Essere o non Essere… Super? : Il caso di Spiderman

Una delle cifre stilistiche del mercato del nostro tempo è senza dubbio l’industria del supereroe. Grazie soprattutto alle ultime saghe del Marvel Cinematic Univers, i supereroi sono entrati di prepotenza nella vita quotidiana dei nostri giorni: anche in quella di chi prima li ignorava totalmente. Ma viene da chiedersi: nel momento in cui il supereroe è diventato un fenomeno di consumo globale, si è forse evoluto rispetto ai suoi caratteri originari? E che dire del fumetto supereroistico? Se già prima come genere espressivo faticava a far riconoscere la sua dignità, adesso pare a tutti evidente che il fumetto dei super sia sceso a compromessi con sé stesso per cercare di adattarsi ai nuovi lettori, che approdano alle sponde degli albi mensili e quindicinali in cerca delle storie del personaggio che hanno visto sugli schermi. 

Quanto resta dello spirito iniziale dei supereroi? Ben poco, verrebbe da dire. Ma non mentiamoci: in un paese dove si leggono sempre meno libri riprendere in mano quelle storie a fumetti degli anni ’60 o ’70 pare inconcludente: disegni figli di tecniche superate, colori che sbiadiscono facilmente, dialoghi lenti e irrealistici. Eppure, il segreto dei supereroi è proprio lì, in quegli albi ingialliti che sembrano lottare contro il tempo con la sessa forza dei loro protagonisti.

Proprio questo è l’obiettivo del mio intervento: scavare il sostrato consumistico della vulgata del supereroe per cercare di arrivare al nocciolo pulsante e moderno che ha ispirato la sua nascita. In questa analisi cercherò di rivalutare agli occhi di chi legge anche il medium del fumetto, genere spesso sottovalutato ma che ha una sua grammatica tanto precisa quanto fertile. Voglio fare tutto questo analizzando la nascita e i primi anni editoriali di uno dei supereroi più famosi di sempre: il nostro amichevole Uomo Ragno di quartiere. No, no: niente Zio Ben, lanciaragnatele, grandi poteri con grandi responsabilità. Queste cose le sapete già.

Ma andiamo con ordine. Come ogni storia che si rispetti, anche questa comincia tanto tempo fa, in una terra lontana lontana. È l’alba degli anni ’60 e l’America è in bilico tra lo slancio pioneristico verso le stelle e la paura nevrotica dell’atomica. Consapevole però del ruolo che dopo la guerra le spetta e guidata dall’entusiasmo di Kennedy, si prepara ad affrontare il futuro. L’unica casa editrice famosa ancora oggi che all’epoca produceva fumetti di supereroi era la DC Comics, i cui due titoli di punta, Superman e Batman, erano sul mercato rispettivamente dal 1938 e dal 1939. Nel 1961 però, dopo il successo della Justice League, anche la Atlas Comics decise di lanciarsi nel genere dei super. Fu così che dalle menti del disegnatore Jack Kirby (che aveva già creato Capitan America nel 1941) e dello scrittore Stanley Lieber, che sognava di scrivere il grande romanzo americano e che per il suo impiego nel mondo dei fumetti decise di usare lo pseudonimo di Stan Lee, nacque un nuovo gruppo di supereroi: i Fantastici Quattro. Il titolo fu un successo: i F4 conquistarono il pubblico perché altro non erano che una normale famiglia disfunzionale che sì, combatteva alieni e supercattivi, ma spesso doveva vedersela con problemi quotidiani e relazionali. In più, i loro superpoteri non erano in loro possesso sin dalla nascita, ma frutto di un incidente (che, guarda un po’, coinvolgeva sia lo spazio che la radioattività, visto che i nostri rimasero trasformati dalle radiazioni solari durante un esperimento missilistico) in grado di cambiare per sempre le loro vite. E, in conclusione, non operavano ne’ a Metropolis ne’ a Gotham City: camminavano per le strade della reale New York. Tutti questi ingredienti portarono un successo così dirompente che la Atlas cambiò nome in Marvel Comics. Tutto chiaro adesso, no?

