penna e una pagina bianca. Ma non ho più storie da raccontare: perché in un mondo che va veloce non so più chi sia io. La penna non mi riflette più nella pagina bianca, perché io non so più quale sia il mio riflesso. E la bufera nel mio riflesso erge la statua di questo punto interrogativo. Riflette una larva. Riflette la noia.

Allora cerco altre storie, cerco tepore per il mio mondo e la mia fantasia. Le parole degli altri mi parlano dalla carta. Acuiscono le mie sensazioni, creo intersezioni tra il mio mondo e il loro.

Come Pasolini, ascolto le affabulazioni di un ronzio televisivo: sono i talk, le interviste e le conferenze puntuali. È un gran vociare che non fornisce una cura al virus. Ne amplifica un altro, la paura.

L’ombra del vento di Zafón attiva l’udito e la vista. La strada è vuota. È abitata da ombre avvolgenti, dal silenzio di un Mefistofele rumoroso, spezzato da rare raffiche di vento. Forse è il virus, la bufera che continua a soffiare.

Il fantasy Veleno d’inchiostro mi rimembra il veleno di questi diciannove covi di vipere, un gusto amaro che si insinua nella gola, avvelena i polmoni, blocca il respiro.

È impossibile star vicini nella Sicilia malata da colera di Mastro-don Gesualdo. Si scappa, si nega, si disprezzano i viandanti. Verga è spietato, verso la Sicilia, verso noi, Italiani, prima e adesso.

La mia fuga termina. L’olfatto non si fa riscaldare dal tepore cartaceo. Non respiro il profumo ferroso della stazione di Pasolini. L’aria metropolitana della Barcellona del ’45. Il muschio di boschi incantati. Lo sporco dei campi della povertà siciliana. Il mio profumo è la carta, il forte odore del libro, piacevole quando è nuovo, meno se è vecchio. Il profumo del sugo, che scoppietta nella notte per domani, domenica. Il profumo della crema della mia fidanzata. La immagino sbarazzina massaggiarsi la pelle, prima di andare a dormire e appena sveglia. L’odore invadente della polvere, perché mi sono perso nei libri, mi sono scordato di pulire. Il profumo del polline che vola nell’aria, che annuncia l’arrivo della sperata primavera. Il sollievo del profumo di cotone dei miei vestiti, il mio profumo.

E davanti la pagina bianca il profumo scrive di me. Non scappo più nelle avventure degli altri, trovo il tepore nella mia casa. Il profumo congela la mia corsa, mi fa pensare alle stranezze del mondo veloce e alla bellezza del quotidiano. Mi fa affrontare il mio riflesso, delineare i miei contorni e amarli, come Narciso. Scopro le vecchie passioni, nuovi obbiettivi, idee brillanti, la cura verso il mio corpo, la meraviglia delle piccole cose. Scrivo finalmente adesso, del mio vecchio mondo veloce, della mia fuga attraverso i libri, dei cinque sensi, del mio profumo. La mia prima riga è un monito, a un ipotetico lettore:

Congela un istante, e cercati nel profumo.

AVI

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