“Tutto molto bello” – direte voi – “ma questo cosa c’entra con l’Uomo Ragno?” Ci arriviamo subito.

La ricetta del supereroe con superproblemi aveva funzionato e Stan Lee cominciava ad avere altre idee. Stavolta magari sarebbe stato interessante proporre un supereroe adolescente, che non era nato con i propri poteri e che questi ultimi fossero quelli di un insetto. Non potendo contare su Kirby (se non per bozze generali), Stan si rivolse così a un altro autore molto esperto: Steve Ditko (già creatore del Doctor Strange). Lee comunicò le sue idee ancora embrionali e da quegli spunti Ditko diede vita a un mondo. È ormai infatti chiaro quanto in realtà la creazione di Spiderman, per quanto abbia i suoi prodromi in Lee, abbia trovato la sua realizzazione più con Ditko: la forma e i colori del costume, i comprimari, i cattivi. E in effetti, a ben vedere, Spiderman è molto diverso dagli altri supereroi creati da Stan Lee e Jack Kirby.

In primis Peter Parker è un quindicenne. Già questo sarebbe un elemento di grande novità se si pensa che all’epoca gli adolescenti potevano fare al massimo la spalla di un supereroe adulto. Inoltre, Peter è un secchione magrolino e insicuro.

L’Uomo Ragno poi possiede una maschera, ed è il primo supereroe della neonata Marvel Comics a voler tenere nascosta la sua identità. Ma anche la struttura di questa maschera è una novità importante: essa infatti è la prima a coprire l’intero volto. L’effetto è duplice: da una parte questa maschera nasconde espressioni di paura davanti a un nemico potente, dall’altra, con quegli occhioni bianchi e l’assenza di una bocca, rende il profilo del personaggio quasi inquietante. Aggiungete il fatto che Ditko, proprio in virtù dell’animale da cui Peter Parker prende i poteri, era solito disegnare il nostro eroe in pose contorte e innaturali, e quello che ne risulta è un supereroe che visivamente si presentava ben lontano dai soliti paladini della giustizia a lui coevi. Il talento di Ditko nel disegno non si fermava a questo: era capace di inventare scenari e situazioni iconiche, con soluzioni grafiche così avanti che spesso, come è successo per la rappresentazione del senso di ragno, necessitavano spiegazioni per gli stessi lettori.

Ma l’acume di Ditko non si fermava al disegno. All’epoca infatti il disegnatore era un vero e proprio co-sceneggiatore delle storie: Stan Lee, impegnato su più testate contemporaneamente, lasciava solo bozze di storie che poi il disegnatore rendeva vive, popolandole di personaggi e trame. La grande intuizione di Ditko fu quella di rendere le storie molto reali rispetto a quanto si fosse letto prima: il modello del supereroe con superproblemi era in effetti diluito da Lee con trame romanzesche, basate su elementi magari accattivanti ma che sul piano del realismo lasciavano molto a desiderare. Ditko invece aveva un idea ben precisa: voleva che l’Uomo Ragno fosse un supereroe urbano, un personaggio che affrontasse cattivi grotteschi e legati alla città e ai suoi pericoli (non è un caso che, a differenza dei F4, i primi cattivi dell’Uomo Ragno non sono quasi mai alieni, spiriti o maghi). Soprattutto voleva che i problemi del supereroe fossero reali. Un esempio? Pensate alle accuse che l’editore J.J.Jameson lancia all’Uomo Ragno dal suo giornale: sotto al motivo divertente dell’editore invidioso e borioso c’è in realtà la riflessione di Ditko su come l’opinione pubblica reagirebbe davvero alla comparsa di un supereroe e su come gli stessi giornali spesso cerchino di manipolare le credenze della gente. Un altro esempio? Si pensi al dramma che Peter vive quando sua zia May malata ha bisogno di una trasfusione: lui sa di essere l’unico donatore adatto ma non può donare alla zia che lo ha cresciuto, a causa del suo sangue radioattivo. Situazioni a tratti drammatiche ben lontane dalle vicissitudini romanzesche che Lee voleva.

Ma spezziamo anche una lancia in favore di Stan Lee: oltre a preparare le bozze delle storie, Stan Lee rifiniva le tavole aggiungendo i dialoghi. Una delle ragioni del successo della Marvel fu anche l’invenzione di un nuovo registro, tanto nella narrazione delle storie quanto nel rivolgersi ai lettori. Un registro senzazionalistico e accattivante, che si rivolgeva al lettore con il “tu” e a volte si abbandonava a momenti di gradevole aulicità. Si pensi ad Amazing Spider-Man (d’ora in poi ASM) 20:

“Così l’Uomo Ragno subisce una delle sue più grandi sconfitte, mentre giace immobile in cima al tetto, con i suoi possenti muscoli inerti… il suo enorme potere di ragno temporaneamente in letargo… Solo il battito del suo valoroso cuore dimostra che la vita continua a scorrere…che la sua spaventosa energia sta lentamente tornando… ”

C’è anche da dire però che Lee soffriva di un vero e proprio horror vacui: è infatti raro trovare vignette o personaggi senza battute. In più spesso il buon Stan eccedeva o in spiegoni che rallentano la narrazione (tanti sono i cattivi che spiegano prolissi i loro piani) oppure in dialoghi che si limitavano semplicemente a ripetere a parole ciò che il disegnatore aveva già illustrato.

Nonostante tutto l’Uomo Ragno passò da personaggio scommessa che esordì nel 1962 su una testata destinata alla chiusura (Amazing Fantasy 15) a un vero e proprio cardine dell’industria Marvel, i dissidi tra Lee e Ditko crescevano. Da una parte c’erano le diverse poetiche, dall’altra restava il problema che a Ditko non andava giù il fatto di essere riconosciuto solo come disegnatore, mentre Stan si prendeva tutto il merito della creazione di un mondo.

Ma c’è dell’altro. Col passare dei mesi, e degli albi, il personaggio di Peter Parker sviluppa un pensiero più maturo e molti suoi comportamenti e riflessioni hanno radici nell’oggettivismo di Ayn Rend, filosofia molto apprezzata da Ditko. Così, negli ultimi numeri, Peter è una persona più critica ma anche più reazionaria: non vede di buon occhio gli hippie e le rivolte studentesche dell’epoca, per esempio. Diversi quindi i motivi che hanno spinto Ditko ad uscire di scena: artistici, economici, politici. Fatto sta che comunque, dopo aver consegnato nel gennaio del 1966 le tavole di ASM38, Ditko non lascia solo Spiderman, ma la Marvel tutta.

Stan Lee decise allora di chiamare un disegnatore che aveva già lavorato nei fumetti rosa targati DC e che in quel periodo era attivo su Daredevil: John Romita Sr. Con il nuovo duo Lee-Romita la testata ASM assume un colore nuovo, virando senza freni verso il romance: Il disegnatore infatti, memore delle sue passate esperienze lavorative, rende Peter Parker un ragazzo bello e muscoloso, circondato da altrettante belle ragazze come Mary Jane Wattson e Gwen Stacy. Anche il carattere delle storie cambia: le relazioni sociali di Peter occupano sempre più spazio. La nuova gestione si apre con qualcosa di decisamente nuovo: Goblin, uno degli acerrimi nemici di Spiderman, rivela la sua identità: è Norman Osborn, padre proprio del nuovo migliore amico di Peter, Harry (ASM 39). Bel colpo di scena, ma troppo irrealistico per Ditko.

Era cominciata una nuova era per Spiderman, e con l’arrivo degli anni Settanta tutto il fumetto americano si apprestava a cambiare: presto, proprio sulle pagine di ASM (più esattamente, sul numero 121 del 1973), il fumetto supereroistico avrebbe perso quell’innocenza sospesa che lo caratterizzava, per andare incontro, negli anni ’80, a un processo di decostruzione del supereroe e di riflessione sul modo stesso di narrare a fumetti. Una maturazione che forse Ditko già aveva intravisto.

Fabio Massimo Cesaroni

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